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1454–1494

CXXVII

Angelo Poliziano

Monti, valli, antri e colli, pien di fior, frondi e d'erba; verdi campagne, ombrosi e folti boschi, poggi, ch'ognor più molli

fa la mia pena acerba struggendo gli occhi nebulosi e foschi; fiume, che par conoschi mie spiatato dolore,

sì dolce meco piagni; augel che n'accompagni ove con noi si duol cantando Amore; fier, ninfe, aer e venti,

udite il suon de' tristi mie lamenti. Già sette e sette volte mostra la bella aurora cinta di gemme oriental sua fronte,

le corna ha già raccolte Delia, mentre dimora con Teti il fratel suo dentro al gran fonte, da che il superbo monte

non segnò il bianco piede di quella donna altera che 'n dolce primavera converte ciò che tocca, aombra o vede.

Qui e fior, qui l'erba nasce da' suo begli occhi, e poi da' mie si pasce. Pascesi del mio pianto ogni foglietta lieta,

e vanne il fiume più superbo in vista. Ahimè, deh perché tanto quel volto a noi si vieta che queta il ciel qualor più si contrista?

Deh, se nissun l'ha vista giù per l'ombrose valli sceglier tra verdi erbette per tesser ghirlandette,

gli bianchi e rossi fior, gli azzurri e' gialli, priego che me la 'nsegni, s'egli è che 'n questi boschi pietà regni. Amor, qui la vedemo

sotto le fresche fronde del vecchio faggio umilmente posarsi: del rimembrar ne triemo. Ahi, come dolce l'onde

facean i be' crin d'oro al vento sparsi! Come agghiaccia', com'arsi quando di fiori un nembo vedea ridergli intorno

(o benedetto giorno!) e pien di rose l'amoroso grembo! Suo divin portamento ritral tu, Amor, ch'i' per me n'ho pavento.

I' tenea gli occhi intesi, ammirando, qual suole cervietto in fonte vagheggiar sua imago, gli occhi d'amore accesi,

gli atti, volto e parole e il canto che facea di sé il ciel vago, quel riso ond'io mi appago, ch'arder farebbe i sassi,

che fa per questa selva mansueta ogni belva e star l'acque correnti. Oh, s'io trovassi dell'orme ove i pie' muove,

i' non arei del cielo invidia a Giove! Fresco ruscel tremante, ove 'l bel piede scalzo bagnar gli piacque, oh quanto sei felice!

E voi ramose piante, che 'n questo alpestro balzo d'umor pascete l'antiche radice, fra qua' la mia biatrice

sola talor sen viene! Ahi, quanta invidia t'aggio, alto e muschioso faggio che se' stato degnato a tanto bene!

Ben de' lieta godersi l'aura ch'accolse i suo celesti versi! L'aura i be' versi accolse, e 'n grembo a Dio gli puose

per far goderne tutto il paradiso. Qui e fior, qui l'erba colse, di questo spin le rose, quest'aer rasserenò col dolce riso.

Ve' l'acqua che 'l bel viso bagnolli. Oh, dove sono? Qual dolcezza mi sface? Com' venni in tanta pace?

Chi scorta fu? Con chi parlo o ragiono? Onde sì dolce calma? Che soverchio piacer vie caccia l'alma? Selvaggia mia canzona inamorata,

va' secur ove vuoi, po' che 'n gio' son conversi e dolor tuoi.

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