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1454–1494

CXIV

Angelo Poliziano

Una vecchia mi vagheggia, vizza e secca insino all'osso; non ha tanta carne adosso che sfamassi una marmeggia.

Ell'ha logra la gingiva, tanto biascia fichi secchi, perch'e' fan della sciliva da 'mmollar bene e pennecchi:

sempre in bocca n'ha parecchi, ché 'l palato se gli 'nvisca; sempre al labro ha qualche lisca del filar ch'ella morseggia.

Ella sa propio di cuoio, quand'è in concia, o di can morto, o di nidio d'avoltoio: sol col puzzo ingrassa l'orto

(or pensate che conforto!), e fuggita è della fossa; sempre ha l'asima e la tossa e con essa mi vezzeggia.

Tuttavia el naso le gocciola, sa di bozzima e di sugna, più scrignuta è ch'una chiocciola: po', s'a un tratto el fiasco impugna,

tutto 'l suga come spugna, e vuole anche ch'i' la baci. Io la sgrido: “Oltre va' giaci!”; ella intorno pur matteggia.

Non tien l'anima co' denti, ch'un non ha per medicina; e luccianti ha quasi spenti, tutti orlati di tonnina.

Sempre la virtù divina fin nel petto giù gli cola; vizza e secca è la suo gola, tal ch'un becco par d'acceggia.

Tante grinze ha nelle gote, quante stelle sono in cielo; le suo poppe vizze e vote, paion propio ragnatelo.

Nelle brache non ha pelo, della peccia fa grembiule; e più biascia che le mule, quando intorno mi volteggia.

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