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1454–1494

CXXVI

Angelo Poliziano

I' son costretto, po' che vuol Amore che vince e sforza tutto l'universo narrar con umil verso la gran letizia che m'abonda al core;

perché s'i' non mostrasse ad altri fore in qualche parte el mio felice stato, forse tenuto ingrato sare' da chi scorgesse la mie pace.

Poco sente il piacer chi 'l piacer tace, e poco gode chi si gode in seno: chi può tenere el freno alla timida sua lingua, non ama.

Dunque salvando e acrescendo fama a quella pura, onesta, saggia e bella, che mattutina stella par tra le stelle, anzi par vivo sole,

trarrò dal core ardente le parole: ma fugga Invidia e fugga Gelosia, e la Discordia ria con quella stiera ch'è d'Amor nimica.

Era tornata la stagione amica a' giovanetti amanti vergognosi che 'n varie fogge ascosi gli suol mostrar sotto mentite forme,

quando, spiando di mie preda l'orme in abito straniero e pellegrino, fu' dal mie buon destino condotto in parte ov'era ogni disio.

La bella ninfa, vita del cor mio, in atto vidi acorto, puro, umile, saggio, vago, gentile, amoroso, cortese, onesto e santo,

benigna, dolce e graziosa tanto, e lieta sì che nel celeste viso tutt'era el paradiso tutto 'l ben che per noi mortal si spera.

A lei dintorno una leggiadra stiera di belle donne in atto sì adorno, ch'i' mi credetti el giorno fussi ogni dea di ciel discesa in terra:

ma quella ch'al mie cor dà pace e guerra, Minerva in atto e Vener parea in volto; in lei sola racolto era quanto è d'onesto e bello al mondo.

A pensar, non che a dire, i' mi confondo di questa mai più vista maraviglia, ché qual più lei somiglia, tra l'altre donne più s'onora e stima.

Un'altra sia tra le belle la prima: costei non prima chiamisi, ma sola; ch'il giglio e la viola cedono e gli altri fior tutti alla rosa.

Pendevon dalla testa luminosa, scherzando per la fronte, e suo crin d'oro, mentre ella nel bel coro movea ristretti al suono e dolci passi:

e benché poco gli occhi alto levassi, pur qualche raggio venìe di nascoso, ma 'l crino invidioso subito il ruppe e di sé mi fe' velo.

Di ciò la ninfa nata e fatta in cielo tosto s'acorse e con sembiente umano mosse la bianca mano e gli erranti capegli indrieto volse.

Po' da' be' lumi tanti spirti sciolse spirti dolci d'amor cinti di foco, ch'i' non so come in poco tempo non arsi o cener non divenni.

Questi son gli amorosi primi cenni che al cor m'han fatto di diamante un nodo; questo è il cortese modo, che sempre agli occhi miei starà davante;

questo è il cibo suave ch'al suo amante porger gli piacque per farlo immortale: non è l' ambrosia tale o nettar di che in ciel si pasce Giove.

Ma per darmi più segni e maggior prove, per darmi del suo amor più 'ntera fede, mentre con arte el piede leggieri acorda all'amorose tempre,

mentr'io stupisco e prego Iddio che sempre duri felice l'angelica danza subito — o trista usanza! — indi fu rivocata al bel convito.

Ella col volto alquanto impalidito, po' tinta d'un color di ver corallo, — Più grato m'era el ballo — mansueta rispose e soridendo.

Ma degli occhi celesti indi partendo grazia mi fece, e vidi in essi chiuso Amor quasi confuso in mezzo degli ardenti occulti sguardi,

ch'accendea del bel raggio i lievi dardi per trionfar di Pallade e Diana. Le' fuor di guisa umana mosse con maestà l'andar celeste,

e con man suspendea l'ornata veste regale in atto e portamento altero: i' non so di me el vero, se quivi morto mi rimasi o vivo.

Morto cred'io, po' ch'ero di te privo, o dolze luce mia, ma vivo forse, per la virtù che scorse da' tuo begli occhi e 'n vita mi ritenne.

Ma se al fedele amante allor sovenne il valoroso tuo beato aspetto perché tanto diletto sì rade volte o sì tardo ritorna?

Duo volte ha già raccese le suo corna co' raggi del fratel l'errante luna né per ancor fortuna a sì dolce piacer la via ritruova.

Vien primavera e 'l mondo si rinnuova: fioriscon l'erbe verdi e li arbucelli, gl'innamorati uccelli svernando empion di versi ogni campagna,

l'una fera coll'altra s'acompagna, el toro giostra e lanoso montone. Tu donzella, io garzone dalle legge d'amor sarem ribelli?

Lascerem noi fuggir questi anni belli? non userai la dolce giovinezza? Di tanta tua bellezza quel che più t'ama nol farai contento?

Son i' forse un pastor che guardi armento, o di vil sangue o per molti anni antico, o deforme, o mendico o vil di spirto, onde tu m'abbi a sdegno?

No: ma di stirpe illustre il cui bel segno a l'alma patria nostra rende onore, in sul mie primo fiore, e qualcuna per me forse sospira.

De' ben che la Fortuna attorno gira posso animosamente esserne largo, ché quanto più ne spargo, lei col pien grembo indrieto più ne rende.

Robusto quanto per pruova s'intende, cerchiato di favor, cinto d'amici: ma ben che tra' felici da tutto el mondo numerato sia,

pur senza te, dolze speranza mia, parmi la vita dolorosa e amara. Non esser dunque avara di quel vero piacer che solo è 'l tutto,

e fa' che dopo il fior, io coglia el frutto.

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