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1558–1621

Libro secondo

Alessandro Tesauro

Come fecondi e cresca il caro verme Sotto cura fedel fin qui cantai, Or vien ch'io scriva i mali a cui sottrarlo Si deve, e 'l coltivar de' mori e gelsi.

Venite, o damigelle: ai vostri seri Reca il mio dir ne' mali alta salute; Ch'a voi fora cagion d'acerbo lutto L'empia strage di lor, senza i miei versi.

Venite, alme donzelle, e se pietate Il cor vi stringe, or v'accingete meco A rissanar, mediche illustri, il gregge Egro e languente, e conservarlo illeso.

Quando a principio il gran Rettor del cielo Diè questa mole immensa al bel governo De la secreta sua ministra umile Natura, dielle ancor supremo impero

Di far moti diversi, e varie forme Trar da la terra, e l'acqua e l'aria e 'l foco Insieme aggiunti, ed innovar sovente D'una in altra sembianza or quella or questa

Opra de le sue mani, e buona e ria, Onde se stesso nutre e strugge il mondo, E nelle guerre sue more e rinasce: Or la neve distilla, e l'erba riede

Ne' nudi campi; i monti a l'aura dolce Spargon novelle chiome; e, l'alte sponde Lasciando, i fiumi il letto usato accoglie. Tempra Zefiro il gielo; or l'aspra arsura

De l'estivo calor le fresche e ombrose Rive ci fa più grate; or l'alte piante Piegan di dolci frutti i carchi rami; E tosto colti i frutti, al suolo scorgi

Cader co' primi freddi aride frondi, E tosto vedi il ghiaccio e le pruine Spogliar i monti e i piani, e seccar l'erbe. Questa ch'ognor di varie cose e nuove

Ha sete essausta, or bene apporta, or male Al ben contrario adduce; or più benigna Torna e rimedio porge al proprio danno: Ove l'arte non giunge, ella è pietosa

Madre, che nutre il parto e lo conserva, Ma dove l'arte ogni suo ingegno adopra, Divien cruda matrigna, e d'ira e sdegno Par ch'ella avampi, e di turbar procuri

A la nemica sua la gloria e 'l vanto. Però nel suolo egizio, e di Soria, E de l'Arabia ancor detta felice, Che 'l soverchio del gelo e de l'ardore

Mai non puote sentir, là 've divino Principio ebbero i seri, e in altre parti Dal cerchio equinozial meno remote, A l'aperto seren senz'altra umana

Cura stanno giocondi, e vivon lieti Su le felici piante; a cui poi ch'hanno Le frondi tolte, al fin di quelle in vece Il serico lavor lasciano avvolto

Ai nudi rami; e da le genti indotte, Con barbaro costume e 'n strani modi, Si coglie pettinando, e mal s'adopra. Ma ne la vaga Esperia, che nutrice

Mai sempre fu de' più sublimi ingegni, Et or, mercé di chiari regi, è nido D'ogni egregia virtute, e di quest'arte Sola è 'l decoro e 'n lei sola risplende

In mille industri modi, perché quella Invida nega al dolce parto aiuto, Han di cura maggior bisogno i vermi, Acciò da' gravi e perigliosi oltraggi

Sia tratto un animal sì degno e raro. Nato è l'uomo al travaglio, et a ciascuno Conforme a l'opra sua dàssi mercede; Così ancor, donne, a voi premio s'aggiunge

Da' seri, avendo ognor la mente vostra Pronta a curare, atta a sanar la mano Sì gentil gregia, acciò ch'a voi non porti Con improvisa morte acerbo affanno.

Voi, dea terrestre, e ninfa eccelsa e chiara, Che col vostro regale alto splendore Rasserenate l'uno e l'altro cielo Che cuopre ciò che 'l padre vostro regge,

In queste case, o pastorali alberghi Ponete, se v'aggrada, alquanto a parte La regal verga, e l'ostro, e le corone: Questi sien vostri pur, ma se talvolta

Il biondo Apollo a' suoi pastor sorrise E lor diè tale ardir, che con il canto Misto di boscareccie incolte avene, Fean rissonar d'intorno e i boschi e gli antri,

Già non isdegni vostra mente altera L'egra zampogna, e le mie note umili; Per voi questa mia cimba il vasto Egeo Scorra felice, e non m'asconda il Polo

Invido nembo, ma fra tanti e tanti Tranquilli seni e fortunati lidi Che 'l vostro mare inonda, alcun m'additi Placido porto, ov'io ricovre e pose,

Spirando a le mie vele aura seconda. Più felice e sicuro il nobil verme Vive, e dispensa in maggior copia il frutto, Ove natura solo il guida e regge,

E l'aura ha molle, e 'l ciel sereno, e lieti Gli arbori e i rami, e pronte ognor le frondi: Ma vie più degna è l'opra e 'l bel lavoro Ne l'italiche piagge amene e belle,

Da più industri cultor tratto, e con arte Filato e tinto, e 'n mille guise intesto (Benché talor questi onorati vermi Sembrin fatti a' travagli aperto segno

E con doppio sudor quel ben s'acquisti); Tanta forza ha l'ingegno, e tanto vince L'aspra fatica ond'uom contempla e suda! Se col vomero ancor villano ingordo,

Col duro rastro, e con i tauri aggiunti, Non svenasse il terreno, ond'egli brama Le grate spiche e l'abondanti viti, Folle, gli altrui granari e cave invano

Colme mirando, il digiun ventre empirsi Potria di ghiande, e a' discorrenti rivi Spegner la sete sua con l'acqua chiara! Guida il pastor la greggia ai verdi paschi,

E con povera verga al chiuso ovile Or la riduce, or da l'irsute mamme Il latte preme, e 'n giro accolto il serra; Da' fieri ladri e da' voraci lupi

La tien sicura, e con potenti carmi Od erbe usate la rissana e purga Da l'empio morbo che talor la strugge; Tonde le gravi lane, ond'al fin torna

Da la ricca cittade a la vil casa, Le spalle scarco e vuoto il sacco, e colmo Il sen di gioia, e le man gravi d'oro. Con pari stile e cura ugual conviene

Nutrire il caro verme, e da' perigli Trarlo sicuro, onde mercé ne renda, E col frutto restauri i sudor nostri; Che spesso adduce, o l'aura infetta, o 'l cibo

Contaminato, od altro infausto ai seri, Perversa peste, onde improviso e strano Morbo repente assale, e 'l dolce pasto Lasciando, egli ne langue, e 'l languor segue

Livore, a cui vien dietro passo passo Morte empia e ria, che col letal veleno Gli asperge e ancide, e con superbo fasto Rende misera strage atra e funesta.

Pregate il sommo Iddio, fanciulle, e voi, Donne, cui punge il core alto desire Di ritrar l'opre rare e gli alti effetti, Che da sì acerbo male intatto ei serbi

Il popol caro, e da sì orrenda vista Non sian vostr'occhi mai torbidi e oscuri. Drizzate gli occhi or con la mente intenta Ai chiari essempi, e dal mio dir cogliete

Rimedi cari, che d'ingegno e d'arte Furo adombrati alquanto al secol prisco; E poi con lunghe prove in mille modi Adorni e coloriti, e 'n un raccolti

In queste carte, a voi gli addito e mostro. Mentre il loco s'appresta al gentil gregge, Ove i bei giorni meni, e pasca e posi Securo et opri, e ne l'oprar si chiuda,

Fuggir convien che de l'ovile il lume Volga a l'Arturo o al suo contrario polo: Ma vedi che per dritto iscontro l'aura Spiri dal Sussolano al vento opposto,

Et una parte scorga al primo albore Eto e Piroo d'alti presepi alzarsi, D'ambrosia sazii, e l'erto calle scorti Da nembi aurati, e da l'accese nari

Versando fiamme, riportarne il giorno; L'altra lor vegga poi cadenti e stanchi Posare il fianco, e 'l gran sudor lavarsi Ne le vaste onde, e de l'amica Teti

Entrar Febo le grotte e 'l molle albergo. O miri il loco sol d'onde l'Aurora Va innanti a Febo, alor ch'a un polo e a l'altro Ugual campo del ciel lascia e distingue:

Ma sovra il tutto del mutabil Austro Fugga il calore infausto e le procelle, Né men la fronte al rio Ponente opponga. Né fia d'alcun pensier sì iniquo e folle,

Ch'ospizio desse loro ove gravata Parte del cielo intorno o l'aura fosse D'immondi acquai, o di putenti stagni, O sozzo limo, onde ne sorga odore

Malvagio e ingrato, e le quassanti rane Ivi, imprecando ancor Latona e i figli, Sparghin l'aria di voci e rauche e fioche, Al pregiato animal troppo noiose.

Brama il verme gentil piaggia gentile, E dolce e pura e temperata in modo Che 'l sol non l'arda, e non l'offenda il gelo. Ove poi del bel giro il grave ordigno

Fabricar s'ha, non sia di fresche mura Novellamente eretta, o tanti lustri Passati abbia la stanza, ch'ormai senta De la vecchiezza il grave incarco; e bassa

Già non s'elegga, ove il terren vicino L'umido suo comparta, e 'l freddo adune; E non troppo alta ella si prenda, e aprica, Ond'uom sudando poggi, e 'l caldo sole,

Quando il meridian per mezzo parte Il cerchio equinozial, vibrando i raggi Da qualche lato, o da' forami angusti Del tetto o da balcon passando, apporti

Con l'unito vigor morte et oltraggio Al nobil gregge, ov'ei fieda e percuota. Né basta ciò, ma con serragli ancora Di doppie tele o trasparenti vetri

S'escluda la superba irata Giuno, L'impeto d'Euro, e i fieri artigli e i rostri Di mille genitor, ch'ai nuovi figli Tentan recare ognor bramato cibo.

Ah, troppo edaci augei! Non sai che Progne Nutre di vermi i suoi loquaci nidi? Garrisca pur questa importuna et empia In più solingo tetto, e 'l seno tinta

Pel sangue ancor del figlio ucciso appenda Col becco industre il ben composto letto. Né pietà trove in voi, donne, ché tanto Fora ella ingrata più, quanto voi dolci.

Nuoce il passer molesto, e nuoce ancora Il cristato animal che giorno e notte Va misurando al sol col canto il corso, E sua schiera di figli e di consorti,

E i polli a noi da peregrine parti D'India recati, e d'Io il pastore incauto: Cari sien questi e per fuggire il sonno E per le laute mense e per le penne,

Ma de la stanza lor si vieti il passo, Ove strage crudel, voraci e crudi, Farian di lor, saziando il rio digiuno. Né varco alcun fra le parete e i travi

Di cui commesso è 'l palco o intesto il giro Inaveduto fabro a sorte lasci, Onde i rapaci sorci o picciol topi, E i mirmidòni e i grilli e le lucerte,

Il fugace ramarro e le locuste, Et altri animaletti ai seri infausti Abbino entrata; ma con stucco e calce, O con tenace creta, ogni spiraglio

Si tenga chiuso, onde entro sé l'albergo Non chiuda gli agni e i lupi, né un sol nido Stringa insieme le serpi e le colombe. Ancor tender si dee l'usata frode

Con cui sogliono i topi e le mustelle Far con il furto a loro istessi oltraggio: O ver fra legno e legno, e in men secura Parte del loco attar fia ben le spine

Di triboli e ginepri, onde da quelli, Come da mille punte e mille spade, Paventi il rio nimico, e 'ndietro fugga. Se poi, che talor suol, la stagion lieta

Da' fieri venti e da Aquilone algente Travagliata ne riede, o l'umid'Austro Dai nembi oscuri acque importune scuote, Giova nel chiuso albergo accender foco,

Sopra i deschi il carbon ponendo acceso Sotto i gradi del giro, in varii lati, E su l'ardenti bragie ancor s'asperga Polve di belzoino o di storace,

Lòdano o incenso, od altro odor soave, Il cui grato vapor conforta i spirti Ai seri, e purga l'aria oscura e fosca. Né quivi in modo alcuno arder si deve

Verde schieggia di legno o molle stipa, Onde la fiamma avampi, e 'l loco ingombri Di grave fumo, che 'l bel gregge offende: Vi lodo anzi che in mezzo al chiuso cerchio

Del bel teatro un'alta torre s'erga Di rame o ferro o di stampata creta, Ove foco si metta, e spiri il fumo Per celato sentiero, entro chiudendo,

Come in fornace, il conceputo caldo, Sì che la stanza a poco a poco scaldi; Come si vide usar da gente strana Nella parte del mondo che soggiace

Al freddo Polo e a le perpetue brume, Tutta lontana dal camin del sole: Ivi stando ciascuno in ricco o vile Albergo in varie guise al ciel fa schermo,

Che nubiloso e oscuro ognor si mira, Mercé a Volcano, che invisibil opra L'alta virtute sua nemica al ghiaccio. Giova ai seri il vapor placido e grato

Che la trist'aura fa tepida e dolce, Ma non gli giova lo star chiusi ai giorni Che l'estivo calor s'interna e ferve Sin ne le vene de la madre antica;

Anzi vien che s'inviti la fresc'aura, Per l'aperte finestre a l'ombra volte, A far coi seri alor grato soggiorno. Né mai vorrei ch'al bel loco vicino

Strillar s'udisse la tremenda voce Del rauco corno, suon ch'i veltri aduna, Colmi le labbia di ferino sangue; Anzi suon che l'orrenda Ecate adopra,

Quando ne le spaziose atre caverne Chiama gli abitator de' regni stigi, E quanto più le fere e i veltri alletta, Tanto danno maggior fa ai nostri seri;

Cui nuoce ancor del cavo rame il suono E 'l fremer de' tamburri, atti stromenti A far incrudelir l'armate squadre, Là dove è di mortale aspra battaglia

Coperto il campo, e rubicondo il fiume. S'ancor bambin s'accosta al popol caro, Grave danno è per farli, onde ritienlo, Che non li giunga, e i semplicetti studi

Distôr procura dalla mente incauta. Voglion questi veder, voglion palpare, Tratti da sì stupenda e nuova vista, E maneggiar braman le frondi e i vermi,

E rapirne co' pugni, e empirne il seno, E fan de' queti seri aspro governo: Però con parolette e dolci inganni Saggia fanciulla il tenga, e in altra parte

Pria che s'appressi il meni; che voglioso Fanne poi cruda strage, e a l'ostinato Del tuo sgridar non cale; e se pur tenti Distorlo al fine, o con minaccie o a forza,

Empie di strida il cielo, e d'alti pianti, Con cui non meno le bell'alme annoia Di quel ch'avria con l'empia man nociuto. Poiché osservato ho mille volte e mille,

Quando turba villana ai dì solenni D'agresti giuochi scherza, e si solazza Schiera di giovanetti in vichi o piazze, Con alte voci di contese o applausi,

O intemperato e folle riso, ai vermi Dar noia, e disturbarle il bel lavoro. Ma se nel debol suon v'è tanto oltraggio, Che sarà poi, quando a l'antica incude

Sudarà intorno il zoppo fabro ignudo? E seco ignudi ancor Piramo e Bronte E Sterope affrettar s'udranno i colpi, A far ministre che disfoghin l'ire

Di Giove alor che la superba suora Fulmina e tuona, e sottosopra volve Il mar, la terra, et il profondo abisso; E tremar dai rimbombi paventosi

Fa mura e tetti, e le caverne e i monti, E da le frante nubi i sassi vibra, E i gelsi sfronda, e l'alte selve scuote, E con acque repenti i campi allaga:

Il fiume caccia dal natio suo letto, Che ville e case, e le cittadi inonda, Traendo con le stalle e gregge e armento, E dai declivi colli a l'erme valli

Manda i torrenti di furore armati. Come pur mi sovien, che l'anno adietro, In parte sottoposta al degno scettro Del mio Signor, dagli alti monti scese

Rapido e gonfio sì l'aspro torrente, Ch'ogn'argine sprezzato, e ogni riparo Nulla stimando, volse alto e superbo (Ahi grave scempio!) il furibondo piede

Di Ceva antica inver le nobil mura; E quivi aperto il passo, orribil corse Per le contrade e i borghi, e seco trasse Non sol le svelte piante, i legni e i ponti,

I chiusi ovili, i greggi e le capanne, Ma case illustri, eccelse torri, e tempî, E le ricchezze, e, ch'è più, molti e molte Uomini e donne, e giovinetti e infanti,

E ricchi e vili, e i sacerdoti sacri; E di tal preda altiero al fiume giunse, Che commosso a pietà nel suo bel grembo Non volle ritener sì fiere spoglie,

Ma irato le gettò fuor delle sponde, E da dolor lagrimar vidi i sassi, E sospirar le rive, e gemer l'acque, E muggir le caverne, e urlare i colli.

Tolga maisempre il ciel da noi sì amari E miserandi danni, a' quai non puote Uman consiglio opporsi, e che di rado Permette l'alta Providenza eterna,

Benché spesso ne sia da' nostri errori E gravi falli provocata e spinta. Ma qual rimedio, dico, è sì potente, Che prescriva il furor d'empie procelle,

Quando dagli occhi nostri un nembo oscuro Rapisce il giorno e 'l sole, e par ch'avampi L'aria fosca vie più che orror d'inferno, E freme il tuono fra baleni e fiamme,

O ver quando di schioppi e di bombarde Il ciel ribomba, sì che il degno verme Non lasci per timor la bella luce? Altro nol campa, e da improviso strazio

Altro non l'assicura, onde non pera, Che 'l dolce canto in lascivette note Di voi fanciulle amanti, e i grati accenti Temprati a prova al suon de le canore

Corde del dolce et accordato plettro. Forse perché rimembra il vago tempo Ch'Amore il tenne sotto il giogo antico, In sì spietato nodo, ch'a gran pena

Pascer potea ne la sua donna amata I famelici sguardi; e lui concesso Non era il far di sue noiose cure Con ragionar lei certa, onde col suono

E col pietoso canto al queto raggio De le benigne stelle avea costume Spiegar le pene e gli amorosi ardori; E la secreta e fida aura notturna

In grembo accolte alor l'accese tempre, Al loco ove giacea Tisbe, ancor essa Di pari pena offesa e d'amor vinta, Lusingando il riposo, per l'amico

Silenzio traea seco: e quivi scosso Il debol sonno e infermo a la donzella, Dirle solea: Deh, stolta, omai non odi Del bel Piramo tuo l'alte querele?

Ecco ch'a te le reco, e nel tuo seno Tutte le verso, or tu lieta le accogli. Ed ella pronta ad accettarle, in quelle L'alma nutriva e 'l cor fra speme e doglie.

O forse a' seri fia giocondo e grato Il soave concento, alta sembianza Porgendo lor de l'armonia che fanno Tra lor volgendo le celesti sfere,

E quanto fu dal gran Prometeo ordito, Dal basso e oscuro centro a l'alto solio Ov'egli eterno siede, eterno splende; E luogo alcun nol cape, e giusto e santo

Dà legge al tutto, il tutto regge, e gode L'opre de la mirabil sua possanza, Che con incomprensibil moto e tempo, E sì vaga misura, ai poli in giro

Vansi con armonia volgendo intorno. Suona di chiari accenti e di beati Carmi, e rissuona la celeste reggia; Poscia col suo splendor puro s'involve

Il bel cristallo, indi il gemmato cerchio Di stelle gli altri scorge, e ratto gira: Ivi il Monton di Colco incontro vede Sorgere il Tauro, ch'a battaglia appella

I gemelli di Leda, a cui vien dietro Il Cancro; e con la sparsa orrenda chioma Segue il Cancro il Leon, e 'l Leon segue La saggia Astrea, con l'equa Lance appresso,

Che l'ore al giorno et a la notte agguaglia, E seco trae lo Scorpio, a la cui coda Chiron minaccia di saetta, e tende Sì forte l'arco, che col braccio tange

De la capra Amaltea le corna; e versa Acquario l'urna, e dal bel rio corrente Sorgon guizzando i Pesci, et a l'Ariete Giunti, chiudon del Sol l'aurata zona;

Ivi splende Cefeo, et ivi Orione, Di ferro armando la feroce destra, Preme il dorso a la Lepre, e un Cane e l'altro Guarda il Sentier di latte, e con i remi

Solca degli Argonauti onusta Nave Del suo viaggio i bei cerulei campi. Là Pegaso si spazia, e là pur giunse Teseo Arianna, e 'l gran Pitone, e 'l Serpe,

Calisto e 'l figlio, e 'l fortunato Alcide, Et altri semidei famosi e degni, Che col rapido corso insieme insieme Rapiti anco ne sono; e sotto questi

Ruota lento Saturno, e con più tardo Passo va Giove, e Marte, e più di loro Incede pigro Apollo, appresso al quale Venere bella scorre, e 'l nunzio alato

L'orme sue preme, e le di lui la Luna Calca, facendo al zoppo fabro scorta, Che pur trascorre la gelosa Giuno; Giuno, che il moto have interrotto e volve

Il regno di Nettuno, a cui soggiace Di Proserpina fermo il grave seggio: E son tra lor con tal misura e modo Disposte le divine alte sembianze,

E sì concordi, che mirabil suono Rendon, se bene udirlo a noi ne vieta La gran distanza, et il terreno incarco. Pur si pasce lo spirto, e nutre l'alma

Del dotto suon, che viva imagin porge Di quella eterna proporzione e vaga Che il tutto orna, produce, e noi governa: Onde s'è lieto il cor, più si rallegra,

E la mente rapisce, e innalza i sensi. S'è mesto e langue, il riconforta e fura Da passion che l'ange, e lo sottragge Al duol che grave il preme: onde rinchiuso

Canta l'afflitto prigioniero, e canta L'avaro zappator, quando è più stanco; Con rozze note i naviganti vanno Obliando il mal de le tempeste e i stenti,

Con le stridenti avene il pastor lasso Molce il travaglio e dà diletto al gregge; Frenò il dolor con l'incurvata lira Il forte eroe per la rapita ancella,

E con la lira Orfeo pianse due volte La sua Euridice, e 'l pernicioso sguardo. Sol con quest'arte, e non con altro aiuto, Cinse Anfion di mura alte e superbe

L'antica Tebe; e 'l buon pastor di Tracia Mosse a pietà l'inessorabil Parche E la diletta moglie ancor ottenne; Arion fuggì su le guizzanti squamme

Degli avari nochier perfide mani. Così dolce cantar fia grato ai seri Quando l'aria si turba, e quando è piena Di strepitoso orror che il mondo assorda:

Ma se fien egri ancor li giova, e 'n vita Spesso li serba. Onde Terpando illustre Non con amari suchi, ma col suono Degli accordati nervi, a mille infermi

Recò salute: e di conforme effetto Fede ne puoi tu far, gran DUCE CARLO, Che sai quante fiate al cor tuo oppresso Da grave intensa cura e da noiose

Some, a la mente tua canuta e stanca, Non copia d'oro, di cittadi e regni, Non ostro e nobil servi alti e sublimi Furo d'alcun restauro, ma in private

Mura, del saggio Benedetti, a cui Non è del ciel nascosta alcuna parte, I dotti tasti, e la soave lira Del nobil Ferabosco, e con la cetra

Vitalbero gentile, e 'n chiari accenti Dolce cantar di Gabriel, il nembo De' più cupi pensier dal grave seno Sgombraro; e quando egro giacevi (ahi lutto

Crudel de' tuoi, che Dio ne tolga!) in preda Quasi de l'empio fato, il dolce canto Di loro, e melodia grata e soave, Più di qual altra preziosa manna

O bevanda salubre, a la languente Salma tornaro i già smarriti spirti, Onde ancor lieto vivi, e vive insieme La gloria tua con opre eccelse e nove.

E se ben nullo morbo o rea sciagura I nostri seri preme, have il diletto Del bel concento tal virtute e tale Forza, che più giocondi e più animosi

Pascon le foglie, e con più ardire i rami Salir li vedi, e dispiegarvi il frutto: Come il clangor della sonora tromba, Cantando a l'arme, a l'arme in un momento

Desta le schiere, e pronto ogni pedone E cavalier s'appresta a la battaglia; E 'l pellegrin da gran viaggio stanco, Mentre ode Filomena il duolo antico

Con pianti ir rinovando, in parte oblia La noia e 'l mal del trapassato calle, E rinfranca la lena, e 'l camin segue. Vidi ancor io sovente in aria schiera

D'api fermarsi al suon d'alpestri note E di rozzi tintinni, onde allettate Posaro al fin negli apprestati alberghi. Or s'egli avvien ch'empia fortuna ai seri

Con occulta cagione ardisca opporsi, Onde poi cruda li percuota, e l'aura Fresca non vaglia, o 'l chiuso foco o 'l canto A franger l'ire e gli aspri suoi furori,

Ma alcun ne scorgi or aborrire il cibo, Or aggirarsi mesto, or d'atro umore Immondo e molle, or ingrossarsi e 'l corpo Di livido splendor farsi lucente,

Funebre segno, accolga entro le guancie Pura fanciulla il buon liquor di Bacco, O distillato vino, o forte aceto Misto con odorata acqua di rose,

E quello sparga sopra il degno gregge Col grato vento, che spirando apporti Per l'aria un rugiadoso e sparso nembo, Che lieve cada, e lieve inaffii e bagni,

Iterando l'ufficio almen tre volte, Da che richiama il bel nascente raggio A l'opre ogni animal ch'in terra alberga, Sin che sorga la notte, e 'n su la faccia

De la terra distenda il nero manto. Né siate pigre ancor, vaghe donzelle, Tosto che del lor mal vi sete accorte, A separar dai sani i vermi infetti,

Perché di questi il mal non porti agli altri Divoratrice peste; e pria che ingombri Più grave orror di morte il gregge caro, E per salvar degli egri anco una parte,

Con arte industre e più efficace aiuto Mobil letti di legni avrete pronti, Fregati pria col suco e con le frondi D'abrotano, di menta, e ruta, e incenso,

In cui vien che si ponga il sero infermo Immantinente, e di salubre pioggia, Come già detto abbiam, sovente asperso; Se fia propizio il cielo, e la stagione

Serena e queta, al novo sol lo mostri, Quando parte è già fuor dai lidi Eoi E parte è ancor ne l'onde chiuso, e tanto Godere il lasci il vago aurato lume

Quanto coi suoi corsier salendo Apollo Del camin segna la centesma parte. O ver locar i letti a l'ombre fresche Potransi, ove dolce aura intorno spiri,

Che molti si trarran da l'omicida Fauce di Flegetonte, e il popol tutto Non fia per questi in gran periglio e danno, Ch'in disparte fur posti; il che far suole

Il bon pastor che dal copioso armento Languente pecorella o infermo bue Bandisce, acciò che non corrompa e ammorbi Tutto il presepe e 'l numeroso ovile.

E 'l signor saggio, e 'l genitore accorto, Cui non preme minor zelante cura Del popol caro e del suo figlio amato, Soglion sgombrar di viziosi spirti

D'uomin perversi e di compagni infidi Il pacifico albergo e 'l queto seggio. Qual vizio e qual furor non mostra e adduce Sfrenata schiera, e 'l conversar lascivo

Ne l'egregie cittadi e in umil tetti Fra la pieghevol gioventute, e quale Non trae d'imperi e case alta ruina! Vidi talor dai rosseggianti frutti

Del moro e da le bacche acre o mature De' gelsi accolto aspro mortal veleno, Mentre quelli pascea l'incauto verme, Ch'inaveduta mano o poco esperta

Lui porse con le frondi; e per fuggire Error sì infausto, quando i gelsi e i mori Sale turba servil per côrre il cibo, Prenda le foglie solo, e lasci ai rami

Nutrire a miglior uso il dolce carco; E se pur male accorta ella ne reca Fra le confuse foglie alcuni ascosi, Non vi sia grave, o donne, a prova accôrle

Ne' vostri grembi, e dal non sano pasto Purgarle; o per minor pena e travaglio, Prender potreste ancor l'istesse reti Ch'usano i cacciatori in stoppie e prati

A far preda di starne e coturnici, E quelle, in compartito ufficio, alcune Stese di voi tenendo in alto, l'altre Vadan sopra spargendo a piene mani

Le colte frondi; e sottosopra spesso Volte e rivolte, al fin, scuotendo, al suolo Cader vedransi i frutti a' seri ingrati (Quai pur serbarsi ponno a far liquore

Per l'infocate fauci), e sol le foglie Monde restar su la nodosa rete, Per far poscia di quelle agli umil seri Pregiato dono in più sicure mense.

E d'invischiar dal basso al sommo ai gelsi Giova gli antichi steli ov'ha l'albergo Stuol di formiche, acciò che in serie lunga Non s'appressino ai rami, e non sien tratte

Con le raccolte foglie al gregge in mezzo. Con grave studio ancor vien che s'asciughi Fra mondi lini la raccolta fronda, Quand'ella fosse da rugiada aspersa

O d'umor salso molle, ond'altro tosco Ministrasse la man che nutre il verme: Però forza è indugiar tanto che 'l giorno S'apra, e rasciughi il sole i fiori e l'erbe

Dal pianto de l'Aurora, o da le stille Che notturna Giunon versate avesse. Curi poi l'alto Dio ch'invida voglia, Core aspro, e fiera mano, i gelsi e i mori

Di corrotto liquor non tinga e bagni, Sì che 'l bel gregge, col venen celato Nel cibo, a sé medesmo occaso apporte. E perché ad or ad or dett'ho confuso

De' mori e gelsi il nome in queste carte, Forse pensar potrete che di quelli Confusa dar la fronde ancor vi lodi, Et accusarmi ancor ch'io non distingua

Qual d'ambe soglia ai seri esser migliore. Però dir mi convien ch'intorno a questo Varie son più che fior l'opinioni, Chi al ver s'accosta, chi sen parte et erra;

Onde più l'una usar che l'altra pianta Già non vi caglia, ma qual più v'aggrada, Per molta prova, e di che abbonda il loco, Quella s'elegga: e vidi anco talvolta

Ai seri dar nei primi giorni il moro, Indi a l'adulta età mutarli l'esca, E de' gelsi nutrirli; e quando il tempo Al bel lavor chiamava il gregge, alora

Di moro anco ingombrar l'ultime mense. Ma più sicuro, e più fedel consiglio Tengh'io, che fuor di quella prima etade Cui non nuoce variar l'esca di frondi,

Purché si pasca il verme, alcun non cangi Questa per quella foglia, ma a chi diede Prima de' gelsi il cibo, ognor di gelsi Insino al fin gli pasca; et a chi i mori

Volse prima assegnar, mori dispensi: Poiché fermo si tien che 'l mutar pasto Gli animali travagli, anzi gli uccida. Com'anco gli avverrà, se da' bei rami

Pargoletti rampolli e nuovi germi Cogliendo, incauta man gli pone avanti: Fur questi naturale esca e gradita Nei primi giorni lor, ch'ai nuovi corpi

Convenia più sucoso e molle cibo; Ma poi che lasciat'han le cune e i vezzi, Tal vivanda si vieta, acciò che 'l gregge, Fatto dal buon sapor voglioso e ingordo,

Troppa fronde non pasca, e 'l ventre carchi D'insoportabil pondo, e non ne segua Danno a le piante, e danno insieme a' seri. Morir vedransi ancor, se 'l grasso umore

In che l'amara uliva si trasforma Sotto il pesante sasso in alcun modo Sovra di lor cadesse, o l'olio ingrato Nei lauti cibi de la noce insana,

In cui fatto s'avea l'albergo il tarlo, Liquor che dona il nutrimento al lume D'affumicata lampa al verno, mentre Schiera di donne umili, oprando l'ago

Od il telare o 'l fuso, il sonno inganna, E de le lunghe notti in parte passa L'ore noiose, onde si cuopra, e nutri Di sue fatiche i pargoletti figli.

E vidi anco restar più volte i seri Gravemente storditi, in preda a Lete, Vinti dal forte odor d'aglio o cipolle, Di che avea poco dianzi ingorda fame

Cacciata altrui, ch'a la vil mensa incolta, Dal suo fresco giardin, semplici e vaghi Portati i cibi avea d'erbe e d'aggrumi; O di voi forse, amate donne, alcuna

Cui giovi rimembrar le parche cene De l'età prisca, alor che l'alte quercie Nutrian senza sudor gli antichi padri, Né svenar si solea la damma o 'l tauro,

Né far del ventre uman sepolcro indegno Ai pesci, a l'umil fere, ai pinti augelli; E non temea la gente al commun orto Di siepe cinto chi 'l suo caulo o 'l pomo

Furasse, e 'l letto era ne l'erba, e 'l cielo Ogni animal copria benigno e chiaro: Giunge ratto il vapor, che grave spira E grave olezza, a la più nobil parte

Del vostro verme; indi si sparge e serpe, Qual ria cicuta, a le più interne e ascose, Ove il vitale umor corrotto estingue. Vostra cura fia dunque, accorte donne,

E più di voi, donzelle ai seri amiche, Di non solo lasciar per questo tempo (Che sete al gran servigio assidue e intente) Gli agresti cibi, ma con occhio accorto

Veder che stolta fante o rozza ancella Al degno gregge non s'accosti, o porti Lucerne o lumi intorno, ove l'olio arde: E per queste, e per molte altre cagioni

Non siate a ciaschedun dolci e cortesi, Ch'i donneschi lavor veder procuri, Di condurlo al presepe, e di mostrarli Liete ch'indarno a voi non passi il tempo,

E narrar la cagion che d'anno in anno V'ha doppiato de' seri il nobil frutto; E di questo e di quel, di tempo in tempo Ogni cosa contar che torni in mente:

Siate nel ragionar prudenti e scarse, E mirate qual passo, e volto, e voce, Qual occhio, e 'n ricercar qual modo osservi. Noto non v'è quanto sia scorta e scaltra

Talor non conosciuta vecchiarella? Che con parlar facondo e lusinghiero, Maisempre i più devoti e santi nomi In bocca avendo, al finger pronta, ha dentro

Pieghevoli costumi e vario ingegno, Con cui fa male il bene, e 'l mal dimostra Aperto bene? e con mille arti e modi Cerca dal bel sentier le menti caste

Distôrvi, o fare ai seri e a l'opre vostre Acerbo danno et impensato oltraggio? Sì che del lor parlar bugiardo e finto Più non vi caglia che di folto stormo

D'augei loquace, e de la stanza il passo Chiuso tenete a sì proterva gente, Ch'a le fauci d'Averno e d'Acheronte Spesso conversa, e a l'acque stigie intorno

Spesso s'aduna, ond'ella prende il nome. Suol questa unirsi in solitarii luoghi Ove il sol non risplende, e dove adombra Maisempre notte et infernal orrore,

E caligine e nube, e in alti boschi Ove armento non pasce, e gregge a l'ombre Pastor non guida, e 'l peregrin, da lunge Passando, il loco infausto a dito mostra:

Ivi mentre la notte i campi immensi Del ciel cuopre con l'ali oscure, e 'l sonno, Ozio de l'alme, oblio de' mali, i sensi Lusingando rapisce a ogni vivente,

Questa d'ogni mal vaga e immonda setta, Innanzi al suo Signor, cui fatta è serva, Parte a piè si riduce, e parte tratta Da spirti erranti in varie orribil forme,

Di centauro, d'arpia, di sfinge e d'idra, D'irco, di drago, e d'altre fere e mostri, A li profani balli, ai rei conviti, Et a perverse e detestabil nozze

Di fallaci sembianze, inique e vane, Che sotto imago or d'uno or d'altro sesso Scelerato diletto in sozzi modi Danno, seco allettando ogn'empia voglia,

Di Cocito i ministri; orrenda schiera, Che da l'eterne stelle al tetro abisso Precipitar giù i fulmini tonanti. E quando parte dal concilio infame

Con lividi occhi di furore accesi, Empie l'aria di peste, e ovunque passa Fuggon gli augelli, e le selvaggie fere Vedi ridursi in più solinghe grotte,

E 'l bel verde sparir dai lieti campi, E seccar gli arboscelli e morir l'erbe, Infin dove il suo duce impone, e dove La spinge invida voglia o di vendetta

Ingorda, e accesa sete, o fiero orgoglio Con orribil potenza e forze maghe: Disperde il parto a l'infelice madre, Il latte di rio tosco asperge, e 'l corpo

Al tenero bambin disrompe e snoda In varie guise; e di consorti amanti Il toro congiugal turba; e procelle Fra la sposa e 'l marito, e 'l padre e 'l figlio,

E la suora e 'l fratel mesce; e le case Di ruina e d'orror empie, e di lutto: Così col guardo, e suffumigi, e carmi, Disperder può de' seri e vita ed opra,

E fabricar novi e inuditi inganni, Oprando ogn'arte acciò che vostra speme Nel più bel pera, onde s'opprima in voi Da schernito pensier cura sì ardente.

Ma perché, oltre il guardar l'amato gregge Da tanti mali, e proveder sovente Che nulla infirmità gli faccia offesa, Soviemmi ancor ch'ai seri umili e cari

Una volta il digiun più danno reca Che mille ogn'altro morbo, or dirvi intendo Com'empia fame in mille guise e modi (Colpa forse di voi) gli annoi e prema,

E quanto far si deggia, acciò che oltraggio Da lor fugga sì infausto; o almen perdono Lecitamente a voi ne venga, e 'l fato Solo s'accusi, e del soverchio affanno

Ch'al pregiato lavor rinchiude il passo, Fia la cagion del ciel, né altrui s'ascriva. Sappi dunque ciascuna, o per consiglio Di chi n'è dotto, o per suo proprio aviso,

Quanto ai gelsi che tien nel bel suo campo O nel vicin terreno a nutrir basti Inanimato seme, e quanta fronda Vada a pascer da quella i nati vermi;

Acciò non venga a voi com'a quel duce, Che senza aver riguardo al parco vitto, Molta schiera di gente entro la rocca Aduna, e sostener, folle, si crede

Di potente avversario assedio lungo. E se ben sieno assai, com'altri estima, Dodici piante a un'oncia di quel seme, Pur di lasciar vi essorto in ogni caso

Tanti alberi di più, che ancor si vaglia Dare al terzo di quello esca bastante. Se poi da la semenza i chiusi seri Vengono al mondo, o per calor del sole

Ch'a l'uscita del verno oltre l'usato Cocenti spanda i raggi, o ver ch'in parte Fosse da voi tenuta, ove da presso Da l'immaturo germe altro fervore

D'ardenti fiamme abbi i vitali spirti Per forza desti, anzi che avesse il moro Spuntate fuor le prime gemme, alora Pascer convien l'intempestivo parto,

Perché danno maggior non segua a questo, Con altre gemme d'olmo, o con novelle Foglie d'ortica, o bieta, o di latuche; Sin che rivesta il ciel l'usata pianta

Del vago onore, e de l'amiche frondi. Più volte suole ancor Giunon superba E gelosa, scuotendo umido il lembo, O versando acqua accolta in duro gelo,

Improvisa apportar fame al bel gregge; Cui forza fia negar, quand'ei più brama, Il dolce cibo, o perché umida e molle La fronde sia, o perché i rivi e i fiumi

Adeguando talor l'Eufrate e 'l Nilo Vincono argini e ripe, e 'n copia tale Versa l'acque importune il nembo oscuro, Che per buon pezzo altrui vieta allargarsi

Dal chiuso albergo, e verso i campi andarne Per isfrondar le piante e i verdi rami De l'ampia possession poste in disparte; O perché il gran furor del cielo irato

Col rabbioso spirar di venti e d'acque Svelte ha le piante, e franti i rami, e scosse Le lievi foglie: onde fia ben ch'appresso Al loco ove a tal cura e studio attendi,

Anzi del tetto a qualche lato intorno Ch'Aquilon fugga, aver parte de' gelsi Da sì gran mal sicuri; e questi dènno Serbarsi a tal bisogno, e non spogliarli

De l'alte chiome lor sino a l'estremo. O ver pria che si oscuri il cielo e ingombri Di folte nubi, al solitario bosco Vada stormo di gente, e 'l forte dorso

Con sacchi e lievi corbe e con fiscelle Prema, e 'l pigro asinel seco abbia onusto Di frondi asciutte, acciò che l'ampio ovile Resti d'esca munito insin ch'Apollo

Sgombri i venti e le nubi, e 'l ciel rischiari; Che in quantità serbar per duo o tre giorni Puotrassi, pur ch'in cave ella si metta Ove acqua non ristagni o stilli, e 'l raggio

Solar non giunga, e sopra i deschi stesa Sia al vespro, e sia al mattin volta e rivolta. Quanti e quanti prodigi il sommo Padre Che 'l ciel regge e governa al suo buon seme

In terra posto ha dato, onde provegga Quel che tragge il mattin, ch'Espero adduce! E ciò non sol con l'arte infusa e data A mente più sublime, acciò che intenda

De le stelle il valor, che muove il mondo; Non sol per l'osservar con longa prova La malizia e bontà di quella e questa, Né tanto col saper chi scenda o monti

Dei lumi erranti e de l'imagin fisse, Ch'a' primi tempi già vide la gente, Quando avea il ciel capanna, e terra il letto; Né sempre col mirar fra carte e libri

Se guardi irata Delia o se benigna Il fiero dio ch'i propri figli inghiotte, Se il padre o Marte o 'l suo fratel vicino, Se inver Ciprigna o 'l messaggier di Giove,

Qual sede fra lor sia, qual faccia, e quale Congiungimento, aspetto, e forma e moto: Ma da la terra e quel ch'essa produce, Da le selvaggie fere, e da' animali

Ch'umili rende a noi natura od arte, Da l'acqua e l'aria, e dai più noti lumi Che parturio Latona e 'l cielo accolse, Lasciato ne ha benigno alti segnali,

Onde ci venga noto il suo pensiero, Tanto avvanti al seguir, che ben si puote Gravi oltraggi schivar da chi gli ha cura. Così da' più communi e usati segni

Certo presagio aver solete, o donne, Quando sia per turbar le selve e i campi L'acqua improvisa, il vento, e la tempesta. Vedrà s'Aquilon s'arma a farci guerra

Semplicetta donzella a l'ore oscure, Sotto al suo tetto intenta a l'opra e al canto, Traendo a la conocchia il crine incolto Con la sinistra man, che spesso bagna,

Mentre l'altra l'avvolge intorno al fuso, E ascender mira il nutritivo umore Che 'l lucignol del lume in cima ingombra Di putrefatto e picciol fungo in guisa,

Che spesso dal lavor la sturba e chiama Con la festuca a rischiarar la fiamma: Ch'offuscata scintilla, e 'l gran nimico De' sorci anch'ei gli accenna il dì piovoso,

Quando al foco vicin si liscia il capo, E caligine densa in copia molta Fumicato camino a terra spande. Vede ancora il pastor vegnente pioggia

Qualor la grue da le palustri valli Al ciel s'innalza, e la formica avara Corre con lunga schiera al picciol antro O fuor l'uova ne tragge. E con l'immonda

Bocca il lordo animal che cerer placa, Or di cenci, or di fien sciogliendo i fasci, Gli getta in alto, et ei s'allegra e salta. Ode anco rissonar l'alpestre selve

D'alto rumor d'Euro, di Coro, e Noto. Non men s'inganna ancor rozzo bifolco Di ricondur l'armento a l'ampie stalle, Pria che ben sazio sia, mentre s'accorge

Che 'l bue, levando al ciel la fronte, accoglie L'aura con ampie nari, o che lampeggia La parte d'Aquilon fra tuoni e nembi; O pur la crudel figlia il padre Niso

Segue più fiero ognor, per far vendetta Del tolto crin sopra il suo sangue ingiusto. Il pescator non bada anch'ei più al lito, Né ai stagni intorno, ai laghi, ai rivi e ai fiumi,

Ma se ben potea far più ricca preda, Con sollecita man le reti avolge, Sian piene o vuote, e 'n ver l'umil casetta Vanne veloce e quelle porta, alora

Ch'ogni marino augello o ch'aggia stanza In laghi e fiumi, or su minute arene Scherza giocondo, or sotto l'acque il capo Tuffando bagna il sen con gioia e speme

Di presto umor, che per lavarsi attende; E quando la cornacchia impura vede Che sola seco spazia in secca sabbia, O ver tra giallo e smorto a le prim'ore

Del giorno il celeste arco a bever l'onde Per riversarle tosto, o ver se 'l mergo Dal mar con più stese ali al lito il volo Ratto rivolge, e de' suoi rauchi gridi

Riflette il flebil suono ogn'antro e scoglio; Né mai fallace gli è la schiera immonda Di folache in fra lor vaganti in secco, Né lo svelto arion, cui più non cale

Di lago o stagno, in fra le nubi alzato, Scherzante in varii modi e 'n mille giri. Talora il buon cultor prevede il tempo Che nuotar dèn le biade in mezzo ai solchi,

O innondarsi le vigne e i verdi prati, Da secca fronde, o lieve paglia a volo Veduta andar girando in vago errore. Il peregrin più e più s'affretta, i passi

Raddoppia ancor che stanco, acciò che giunga A l'albergo lontan pria che 'l gran turbo Allaghi i campi, abbatta i paschi, e schianti I lieti rami, e l'orrida procella

Faccia a lui danno ancor, quand'egli mira La vaga rondinella al molle fango E intorno a l'acque irsi aggirando, e quelle Quasi premer co' piè, toccar coi vanni,

E nel lotoso albergo ode addoppiarsi De le noiose rane aspre querele, E per l'aria armonia gracchiante e strana Di tristi corvi, in folto stormo accolti.

Che direm noi dei marinari industri, Che 'l tempo san che dal sicuro porto Non debbon rallentar l'aspre ritorte? O ver se solcan l'onde quando al lito

Volger dènno le prore e in qualche seno Veloci ricovrarsi, acciò che tardi Non chiamin poi ne l'alto in spessi voti E Glauco e Panopea, Netuno e Teti,

Raccogliendo le vele immonde e rotte, Molli il crin, lassi il petto, e stanchi il fianco. Veggon questi se 'l sol s'asconde, e quando L'aria in nubi si stringe, e muove il vento,

Guardando in mar l'onde spezzate, e 'l gregge Di Netuno scoperto, e a salto a salto Il guizzante delfin fuor del suo letto Con la gran schiera andarsi in altra parte

Ove il futuro mal men danno apporti. L'ira del ciel prevede ancor la notte Dagli accesi vapor, che quasi stelle Paiono a' risguardanti, a l'aria sparsi,

Di fiammeggiante albor segnando il calle. Indizio fermo han di futura pioggia Quando a noi torna la novella luna Con fosche corna, e del suo globo ancora

La parte che dal sol non prende il lume Veggono avvolta d'una nebbia oscura. Ma se par ch'ella armi le guancie e 'l volto D'iracondo rossor, turbato il mare

E fian dal Borea e l'Austro i colli scossi. Se poi nel quarto dì che 'l corpo infiamma Lieta si mostra, e più ch'argento chiara, Quel giorno e gli altri appresso in tutto il corso

Del camin suo fian d'ogni oltraggio scarchi: Onde non gli paventa altra montagna Di nembi invano al cielo alzati e sparti Che non vadano avanti arditi e pronti;

Come faran se 'l sol (ch'anch'ei non dubi Segni gli mostra), alor che spunta fuore Per ritornarci il dì, lucente e pura La fronte estolle, e quando il morso aurato

Toglie a' corsieri suoi per darli il cibo, Ha d'onesto rossor pinta la faccia. Onde a l'amica sua più vago e bello Appare, e mentre in braccio a lei si posa,

Spiega la notte il suo stellato manto Chiaro e sereno, e senza nube alcuna, Talch'i più chiari e più lucenti lumi Levando agli altri ogni splendor, si scorge

Adorno il velo suo di rare fiamme. Ma se quando al mattin sorge, ei li mostra La faccia di color varii dipinta, E 'l biondo crin ristretto al capo intorno

D'oscura benda avvolto, o l'ampia fronte Si vede alquanto pallidetta e smorta, Rompendo in qualche parte ad ora ad ora Con raggi suoi l'oscura gonna, e vienne,

Nunzia pria del suo mal, la mesta Aurora Anch'ella di dolor fatta simile, Lasciando il suo Titone: il ciel quel giorno Spessa grandine avventa, e immerge i legni.

Poi quando il carro in mezzo l'onde attuffa, Se rancio appare, umor gli addita; e rosso, Vento gli annunzia; ma s'ei cinge e cuopre L'aurata chioma di ghirlanda intesta

D'auro e d'oscuri veli, alor chi puote Degli audaci nocchier il fragil legno Quella notte campar da le vaste onde, O qualche flutto amico al fin sospinge

La nave a terra combattuta e vinta, Ponga a parte non vil prezzo d'argento, Onde il naufragio alcun pittor descriva O stampi i finti legni, e tosto giunto

Al patrio albergo, i voti scioglia, e accresca La tavoletta sua gli orribil casi Ch'in più di mille guise al tempio antico Cuopron le mura, gli archi, e le colonne.

E chi fia ch'ose il sol chiamar fallace, E bugiarde le stelle? e Delia finta Chi fia ch'estimi? or non vedemmo, avanti Ch'a noi togliesse invidioso fato

Il sommo padre tuo, Signor che reggi Fido e sostieni il suo valore e essalti Con la tua la sua gloria, aver le stelle Disposta una di lor con lunga schiera

A segnarli il sentier di pure fiamme Ove passare avea per gire al cielo? E la luna vestir mirabil lume A la seguente notte, invan credendo

Opporsi al novo sol col suo splendore? Taccio che 'l nunzio alato il divin nume Riverente inchinasse, e da Ciprigna Fosse ammirato; poi che 'l sol fe' nota

L'allegrezza del ciel non la sua luce, Che veder non lasciò, come il gran Marte Gli desse strada, e l'onorasse Giove, E Saturno il fuggisse; non che tanti

E tanti invidi sguardi d'altri eroi Che la stellata sfera accoglie in grembo, Oscurarsi veggendo ogni lor pregio Da un'alma più d'ogn'altra illustre e degna,

E per fama e valor celebre e rara. Così a voi, donne, serviranno i segni Ch'han del piovoso e del sicuro cielo Il pastore, il bifolco, il cultor saggio,

L'accorto viatore, e 'l nocchier dotto; Perché talor del tempo non v'inganni Un bel sereno, e l'aria queta, e 'l vento Tacito sì che non pur s'ode o vede

La selva mormorar, né mover ramo, Ma da voi s'antiveda ognor da lunge Se fra breve ora, al giorno o ver di notte, Hanno i campi a innondarsi, acciò che a tempo

Si corra a la foresta, e 'l gran presepe Di frondi si munisca, e di vivande, Pria che Giove e Giunone ed Eolo a terra Mandin folgori e gelo, e nebbie e venti.

Nuoce l'umida selva ancora ai seri Di lauro, o rosmarino, o vil ginestra, In cui sale a spiegar l'alte ricchezze, Se da la cara madre ella fia tolta

Con la cruda secure al tempo istesso Che in uso avrà da porsi; onde conviene Ch'un anno almeno in logge e stanze apriche Si serbi e si ritenga, e quivi spento

Il naturale umore, al fin si ponga Secca vie più ch'arido fieno in opra: Onde potria talor molti e molti anni Quell'istessa iterar l'uffizio usato.

Né minor danno ancor suol fargli il legno Di noce, quando a lor s'appressa e serve Come si sia: però non culle o letti Di quello abbia unqua il gregge, e non sen formi

Il gran teatro, e non si colghin giri In cui l'opra dee far chi non s'inselva. Se poi ne la stagion che ascender deve L'alta foresta scorgi il gregge tutto

O gran parte de' seri inferma e stanca Irsi aggirando al suolo, accorte donne, Ponete i vermi ad uno ad un sui rami, O de' ritorti e inanellati nastri

Di legno, in copia molta al suolo sparsa, Ogni mensa s'ingombri a piè de' tronchi, Ch'ivi l'opra faran; ma non sì cara Quella poscia sarà, come se 'l verme

Generoso vigore al bosco adorno Sospinto avesse; e ciò dal cibo infausto Che lui fu dato avviene, e fia la colpa Del curator de' vostri campi lieti,

Che sol pensando al ben che 'l gusto alletta, Vago d'averne loda, attese solo A coltivar le piante ai seri amiche Fra le più ricche zolle, e con lo sterco

E 'l vil letame, in quel medesmo modo Che 'l moro cole, acciò che 'l dolce frutto, Quando per trapassar la calda estate Senza alcun danno ei solo adorna e ingombra

Le mattutine mense, appo il suo donno Con più grato sapor pregio gli acquisti. Onde, or non serva il moro al gusto ingordo, Ch'altr'opra il chiama, e quel parer si fugga

Di piantarlo in terren morbido e grasso, Ma il più magro e pietroso or qui s'elegga; Pur che l'alber non cresca appresso a stagni, O in umido pratello, o in chiusa valle,

Ove quando al Leon gl'irsuti crini Coi caldi raggi il buon pastor d'Ameto, Dal Cancro uscendo, infiamma, alor che 'n cielo Del giorno il suo camin mezzo ha compito,

A pena ancor la verde chioma indori. Simil piaggia, ugual cura il gelso brama: E perché l'uno e l'altro in ogni campo Sì parcamente abonda, e sì fallaci

Son queste piante anzi un compìto lustro, Grave studio, somm'arte, e pronto ingegno Intorno al culto lor vien che si metta Da chi n'ha il carco, e da chi ha volto il core

Al serico travaglio, acciò che insieme Degli alberi il doppiar raddoppi il frutto Dai nobil vermi: ond'a voi, donne, ancora Grave non sia veder ch'al giusto tempo,

Quando dai dui german si parte Apollo Per ricovrar con l'animal che offese Alcide alor che uccise il fiero mostro Di Lerna, acciò che il corso indietro apprenda,

Il saggio agricoltor dei giardin vostri Colga i frutti maturi, e quelli intieri Vada piantando a file longhe in quadro Di perfetto terren ne l'orto eletto,

Con picciol solco intorno, ove introduca Contra il secco calor del Sirio ardente, Per poterlo irrigar, vago ruscello; E per fuggir de l'empie talpe il danno,

Di quello il margo ancor circondi et armi D'acuti e picciol pali in terra fitti Un piede almeno, e spessi, acciò ch'a quelle Punte appressando il muso, indietro offeso

Fugga il cieco animale; o vero un d'essi Tolto con arte vivo, il ponga in urna Sino a l'orlo sepolta, alor che il loco Febo a Delia concede, et a' suoi stridi

Ratti correndo gli altri, e dentro il vaso Cadendo a schiera a schiera incauti, al giorno Quivi molti vedrai cattivi e presi Cui la curva prigion poi niega il varco.

Poscia il quadro di fimo ammanti, e cuopra Di paglia e stipe, acciò che mentre al vespro Et al mattin l'innaffia, il suol commosso Troppo copioso umor non prema e ammachi,

O con l'aspro calor non ferva il raggio Del sol entro le vene al nuovo erbaio, E le sparte ricchezze arda e consume; Né quindi levi mai l'ispida gonna,

Finch'apparir fuor del terren non mira La pargoletta selva, e mentre il caldo Avrà forza e vigore, ognor la bagni. Ma quando il rio Scorpion Cinzio abbandona,

Per gir col precettor del forte Achille, E già tuffar veggiàn nel fosco occaso (Pria che l'Aurora il bel purpureo volto Del geloso amator rapisca ai basci

Per far la scorta al giorno) Elettra e Maia Con le gelate suore, e 'n fronte al Tauro Farci segni di neve e di pruine, Formi di paglie o giunchi o lievi canne

Vil casetta o capanna, intorno intorno Chiusa dal lato in poi ch'have al meriggio Volta la fronte, e 'l campicello e 'l bosco Cuopra, al verno crudel facendo schermo;

Sin che si vegga al vespro il maggior Cane Immergersi nel mar stanco e anelante Per la smarrita traccia, e 'l Lepre ascoso: Svella alor quei le piante, e le trasporti

In terren molle e grasso, e compartisca La selva sì che fra una pianta e l'altra Distanza cubital di suol vi resti, Acciò che il zappolin rivolghi al cielo

Di quell'erbe crudei l'empie radici Che negli altrui confini usurpan seggio, Onde quella virtù ch'era già volta A nutrir l'erbe ingrate or meglio intenda

Ad ingrossar le più felici piante. O ver, come ha introdotto uso novello De' più scaltri cultori, i colti frutti Metta in secchio ripien d'acqua, e li prema

Sì forte con le man, che in mille e mille Pezzi li squarci e rompa, e strugga e sfaccia, Sin che ne vada il miglior seme al fondo, E 'l più vil resti a galla, e l'onda infiori

Con la parte negletta, e quella al suolo Gettata e sparsa, il torbo umor pian piano Versi dal vaso fuore: indi ne tolga Il grato seme, e ad asciugar lo ponga

Sovr'asse, ove del sol non fieda il raggio; Poscia il serbi sicuro, insin ch'al cielo, Mirando fiso al mattutino albore, Vedrà il destriero alato ogni sua stella

Condur ruotando in sotterranei chiostri, E seco Delia il suo bel lume accresca: Sceglia alor questo un giorno, e mentre scorge Calar del gran pianeta al nido i raggi,

De la gran madre al preparato grembo, Cui fatto avrà con vanga e zappa e rastro Cento rigide piaghe, e fuor del piano, Col gran cribro di ferro, un palmo alzato,

Il commetta a nodrire; e de le stipe Il manto, e d'innaffiar l'usata cura Ch'agli altri avea non lasci, anzi la segua, Come già detto abbiamo a parte a parte,

Sin che dal suol le fortunate piante Vadan poggiando in alto, e con più vaga Vista formin di sé verde foresta Che gli occhi alletta; onde il boschetto intorno

Di pruni s'armi, e di pungenti spine, Acciò che avida man d'uom, cui pur piace De l'altrui faticar nudrirsi, il frutto, La notte o 'l dì, con forza, inganno od arte,

Quando il credete aver, non furi e involi; Né greggia incustodita o sciolto armento, Coi piè, col morso, e con le corna e 'l petto, Ogni vostro lavor depredi e stirpe.

Il che ancor far si de' qualor ciascuno Di quegli alberi adulti in steril seno Cerere accolga, o per l'apriche rive, Per nude piaggie e strade, o per ghiarosi

Prati e giardin s'andran piantando soli. Ma perché suole il moro esser più tardo Che 'l gelso ad ingrossar l'umil suo stelo, E lento assai più al ciel dispiega e a l'aura

I ricchi rami e le più ricche frondi, Lodo che per sentir dei sudor vostri Mercé più pronta a coltivar s'attenda Questi dal curatore, anzi che gli altri.

E più tosto il piacer n'avrete ancora, E de' vermi allevar tante famiglie Potransi in breve, se innestar farete Sugli altrui fusti i gelsi, onde si mostri

Come le non sue membra un alber nutri; E come a questi ognor novelle e verdi Cime togliendo, in risecata verga O ne l'istesso tronco ancor robusto

Di pomo, di castagno, o cornio od olmo, O di selvaggio pero o bianca pioppa, Si ponga il cespo ignudo, e fuor s'adatti In modo tal l'una con l'altra scorza,

Che l'un con l'altro umor consorte e misto Di concorde vigor, salendo insieme, Pasca e fecondi, opra pietosa, i rami Altrui strania radice, e l'altrui frondi;

O ver, come altri suol, dal gelso svelga Nuova gemma o rampollo, e in tal ferita Trasporte, ove la pianta ha diramata, Che sia la giunta uguale al danno; e avvolga

Con larga fascia, ch'indi unqua si sleghi, Di nutritivo umor de la gran madre Salubre impiastro a risaldar la piaga. O (qual vecchio pastor ch'un verde ramo

Spoglia de la sua buccia illesa e intiera, Onde componga al pargoletto figlio Strana zampogna, che 'l trastulli e avvezzi Quindi poscia a sonar più industre avena)

Lievi intiera la veste a un picciol tronco, Pur ch'in sé due o tre occhi ella contenga, Del gelso, e in modo tal ne adorni e cinga De li nomati ceppi i picciol bronchi,

Fatti pria d'altretanta scorza ignudi, Che qual la propria gonna li rivesta: Ch'indi stretta si leghi al nuovo corpo Con sottil filo ambo gli estremi, e dove

Questa con la natia s'aduna e giunge, Et ove arriva a la recisa parte De la sbucciata verga; e i dotti incastri Con rubiconda cera e chiuda e stipi,

Ch'in breve si vedrà fuor di quegli occhi Spuntar le gemme altrui pedale antico. Né questi modi sol, ma mille e mille Ne tenta l'arte, ove natura inchina,

Veggendo ognor l'alber dal seme sorto Sì tarda e frale aver sua breve vita, Ch'in cuna muore, o non morendo al fine Troppo selvaggio e stanco il frutto adduce;

Onde in sì varie guise il buon cultore Intorno a l'inestar l'ingegno adopra, Che 'l narrarlo fia longo, e poca fede Daria al mio dir chi non lo sa e nol prova:

Tal meraviglia n'han gli alberi istessi, Qualor si vidde il pero ogni sua chioma Di perseo pomo ornata, e 'l robusto olmo Su le radici sue l'immondo gregge

Mirò franger la ghianda, e 'l duro cornio, Ch'a bifolchi porgeva acerbe bacche, Di dalmatiche prune i fior produsse; Così quei fusti infruttuosi e incolti

Fian per voi tosto i più onorati e cari. Dei giorni poi miglior de le stagioni Che il ben dotto villan sceglier si deve Acciò che il seme sparga, e gli arborscelli

Nel suo terren trapianti, o i nobil rami In varii modi inesti in varie piante, Diversa e incerta opinion n'ha 'l volgo: Pur seguendo il parer dei più vetusti

E scaltri agricoltor, concludo e dico Che, di quante stagion ruotando apporta Il bifronte signor dal Capro al Cancro, Alcun non v'è più convenevol tempo

Di quello in cui d'Amor la bella madre Spira foco dal ciel, che tutta infiora In premio del suo ben Cerere amica, E il freddo giel togliendo, a quella pianta

Che Bacco onora il suo favor comparte: Allor Zefiro mena, e 'n bel sereno Del ciel le stelle spiega, e l'aria ingombra Di soave armonia; con dolci accenti

D'augelli i venti acqueta, e l'onda rende Placida al mare, e 'l cristal torna ai fiumi; Manda dagli antri a le campagne adorne, Scherzanti insieme, allegre fere e snelle,

E sotto l'ombre in prati, a' fonti intorno Muove l'aure a sentir, muove sue Ninfe, E lei nascosta gode al suono intenta, Dolce cantar d'oneste donne e vaghe.

Il sommo padre ancor con la gelosa E superba Giunon si riconsiglia, Ond'ei nel grembo suo lieto disceso, Essa nel grembo suo lieta l'accoglie;

E di tal vista è sì invaghito il mondo, Ch'empie il ciel di dolcezza e gli elementi, Et a riamarsi ogni animal s'infiamma. Questa è la vaga e dolce primavera,

Che dà la vita a' nostri seri amati, E di loro il cantar m'addita e insegna. Non credo mai che 'l gran Prometeo ordisse La bella sua fattura in altro tempo,

Né che spargesser mai lor primi raggi In altro tempo i lumi erranti e fissi: Primavera alor fu, primavera ebbe Il secol d'or, quand'ogni fera e augello

Vider la prima luce, e quando l'alma Diede il Motore eterno al padre antico: Or com'ella benigna il suo favore Presta a' sovrani Numi, agli uomin presta,

E gli animali a propagarsi invita, L'aria empiendo d'amor, la terra e 'l mare: Così 'l giocondo April l'aura amorosa Comparte a l'erbe a' fiori, et a le piante

La sua rara virtude, e largamente Il fecondante umor ministra a' gelsi. Cui pur ne resta ancor trovare il loco Atto a tenerli in vita, acciò che indarno

Alcun non s'affatichi, e 'ndarno sudi, Per aver nel suo campo alber sì degno, Cui si renda il terren contrario e schivo, L'aer sia tristo, e 'l clima aspro e noioso:

Perché i delfin ne le più secche arene Avran la stanza, e 'l fier leon fra l'onde L'irsuta chioma andrà scuotendo allegro, E gli anni sciolti d'ogni usata legge

Meneran fior l'autunno, i pomi e l'uve Al tempo novo, al verno spiche, e ghiaccio A mezza state, anzi che 'l moro o 'l gelso Sotto un contrario ciel frondeggi e viva.

Così le grazie sue dispose, e i doni Compartir volle a la bell'opra e santa De le sue man, colui ch'a un cenno eresse Quanto risplende in terra, e 'n ciel riluce;

Come ancor mosso da giust'ira e sdegno Contra il perverso seme uman divise In vari modi il male, ond'uom si purghi Dagli empi falli e rei, e s'è pur buono,

Quivi, com'in foco or, s'affini e provi. Qual patria dunque fia propizia e cara A quest'alber gentil? qual proprio loco Lui concesse natura? e qual paese

Tanto fu a Dio diletto, e grato tanto, Che col bel don di sì onorata fronde, Del gran pregio de' seri adorno e onusto Farlo per sua pietade abbi voluto?

Diròlt'io pure? o per fuggir l'obietto Che 'l troppo amore mi trasporti e inganni Fia ben ch'io 'l taccia? Ah, non sia ver, ma s'abbi Il mio dolce terreno e 'l caro nido

Questo devuto onor da la mia penna. Canti i fatti de' suoi greco facondo; Il suo Augusto, Maron celèbri e canti: A me, ch'in queste piagge, e sotto l'ombra

Nacqui del mio gran Carlo, e queto vivo, E di loro e di lui non si disdica Fregiarmi il crin negletto, e ornar le carte. Fra quante cuopre il cielo, e cinge il mare

Provincie eccelse, e questa immensa mole Nel grembo accoglie, e vide occhio mortale, Non è chi vinca, o d'alto pregio agguagli L'antica Esperia, e 'l vago ausonio lido,

D'armi potente, e d'abondanti glebe. Lascia a questa l'onor, la gloria e 'l vanto Il britannico suol, benché il suo gregge Lupo non tema, e 'l rio venen non porti.

Lascialo ancor, d'olio e di mel feconda, La nuova e grande Esperia, il terren gallo Fertile e ricco, e di foreste adorna L'una e l'altra Germania; e le gran caccie

De' sarmatici campi, e col suo argento Pannonia, e di destrier Tessaglia donna; Del grande Olimpo, che 'l suo capo estolle Sopra le nubi, la pirite e i fiori,

Di Creta e Lesbo la copiosa vite; Asia, Licia et Armenia, e 'l caldo Egitto, Con Arabia e Soria, d'incenso e mirra, Di croco e d'altri odor ciascuna colma.

Taccia l'Africa, e Libia, e 'l popol negro, Con l'aromate piante e l'eban raro, L'India col bianco avorio, e l'aurea verga D'America e Perù; l'alte ricchezze

E i novi regni ancor di Magellane, Ch'a la trascorsa età degli avi nostri Primo scoperse uom di Liguria ardito, Sì che a un tuo figlio, Italia, ancor si deve

La lode e 'l pregio di sì fatto acquisto. Taccian, dico, gli Sciti, e s'altra gente Da noi lontana e sconosciuta alberga, Né di queste o di quelle alcuna ardisca

A l'ausonica madre nostra opporsi, Poi che gli abitator d'ogn'altro regno Han tutti onde temer di qualche oltraggio, O ver di qualche ben penuria gli ange:

Del Reno san le genti, e del Tamigi Quanto sia il lor terren molesto a Bacco, E ch'a schermir contra perpetue brume Vien che 'l paterno suol s'arda e consumi.

Sente l'Ibero e 'l Tago i caldi raggi Di più propinquo sole, onde le biade La lor devuta età viver non ponno, Et a pena il bel manto adorna i colli

Di chiaro verde, che 'l calor gliel toglie; La Sona e 'l freddo Ren non danno a Palla Il suo debito onor, perché privi ella Li volse far de l'onorata oliva:

E perché raccontar gli orribil ghiacci Del gelato Danubio, e i campi incolti D'Albi e Visula, a' quai natura avara Negò la vite, e tanti illustri doni?

A che or Eufrate, or Nilo, or Indo, or Gange Ad un ad un vo rammentando, e tanti Flutti inospiti, e mar riposti e piagge, Da l'Austro nubiloso a le fredd'Orse,

Poi ch'ognun sa qual di bontade manchi, E qual di danno abondi? Alcuno è privo D'ogni onor de le selve, alcun de' fonti Limpidi e chiari, onde l'ardor si spenga,

Altri ha inopia di glebe, altri di paschi, Ove guidi il pastor l'amata greggia; Qui laghi, quivi arene, e quivi il gelo Il cereale ben togliono ai campi;

Là van le fere tigre, e per foreste Rugge altrove il leon; gli aspidi altrove E gli empi basilischi han fero albergo; Quell'aria nutre i micidiali pardi

E i grifi, e quel terren mesce ai bei fiori, Et a l'erbe salubri, et ai buon frutti, Aspro venen, ch'i coglitori incauti Sotto vaghe sembianze a morte mena.

Ad altri poi, con loro eterno danno, Manca il culto divin verace e santo, Che l'alme ai buon cultor bea doppo morte. A te, Italia gentil, di qual ben parco

Fu il ciel giamai, qual mal t'affligge e preme? Tu sei del mondo unico ospizio e porto, Pace, riposo, e d'ogni mal restauro: Tu sola fosti fra tutt'altre degna

Di dare al genitor del sommo Giove, Per l'usurpato ciel, fido soggiorno. A te fra mille error, fra gran perigli Venne il famoso Ulisse, a te i penati

Portò del regno d'Asia il pio Troiano, Soffrendo onta del cielo. Or chi ti mira Volga a Calisto gli occhi, e volga ad Argo, E 'l mar che sopra bagna, e 'l mar che sotto

Al lito frange, e d'Adria l'onda e 'l flutto Tirren vedrà, che fra Cariddi e Scilla Giunti intorno ti fan sì nobil cinto. Volga a l'occaso, e ti vedrà da l'Alpi,

Di ghiacci armate e di perpetue nevi, Contro i barbari oltraggi ognor difesa; E 'n quelle aver radice i monti e i colli Onde sei tanto adorna. Ecco nel mezzo

Del grembo tuo rimiri u' nasce il Tebro; Indi segua il suo corso incontro 'l sole, Torcendo a destra, e 'l guardo fisi dove Siede Roma superba, altiera e santa,

Che sotto l'ali sue raccolse e strinse Le genti sparte in un sol giro, e tenne, Or serva or sciolta, or sotto a' regi, or retta Da illustri duci, or fatta impero e posta

Sotto un sol capo, quanti regni e quanti Popoli avea vicini, avea lontani: E quella elesse Iddio per degna sede De la sua sposa, e di chi tien la chiave

Che chiude et apre al regno eterno il varco, Ond'or sotto l'insegne e sotto il manto Del suo vicario al sacro alto vessillo Unito ha 'l seme uman, sin da l'estreme

Parti del mondo. Ecco disteso al lungo Il bel giogo Apennin, che ti divide Sì vagamente, e sue ricchezze sparge Per molte vene. Egli ha principio u' 'l Varo

Placido onora la famosa rocca Che fa termine ai Galli, e con la Macra Chiude Liguria al destro fianco, e manda Il florid'Arno inver l'etrusche rive,

Ov'han gran pregio i seri; indi s'estende Nel Lazio Albula antico, e parte il Lazio Col Lirio da Campania, e fra' Lucani E Picentini il Lao, Silaro e Sarno

Scorron superbi; e dal suo lato manco Rubicone e Ren versa, Asio e Druenza: Poscia a l'isole incontro, a' quai diè 'l nome Il gran Diomede, al mar tributo danno

Matrino, Aterno e Saro; indi Tiferno A la sinistra riva Apulia bagna, E l'onde ionie inver l'aurora accresce Di roman sangue e d'afro Aufido tinto.

Da questi, e da quei fiumi illustri e chiari Ch'hanno origin da l'alpi a Borea volte, Ch'al tedesco furor ti fanno schermo, E da mill'altri ancor, per cui si rende

Del tuo corpo ogni membro adorno e bello, Ai mori, ai vermi, et a quest'arte industre, Ond'è 'l divin lavoro in mille guise Carco di pregio, ogni favor discende.

Or ti contempli ognuno a parte a parte, E vedrà l'aria, quale il gelso brama, Tepida sempre, e 'l ciel sempre lucente Di candido splendor, che mai s'infiamma,

Né mai s'agghiaccia, e nudre i rami ai steli, Le frondi ai rami, e de le frondi l'ombre Ai dolci frutti, ai vaghi augelli, al gregge, A' semplici pastori, et a' bifolchi;

L'aure fresche mai sempre, d'odor colme, Di Dei, di Ninfe e d'uomini e di donne Allettatrici scaltre e lusinghiere. Riguardi intorno intorno, e scorga quanti

Superbi monti, ameni colli, e piaggie Verdi, valli fiorite, e fertil campi, Quanti laghi, paludi, acque salubri, E fiumi, e fonti, e mobili cristalli;

Selve, spelonche, piante, erbe, fior, frutti, E quel ch'è bello e caro; e quante opime Ville, ricche cittadi, e seggi augusti, E seni, e porti. Or questo adunque è 'l loco

Cui concesso ha de' cieli alto decreto Ch'in lui Natura ogni degn'opra mostri, E mostri ogni sua forza umano ingegno. Ove, sien pure arate, o sieno inculte

Le terre, allignar suole in selve e scene Opache il gelso, e i seri han grato albergo: Ma più d'ogn'altra parte eran felici Di tanto ben queste leggiadre sponde,

Cui lascia il primo onore e i primi doni Il Po, ch'ha 'l primo onore e i primi doni Dal Tanar, da due Dore, e doppia Stura: Pria che nutrisse il bel paese in seno,

Troppo benigno e dolce, il foco e l'armi, Empie voglie allettando a farli oltraggio, Onde a sé fu cagion d'acerbo danno. Ma non fu pur quest'arte in tutto estinta,

Anzi ognor si ravviva, e facil fora, Se (come accenna) il ciel favor li porge, Ch'ancor racquisti in breve il primo nome. Or, più ch'altrove, qui dunque potransi,

Donne cui d'abitarvi ha Dio concesso, Le piante cultivar gioconde e care Al soprano animal, cui sì gradita È tsquest'aria gentil, ch'i raggi estivi

Con zefiri e rugiade e fresche linfe Sì temprar suol che nullo ardor gli offende. E qual miracol fia, s'a questi piani Ogni grazia comparte il sacro rege

De li altri fiumi, a cui nel cielo è dato Sovra il sole e i pianeti eccelso spazio, Ove l'imago sua fiammeggia e splende? Ei dal Vesulo monte il queto piede

Stendendo, al fin di gran tributi altero Da Teti e da Nettuno accolto è in grembo. Lui Febo elesse, acciò che l'aspra morte Fosse men cruda al fulminato figlio,

Ond'a l'argin sinistro ancora serba Da le sorelle eretta egregia tomba. Ei dà nel vago sen grato ricetto A famose cittadi, e molti campi

Fastoso inonda, ma il bel capo e l'urna Tiene sotto 'l governo e 'l degno scettro Del mio gran Duce, e queste piagge amene Prima de l'altre tutte adorna e 'nfiora:

Però ghirlanda qui Cerere acquista Di gravi spiche, onde il cultor n'abonda; E 'n premio di tal ben serba il costume L'agreste gioventù di far nei giochi

Sacrati a lei de' più veloci e forti Tauri e del carro del bifolco prova. Qui il buon padre Leneo, festoso e dolce Più ch'altrove, a l'autunno i bei coturni

Lasciar non sdegna, acciò ch'i piè divini Tinga col vignaiuol di novo mosto: Sì che non lunge Asopo et Ismeneo Le torme van, né dal Citero ismario

Scende stuol di baccanti al tempio sacro, Ma tien qui la sua sede; e da' bei colli Che fan più ricca al Po la sponda destra, Tosto che l'alma vite, adorna e carca

D'acri racemi, addita al buon cultore De' suoi futuri don sicura speme, Sogliono i curator di quella unirsi Entro le nobil mura, e quivi aggiunti

Con tirsi in mano e tirsi al capo intorno Baccare al suon di tibie, e 'n mille modi Or pergole formare, or tralci, or vigne, Fingendo lor colonne et olmi e pali;

E d'antico Lieo fuor del suo albergo Tratto far colmi i vasi, e 'l sacro umore Libando, incoronar Sileno e Bacco. Qui Pomona, Vertuno e Flora il corno

Del famoso Acheloo, più assai ch'altrove, Empion di frutti e d'erbe e fiori e frondi. Qui in molte parti a la benigna Pale De' conservati armenti, in cento stadi,

Del reso onor si porge aperto segno; Né 'l semicapro dio contro i pastori Mostrò giamai la fronte irata e torva, Ma visto sempre fu con faccia allegra,

Del custodito grege il premio avendo. La cacciatrice Dea qui spesso mira Tornare i veltri affaticati e lassi, E d'alta preda le sue Ninfe onuste;

Né lor mancan le fonti, e l'ombre, e l'aure Ove l'estivo ardor si tempri e fugga. Qui Minerva si cole, e 'l Dio facondo; Apollo e 'l coro suo v'han grata stanza.

Qui è dolce or Marte; e non saetta Giove, Ma a ciascun giova, e lui con gli altri Dei Compartiti han fra lor gli studi e l'arti. Venere bella ancor col cieco figlio

Non meno queste rive e 'l popol lieto Apprezza et ama che Amatunta e Gnido, Veggendo or de' suoi don qui maggior parte Ch'in altro luogo accolta, e chiaro il pregio.

Che fia poi quando miri i colli e i campi, Qualor, mercé del ciel, lo strazio antico Di guerra in tutto avran posto in oblio, Di sì onorate frondi alzar le chiome

Ricche e superbe, onde quest'altro bene De' seri, e la bell'arte illustre e degna, S'accresca e torni al suo primiero stato? Cura, donne, di voi, poiché i divoti

Et amorosi vostri preghi accolse La pietosa Ciprigna, a noi tornando Pace tranquilla, alor ch'ogni ira e orgoglio Fece a Marte depor nel bel suo grembo,

E coi spirti di lui temprò i suo' spirti. Tempo fu già quand'altro a noi che pace Non venia manco, altro non dava affanno Ch'alto incendio di guerra, onde il paese

Ardea tutto d'intorno; or non ci offende Più militar furore, e i nostri Lari Hanno insieme con noi placido seggio. E del cielo a tal grazia altra s'aggiunge,

Che d'armi micidiali il lampo abbaglia Col lume suo quest'alma CATERINA, Ch'a noi pace conferma, e pace apporta; E 'l cui gran nome orna i miei versi indegni.

Cura ancor tua, Signor, da Dio prescritto A questo impero, a tanto onore assunto, Poi ch'hai d'Italia, anzi del mondo tutto La miglior parte; et ha sì caro il giogo

Quest'umil popol tuo, fido e devoto, Quant'ebbe al secol d'or l'antica gente Il viver senza fren libera e sciolta: Don ch'a poch'altri il ciel ch'a te concede.

Giungi dunque a tant'opre, a tanti studi Che 'l maturo tuo senno inventa e 'mpone A pro de' servi tuoi, quest'altro ancora: Segua adiutrice mano al buon consiglio,

Onde il dominio tuo, come d'ogn'altra Cosa che dia Natura e l'arte adorni, De' serici lavor porti anco il vanto. Ma 'l ciel s'imbruna, e tanto errando è gita

La nave mia per ampie, ondose strade, Che tempo è ormai raccor le vele sparte.

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Libro secondo · Alessandro Tesauro · Poetry Cove