Principe glorïoso e terzo duca di Mediolano, e conte di Pavia, o Filippo Maria, piacciati d'ascoltate el mio mandato.
e tu disii che tua fama reluca nel secul nostro, fa' che vinchi pria, ed ogni opra tua sia giusta, prudente, e ragion dal tuo lato;
speranza, fede e carità in tuo stato, insieme con fortezza e temperanza, se non ch'avrai mancanza per sotto colpa del non bon consiglio,
che t'ha fatto pigliar rissa col giglio. Tu sai, signor, quando volesti pace con quell'alma città capitolasti e insieme t'accordasti
di quel che d'ogni parte era salute. Ella te gli osservò come verace e chiuse gli occhi fin che racquistasti Lombardia, e discacciasti
quei ch'eran verso te mortal ferute; poi, per aver tue glorie più compiute, di Genova facesti el grande acquisto, ch'infino allor fu visto
che ogni poco aiuto che gli davano le cose innanzi mai non passavano. Ma, volendo osservar loro impromesse, non volsero a ciò mai dare audienzia,
non avendo temenzia che tu passassi il proibito confino. Allor vedendo tue gente già messe ne' luoci di Romagna con violenzia,
fu lor senza fallenzia, volendo tu pigliare altro camino. Allora il magno popul fiorentino, perché lor libertà non sia oppressata,
l'han sì forte abracciata, ch'io temo avanti che pace si scopra che non sia per Italia una mala opra. Da poi che di Romagna avesti gloria,
e preso e vinto ch'era tuo avversaro, dovevi far riparo che' capi tuoi non prendessero audacia che ti fêr danno in eternal memoria;
da poi che 'l fatto assai li fu discaro quando con pianto amaro e' fecer di Gradara una tal strazia. Però ti priego, s'è tua voglia sazia,
da poi c'hai dimostrata tua possanza, che questo sia bastanza; ora per lo tuo onore io ti ricordo: Braccio finì pel suo volere ingordo.
E s'io alquanto nel parlar mi scaldo, follo, caro signor, perch'è devuto, ch'io ne sono tenuto ricordare ai signor onore e bene.
Così giurai quando fui fatto araldo; dico sarebbe a Dio maggiore aiuto mandar campo compiuto ogni anno a l'infideli, e dar lor pene.
Tu tien d'Italia le maggior catene; deh, sta' contento a tua bella Ligura, e di lei prendi cura, e fratello a due posse, ché più pregia
d'ogni altra Italia, Fiorenza e Vinegia. — Canzon, fatta con pura e bona fé, ti movi e va' dal sopradetto prence, perch'io ho ferma spè
che lui ti metterà a essecuzione. Dì con bona intenzione: «A te mi manda Anselmo fiorentino, miles araldo del Conte d'Urbino».
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