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1558–1621

Libro primo

Alessandro Tesauro

Con qual cura e saper da un picciol verme Alto lavor si colga, onde fia adorno Di nuove pompe e nobil fregi il mondo, Leggiadre donne, a discoprir m'accingo

In questi carmi: e come in luce ei saglia, Si nodrisca, fecondi, e l'aureo frutto Porti, e da schiera di perigli scampi; Come surga dal suol l'amica pianta

Che li dà 'l cibo; e come a l'opra antica De la gran madre or pronta in varie guise L'arte soccorra, onde lo stame incolto Fia vago, oltre il natio, d'altri colori;

E quindi serva a ricche tele e drappi, Ch'altrui man dotta intesse, o l'ago industre Stampa di mille variate forme. Voi degne Ninfe, a cui concesse il cielo

Di questo verme il carco e 'l degno impero, Aprite il varco ond'io l'asciutte labbia Ne l'onda d'Aganippe immerga e bagni, Se non al proprio loco, ov'altri beve,

Almen nei discorrenti ed umil rivi, Perché con voce assai men fioca io vaglia Spiegar sonando i vostri eccelsi onori. E tu suprema sopra ogn'altra Ninfa,

Scesa da' più famosi invitti eroi Che fosser mai, d'un sommo rege figlia, Il cui superbo manto adombra e copre Più che non vinse o resse ogn'altro braccio

Nel greco scettro e ne l'ausonio regno, Spira al mio petto ardor, rischiara il canto, Ond'io possa narrar cose alte e rare, Cui Natura produce, e l'arte illustra.

Tu d'alta stirpe e seme eccelso nata, Del sangue austriaco onore, e pregio, e gloria, CATERINA clemente, e saggia, e bella, Figlia regal, cui dato ha 'l cielo in sorte

D'essere in maritale amor congiunta Al mio Signor, che, d'alti regi nato, Anzi dal tuo famoso antico stelo, Non ha chi di virtù, d'alto valore,

Tra gli altri eroi, il suo valore avanzi: Ei di te degno, e tu degna di lui, Gentil coppia amorosa a cui simile Altra non copre il ciel, né cinge il mare:

A te dunque mi volgo, a te m'inchino, Te sola invoco, mia novella Musa, Mia Caliope, mia Clio, a te consacro Quest'opra mia, questo mio primo parto;

Forse che un giorno in più canori accenti Dirò degli avi, e padre, e del consorte I fatti di memoria eterna degni, E farò con miei versi in più alto stile

Loro immortali, e me d'onor più degno (Poiché in difficil prove l'ardir solo Lodato è sempre) e di più chiara fama, Ch'abbi a sì alto poggiar alzato i vanni,

E sollevato da la bassa plebe Ito sia vincitor fra i spirti egregi. Ne la stagion che 'l sol novo dispensa A le campagne e a' colli il grato onore,

Quando scende da' monti alti et incolti La strutta neve in dilatate falde, E non si veggon, da pruine algenti, Nei prati biancheggiar le molli erbette,

Né più si cura de l'ovile il gregge, Né più 'l cultore avaro il foco apprezza, Ma stanno a Citerea sparti d'intorno Amori e Grazie e vezzosette Ninfe

Pronte a formar dolci carole e liete: Allor s'affretti ogni leggiadra e pura Giovine e verginella, e s'armi a l'opra, Opra che insieme a lor diletta e giova;

E, se con dotta mano e pronto ingegno Le spinge a sì onorata e degna impresa Fermo desio, tratto che avranno il seme Dal luogo ove da lor fu a tal bisogno

Serbato e chiuso, in puro velo avolto Lor non fia noia caramente accorlo Tra le morbide mamme, e nel bel seno Caldo talor d'amor, ma più cocente

Ne la stagion che per costume appella Gli amanti al pianto, et a penosa vita. E quando a riposar le membra astringe Il grave sonno a le cadenti stelle

Sul pigro letto, anco fra voi si ponga, Donne gentili, il seme, e come al giorno Del vostro cor fu secretario, ancora Di vaga mente, a l'aria oscura e queta,

Senta sotto il guanciale i pensier dolci, I vani insogni, e l'amorose cure, Ché del seno e del letto il calor move Virtute occulta, che feconda e sveglia

La nobil prole, e da la chiusa scorza A l'alma vita i cari vermi adduce; E Febo a pena avrà con la sua lampa Dal duro volto de l'antica madre

Tre volte scosso il velo umido e denso De l'atra notte, e, quella in fuga volta, Desti i mortali ai gran travagli, quando Vedrassi il seme aprirsi, e 'n varie guise

I picciol vermi uscirne: e fia stupore Vederne alcuni, ergendo il capo al cielo, Chieder sostegno a' nuovi spirti; et altri Tratti da naturale instinto, andarsi

Cercando l'esca fra la torma; e molti (Non bene ancor dal chiuso speco usciti) Tirarsi dietro pallida et essangue La mal capace stanza, e aver gran parte

Di quelli il capo sol dal letto esposto; Et infiniti, a l'uscir tardi e lenti, Starsen pigri, e lasciar l'albergo intatto. Cari e dolci animai, che invidia fate

Di vostra vista sì leggiadra e bella A' vaghi prati, et ai giardini adorni, Ove simil fra lor concento fanno I candidi ligustri e i bei giacinti,

E mille fior di che va Flora altera, Molli dal pianto ancor, che sempre versa Per il morto Mennon la mesta Aurora Di preziosa manna e di rugiada:

Chi asconde il bel, chi parcamente l'apre, Chi di sé glorioso e largo spande Quanto di ben natura e 'l ciel v'accolse. Or dunque in mezzo a sì confuso e vago

Ordin di seme ancor intiero e vermi, Quai non ben nati, e quai fra schiere erranti, Convien frapor da gentil mano scelte Dal moro nuove gemme e saporite,

Ché 'l popol tosto che la luce ha scorta Ratto suole assalirle avido e ingordo, E col frequente e lieve morso empirne Il picciol corpo; e, mentre intento pasce

Le frondi, ove securo e queto posa, Tu quelle allor, fanciulla, accorta prendi, Et in disparte ponle in altri alberghi Di sottil legni ad arte fatti, in modo

Ch'a portarsi leggier sieno, e dal fondo Poco alta sponda intorno intorno sorga: Questo fora il lor letto, ove star dènno Sino a più fermo e più sicuro tempo

Da l'aria ascosi, onde improviso algore Non nuoca col soffiar d'Euro e di Coro. Ma s'avvien poi ch'a sì pregiato e degno Lavor con l'ali del desio si muova

Onesta donna, a cui l'età matura A l'occidente di sua vita inchini, E ne le colme vene in parte spento Abbi il vital fervore, e de' begli occhi

Il già sì vago lume in nube volto, E 'l biondo crine inargentato, e 'l petto Agli amorosi ardor chiuso abbia il varco, Prenda (qual già descritta abbiam) di legni

Picciol arca commessa, in cui si ponga Eletta quantità del pregno seme; Indi candida carta apra con l'ago Del cribro a guisa, aspro tormento a quelle

Che fur, per ubidire al rio precetto Del padre, ai sposi lor sì crude et empie, E sopra il seme in modo tal l'adatti Che de la sponda il mezzo intorno intorno

Il margin suo circondi, e de la sponda Il lembo ecceda, onde un ricetto resti, Quando si serra, a le fraposte gemme, Ove dai fori i nati vermi uscendo

L'esca ritrovin pronta; et in tal forma Rinchiuso nel bel vaso il seme, al raggio Del gran pianeta il tenga; e com'ei volge In ver la sera l'infiammate ruote,

Il vaso ponga in parte ove del foco Il vicino calor sottentri, in vece De l'eccelsa virtù che 'l sole infonde, Da cui vigor nei spirti occulti scende,

Che l'animal dal tenebroso sonno Spinge a la luce, e rotto il carcer, sale Per la forata carta al cibo amato. Soviemmi aver, fra molte annose donne,

Visto nobil matrona il tolto seme Mergere in un cristallo illustre, e colmo Di puro umor di generoso bacco, Che 'l monte Ideo nel fruttuoso autunno

In Creta stilla, e a meraviglia abbonda; E quindi scòrsine del vetro al fondo Parte del seme gire, e parte al sommo Di quel sacro liquor nuotare a galla:

E questa come inutil cosa al suolo Gettò negletta; e quella (poi che tanto Goduto ebbe il vapor, quanto uom tre volte Vibrar potrebbe, e caricar la fromba)

Fuor trasse, e sparsa in un leggiadro velo, Ad asciugar la pose a la dolce aura Del salubre Solan, né al caldo raggio Del sol, né in vista al foco por la volse:

Nel resto poi seguio del cieco legno E del foglio lo stil commune usato. Et io, com'un di quei che sempre vago Fui di quest'arte, e che felice stimo

Chi può del tutto investigar le cause, Del nuovo effetto a la cagion mi volsi Col pensier fiso; e quella chiesta, intesi: Che dove a l'animal manca il favore

Di più propizio cielo, allor succede Il divino liquor, che quasi ambrosia E nettar pasce gl'immaturi spirti, Et a formar le salme aita porge

Quel sacro umor, che ciascun altro avanza Di bontade e virtù: ch'a le chiare acque Fatto consorte, a l'uom non pur restaura L'ardir, la forza in ogni etade, e 'l corpo

Soavemente nutre, ma le parti Che de l'animo son, risveglia e rende (Se moderato vien) più dotte e pronte, E quelle inalza ove le Muse e Febo

Cose dettarli ponno eccelse e rare. Così fa i seri ancor securi e lieti Spiegare al ciel le vaghe lor ricchezze Del serico lavoro, e quando il clima

Fosse noioso al natural lor corso, L'interrotto vigor rinfranca e sana; O ver, come ne l'acque per cu' invano Temon li Dei giurar tuffato Achille

Fu per levarli al corpo onta di ferro, Così prescrive ogn'ira, et ogn'oltraggio Libero scampa il quindi uscito verme; E che tant'oltre l'accompagna e 'l segue

L'imbevuta virtù, che giunto al segno Di dar con l'opre sue grata mercede A le fatiche altrui, più degno e caro Frutto vome et aggira, e tutti a un tempo

Mutan le spoglie, a un tempo al sonno in preda Tutti si danno, e sale ognuno i rami. Ancor cercai per qual fine ebbe in prezzo La parte sol di maggior pondo, e quella

Lieve curar non volle, anzi la sparse: Mostrommi ella, cortese, aver ciò fatto Perché quel seme che con l'altro grave Non preme al fondo era imperfetto e vano,

O il porti il tempo o 'l loco, o ch'a produrlo Manchi il vital umore, o 'l vigor manchi. Di più mi disse, et io 'l notai, che l'uso Fatta certa l'avea più d'una volta,

Dal seme il popol nato in vino immerso Vita assai più de l'altro aver felice, E di frutto abondar più assai di quello Ch'in pari quantità, senza quest'arte,

Da l'uno istesso seme era prodotto: Tanta ha 'l liquor virtù, vigore, e forza! Ma non fia mai vigor, forza, o virtude Tanta in Febo e Volcan, né tanta in Bacco,

Quanto è 'l calor, quanto è 'l favor che spira D'Amor la bella madre ai seri industri, Il cui germe si pasce e si feconda Nel vago petto di donzella amante

Di doppio foco pregno: un di vergogna, Ch'onestà ha seco, e in un giova et offende Casti pensier; l'altro d'affetto ardente, Ch'or dolce scuote e crucia, inganna e strugge,

Or fero alletta e molce, affida e sana: Ivi Amor tempra i strali, ivi più ferve L'accesa fiamma, ov'ella meno essala, Ivi quel foco spiritale è pieno

Di celeste vigor, che sveglia e move Di freddo e poco umore alme sì degne. Né meraviglia, o donne, al cuor vi giunga Di sì stupendi effetti, avendo i seri

Vigor soprano, alto principio e vita Da chi raccende ognor benigni ardori Nei petti umani, e d'amorosi ardori Là su nel terzo cielo ha impero eterno.

Già per mirar l'ampio suo regno un giorno D'Amatunta scendea gli amati colli La dea di Gnido e Pafo, alta e possente, Allor che con sue luci il sol più chiare

D'erbe e di fiori il mondo adorna e veste, Mentre Teti e Giunon tranquille e quete Scorgean lontana ancor la vaga Aurora: E tratta ne venìa sul carro aurato

D'ostro guernito, e preziose gemme, Che l'asse avea d'oro splendente, e 'l seggio Di scolpito diamante, e di topazi Tutte commesse le volubil ruote,

Di smeraldi e rubin le sponde inteste, Da cui pendean d'orientali e rare Perle ricchi lavori, e intorno intorno Avea di vezzosetti Amori e ignudi

Parte, e parte ne gìa volando in giro, E stava ognuno a qualche ufficio intento: Chi tenea l'arco, e chi reggea il bel manto, Chi ventillava l'aure al divin volto

Lievi e soavi, e chi appendea un bel velo; Scherzando altri fra loro in leggiadri atti, Movean riso a la dea lor duce e madre, Che in cotal guisa per l'aperto cielo

Scorta da cari augelli e bianchi cigni, Senza toccar de' campi salsi l'onde, Lasciò l'amato Cipro; e sovra l'acque D'Eleutro scorsa, fra gli opposti monti

Libano e Casio, si dilegua e vola, Sotto lasciando a destra Arabia infausta, Lidia a sinistra e di Calcidia il regno, Con l'ampia Anthobarite; e varcò il fiume

D'Eufrate allor che Febo avea già sparti I raggi fuor del suo celeste albergo, E di fin oro e puro argento a' monti Fregiava intorno l'elevate cime;

E giunse dove è la città famosa D'eccelsa torre, e di stupende mura, Seggio d'un regno il cui potente scettro Retto gran tempo da donnesca mano

Fu con mentito d'uom fallace aspetto: Da quella man, d'alto valore armata, Che vinse tanti regi, e tante palme Portò di genti debellate, e agl'Indi

Osò far cruda guerra, onde immortale Fora il suo nome al mondo, illustre, e chiaro, Se d'illicito amore il nobil grido Oltraggio non avea, con crudo scempio

Di lei, del figlio, e de l'antico regno. Quivi dunque a mirar, sospesa in alto, Stando la Dea la gran città, le genti, E 'l popol più d'ogn'altro a lei devoto,

Parvele udir, né fu 'l parer poi vano, Un flebil suon di feminil lamento Misto di voci e pianti; e tosto il guardo Volse a un ampio giardin, più adorno e vago

Di quanti unqua fioriro; e nel suo centro Del gran Nino giacea famosa tomba, Di bianchi marmi strutta e d'altre pietre, Con sì bell'arte effigiate e sculte,

Che vinta ogni materia era da l'opra; Et avea il campo intorno un nobil cinto D'opachi gelsi, i cui candidi frutti Vincean l'intatta neve e 'l puro latte:

E quivi scorse fra l'ombrosa selva E nel bel prato un stuol di gente in atto Di pompa funeral disposte, e in mezzo Un alto rogo, sopra il qual distesi

Giacean due, che di vivi avean sembianza, Benché a lor l'alma era col sangue uscita Da larga piaga, ambi feriti il core Da crudel piaga, ambi trafitti il petto.

Non vide l'Oriente sì formoso Giovine mai, né l'istesso Oriente Di vaghezza e beltà sì rari essempi In altra donna accolse, né al tuo regno

Congiunti avesti, Amor, sì fidi amanti: Ingiustissimo Amor, che così a torto A miserabil sorte i tuoi conduci. Eran d'etade uguali, e di bellezza,

Come pari d'amor, pari di morte; Simil colpo d'amor, simil di ferro, Anzi un istesso fato ambidoi tolse. Appresso al rogo era coperta e tinta

L'erba di giovenil, purpureo sangue, Sangue che per le piaghe al suolo sparso Tratta avea l'alma ai miserelli, e un lago Di sé formato, e quivi intorno unito

Era ogni sesso et ogni etade, al mesto Ufficio intenti; ivi con faccie smorte Tutti piangeano, e interrompendo il pianto, Donna ch'esser parea d'un di lor madre

Empiva il ciel di dolorose strida, Che movean a pietà gli arbori e i sassi. – Figli, dicea, che giustamente entrambi Figli chiamar mi lice, poi ch'a l'uno,

Che fu da me con le mie carni avvolto, Un cor solo, una fé, l'altra congiunse, E l'uno e l'altro, ahi, con più forte laccio Uniti ha morte insieme: or in qual modo,

Figli, vi miro? e di sembiante quanto Da quei veggio cangiati i vostri aspetti, Ch'avean ne la cittade il vanto, e 'l pregio Sovra quanti d'Amor l'alto vessillo

Aduna e cuopre! ahi fiere stelle! ahi risse D'orgogliosi parenti, in cui lo sdegno L'amistà antica ruppe, e tanto in loro Ebbe vigor, quanto in voi forza Amore:

Né mai poterno i prieghi e gli scongiuri Ch'oprai gran tempo, e gl'intromessi amici (Presaga del dolor) por freno a l'ire, Ch'or con sì strano e miserando mezzo

Saran, malgrado lor, sopite e spente. Ma qual error, qual empio fato ha spento I vostri ardori, e voi con morte acerba Tolti in breve ora a così lunghi affanni?

Qual nume irato, o qual nimica stella Turbato ha col suo tosco il sommo bene Ch'a voi promesso avea l'amica notte? Notte ch'esser dovea fida ministra

D'ogni bramato ben, dolce e serena, E più d'ogn'altra amara et atra giunse. Quai cari baci, e quai giocondi amplessi, In poco d'ora, ha questa notte tolto?

Deh, ben è ver che col letal veleno Morte importuna ogni più vaga e degna Cosa tosto interrompe, et improvisa Sopra ogni ben l'oscura mano estende!

Quest'una in mille guise ancide, et opra Sua forza, essente d'ogni umano impero: A chi la chiama è sorda, e da chi fora Cara e gradita ella si fugge, e segue

Quelli solo a cui crede esser noiosa. Ecco or come, crudele, avanti al tempo, Cloto rotto ha lo stame, e come, cieca, Veder non volle il merto e l'alta fede

Di sì degni amator, né aver pietade Ai fioriti anni lor, né ai genitori, De la cui frale etade eran sostegno. Perché più tosto me, debole e inferma,

Non chiamava Proserpina al suo regno? O non s'apriva, avanti il duro grembo De la gran madre, ad inghiottir quest'alma Colma d'orror, d'ogni ben cassa e priva?

Come a punto in un campo i vaghi gigli, Le rose e le viole al sole ardente Han breve vita, e l'infelice loglio Rimane intatto, e le più triste avene,

Così nel sormontar del vostro sole, Tolti sete a la luce, et io pur vivo. Ebbe da' teneri anni in voi radice Quella fiamma, ch'ognor fatta maggiore,

V'ha spenti al fine; et ella n'è sparita, Come nebbia sparisce innanzi al vento. Vostro amor, vostro ardore, e vostra fiamma Qui v'ha condotti, ove il nimico muro

D'accostar petto a petto, e volto a volto Non vieta; e d'accoppiarvi orgoglio et ira De' vostri genitori or non contende. Altre fiamme, altre faci Amor promise,

Altre ve n'apparecchia iniqua sorte. Or tu, Piramo mio, rimanti in pace, Lasciando me vedova, mesta, e sola. Godi l'amata Tisbe, e Tisbe goda

Di te sul rogo: almen consorti e uniti Sarete in questo miserando letto; Letto mal conveniente a' pensier vostri, A' vostri e miei dolor principio e fine.

Come ancor l'alme per gli elisei campi, Se di là s'ama, ora consorti e unite Saran; né sia mai più ch'a' bei desiri Invidioso fato alcun contrasti.

Vivete lieti, e in quei beati campi Godete i vostri amori eternamente: Et io, misera madre, or senza luce, Qui rimarrò piangendo il vostro caso;

Piangeran meco, con le piante e i sassi, Gli augelli inermi, e le fere selvaggie. Di me venga pietade al sommo Giove: Vadan per l'aura mie dolenti note

A penetrar de la gran dea di Gnido Le sante orecchie, e la sua mente altera Si pieghi, e porga a le mie pene aita –. Disse; et i bianchi crin d'immonda polve

Si sparge e brutta, e fiede 'l volto e 'l petto: Vinta poi dal dolor, ch'al cor si strinse, Cader lasciossi su l'amiche braccia Di chi le porse aita, e nel cadere

Tre volte e quattro alzò la faccia al cielo; E vide in quel, più luminoso e chiaro D'ogni costume, lampeggiar Ciprigna, Ch'in alto a rimirar librata s'era

Sovra un lucido nembo, ella e gli Amori, Con il celeste carro; e fu veduta Abbassarsi vicino al rogo, e quindi (Come che 'l caso avesse conto, e nota

L'aspra ragion de l'empia morte) a quella, Ch'empito interno avea d'intensa doglia, Ruppe i singulti, e 'n chiara voce intese Furno dal mesto stuol queste parole:

– Pon freno al gran dolor, donna, e contempra Quel dolor, ch'a morir doppio t'invoglia; Così prescrisse il fato, a la cui legge Umane forze star contra non ponno.

Ognuno attende il traghettante avaro, Cui basta a pena una sol cimba a tanta Turba ch'ognor v'accorre; e tutti andate Ratti a quel varco, e tutti a un segno gite,

Chi a lenti e tardi, e chi a spediti passi. Data v'è in presto questa frale vita, Senza alcun prezzo, e ritornarla è d'uopo A un giorno incerto, al lieve arbitrio dato

Di volubil fortuna, a ferir pronta Ove il desio l'impone, e che trascorre Per ogni parte, cieca ella e i destrieri, E seco trae vecchiezza e gioventude:

Né lice ad alcun Dio del ciel lo stame Che le Parche troncaro unire, o inganno Fare a la mente del gran Padre nostro. Or te raccogli, e prendi in sì gran male

Dolce conforto, or ch'i tuoi caldi preghi Son giunti avanti a la pietà superna, E vedrai come al mio potente figlio Et al mio regno fu gradita e cara

Di questi estinti l'incorrotta fede; E, come il riso estremo il pianto assale, Così 'l vostro martir fia volto in gioia: Trionfi Morte pur di quelle membra,

Di questa vita breve, aspra, e fugace, Che altera d'altre palme andrà, e vittrice Sopra la falce sua cieca et iniqua Quella che 'l tutto scopre, et ode, e vede,

E non paventa ombre solinghe e oscure: Et a me fia dal sommo Giove dato Serbare eterna fama et immortale Di sì fedeli amanti. Or passi adunque

De' gelsi a le radici il sangue sparso, Che l'uno a l'altro in sacrificio offriro, E da quelle per entro il tronco e i rami, Come il liquor purpureo i veli tinge,

Del suo rossore i bianchi frutti asperga: Che fra pastori e ninfe ad amar pronti Avranno, per trofeo d'amor fedele, E per viva memoria, altro colore.

Né patir vuo' che sì pregiate salme, Di nostre fiamme già sicuro albergo, D'altre fiamme sieno esca, o che vil tomba L'asconda entro il suo breve spazio e chiuda,

Ma nasca ancor da quelle e venga a luce Non più visto animal, ch'al mondo apporti Meraviglia et onore; e del suo frutto Godan gli uomini in terra, e i Dei nel cielo:

Naschin dico animali, e naschin vermi, Che di questi alber nostri i verdi tronchi Salendo, in essi stian lieti e felici; E quando riede a voi con l'aurea chioma

Apollo, e preme al forte Tauro il dorso, E fra le spine ancor del sangue nostro Gode vermiglia in bei giardin la rosa, Allor de le nascenti e nove foglie

Prenda sostegno il verme, e fra gli stessi Rami che per nutrirsi avrà spogliati, Poi ch'a le corna avrà Cinzia tre volte Tolto il bel lume, et altretante reso,

Vada tessendo egregie fila, e quelli Di spoglie più leggiadre adorni e cinga; E quivi ancor fra l'inglobato stame Oprando si rinchiuda, e poi ne sorga,

Di puritade e d'alta fede in segno, Candido più che intatta neve, e i vanni Di libertade spieghi; indi il consorte D'altro sesso incontrato, a lui si giunga

In dolce nodo, e di Fenice a prova, Col seme, al suo morir, rimanga in vita. Né ciò lor basti, ma verrà ancor tempo, Che dopo mille lustri, a la gran prole

Ch'uscir da questi i' veggio, umili ancelle Saran nobil fanciulle et amorose, Cui grato fia da' boschi e da le selve, Dal gelo e da l'arsura, in più sublimi

Tetti ridurli e darli albergo, e l'opre Loro adattare in pellegrine e nove Forme al secol futuro utili e degne, Da le vostre contrade ognor nomate.

E di quelle conteste in vario stile Andranne il popol mio fregiato e altero; Di quelle i sacri tempî ai più solenni Giorni saranno riccamente ornati,

E coperti di quelle tanti e tanti Illustri duci, imperatori e regi, Ch'avran nel mondo a la futura etade Eccelso seggio; e fra l'umile e bassa

Plebe vedransi i magistrati, e gli altri, Per gli avi, o per fortuna, o per valore Ch'in essi alberghi, andar fastosi e gravi Di tal lavoro, ricevendo inchino.

Non avran fama di bellezza e pompa I gran trionfi e sontuosi giochi, I tragici apparati, e le regali Stanze, e i palaggi, e le onorate nozze,

Se da' serici fregi alto splendore Non avran prima: alor che tolto in tutto Da quest'arte sarà l'antico pregio Di ricchezze agli armenti, et agli umili

Greggi, in cui soli or son vostri tesori. Quando saran favola vile i segni D'Ercole ai naviganti industri e chiari, E i mar riposti et ogni stranio clima

Scopriran ciò che nel suo grembo asconde E chiude la terrena immensa mole: E sol darassi a questa e gloria e vanto. Non mirra, incenso, croco, ebano, avorio,

Non marmi parii o toschi, argento et oro, Non gemme oriental sì nobil fama Avran giamai, qual a tal frutto il cielo Et io prometto, e nol prometto in vano.

Con questo andranno per l'ondose strade A mille rischi tanti legni, e tanta Noia et errore al pellegrin s'appresta. Alor nel mondo più chiara e celebre

Sarà quest'arte in ambedue l'Esperie, Quand'una in tutto, e l'altra in maggior parte Reggerà quello invitto alto e potente Rege che 'l cielo, dal gran seme d'Austro,

Destina a quell'etade, acciò che 'l giorno Seco riduca, e le procelle e i nembi Sgombri d'intorno, e del gran padre Carlo, Quinto del nome suo, spieghi l'insegna

Che le vicine e le lontane genti Sotto il superbo manto aduna, e goda La prisca gloria quel secol felice: Et egli, ardito in guerra e giusto in pace,

Punisca gli empi, et agli umil perdoni, Freni l'ire ai feroci, e tutti dome Lo scettro suo, che tra l'anguste mete D'Alcide non potrà tener l'impero:

Ma nove terre, or senza nome, e regni, Incogniti or fra voi, d'auro fecondi Fien da le stelle al suo poter concessi: Raro dono a lui solo, e ai suoi serbato!

Chiare dico, e celebri ambe l'Esperie Saran del frutto prezioso e raro, Per cui veggio fiorir la gran cittade Che nel mar d'Adria avrà debol principio,

Felsina, e Manto, e la città di Flora, Quella di Giano, et il tireno lido, Partenope fra l'altre, e mille e mille Ch'or sono alberghi pastorali, e case

D'armenti, e colli ignudi, et erme valli, E luoghi ov'or l'aratro stampa i solchi: Ma via più chiare, quando unite e giunte Sian quelle antiche Esperie, e giunti e uniti

D'Austro e di Saxo i steli antichi e illustri, Ché di lor i più eccelsi rami e verdi Veggio intrecciati in amoroso nodo; Nodo amoroso che sin ora ordisco

Con preziosa benda azzurra e d'oro, Che con piacer di Po, Rodano e Ibero Stringerà i rami, e quelli, al cielo ergendo La fronde santa, inviteran da lunge

A l'ombra unita di sì nobil piante Il mondo tutto, e sotto a lei fiorire Miro i pregi de l'ozio, e l'arti industri, Mille virtù che 'l raccontar fia lungo:

Basti sol questo a voi, che fra l'altre arti, Quella di ch'io ragiono avrà la palma –. Ciò detto tacque; e sparso ai corpi essangui Nettare e ambrosia, sparve in un baleno.

E come stral che ben curvato corno Dal nerbo scocca fra l'eccelse nubi S'asconde, e dagli altrui occhi s'invola, Tal si mesce la Dea fra le più chiare

Parti del cielo, ella, gli Amori, e 'l carro, Lasciando a quella turba sbigottita Ferme le labbia, immobil gli occhi, e 'l volto, Che in sasso, da stupor, parea cangiato:

Et abandona la dolente madre, Che ritraendo il lasso fianco mille Cose volgea fra la confusa mente, Pronte a spiegar, che ribombaro il core

Di secreto piacer; ma tosto involve Nembo di cure amare il lieto seno, E succede l'affanno al piacer misto. Né sì tosto la Dea fu dipartita

Che si vider cangiar quei bianchi frutti In purpureo colore, e 'l nume infuso Uscir fe' da le carni egre e languenti Schiere infinite di pregiati vermi,

Ch'ingombraro il terren, le piante, e i rami. Mira l'antica donna, e crede a pena La divin'opra; et è fra speme e doglie. La gente poi, ch'in un s'allegra e duole,

Fa che per l'aria un mormorio s'aggiri, Qual s'ode per le selve, ove lieve aura Fra le più lievi foglie scherza e freme. Al fin con grato applauso, e col ricorso

D'altra turba infinita, ivi già tratta Da la garrula fama, il popol tutto Snoda la voce, e in chiari accenti spiega Lodi al celeste nume, e palpa e vede

Fatto mirando, e sì monstroso e raro, Che ne stupio Natura, l'Aere e 'l Cielo. Però in bel seno, e fra le nevi ignude Onde il foco d'Amor si nutre e desta,

Vaga donzella amante il seme accolga, Poscia il verme nodrisca, e pronta il servi, Sperando al suo servir larga mercede. Ma pria convien del cielo e de' pianeti

Saper lo stato, e d'ogni strania piaggia La qualitate aver ben conta e nota; Perché, attendendo a sì difficil opra, Loco non prenda, o non scegli aria o vento

Ch'a l'animal gentile od a chi il nutre Fosser contrari, et a quest'arte ingrati. Prevede il ciel, prevede il campo, e prova Or questo or quel terreno il buon cultore,

Che commetter non vuole i suoi tesori A steril gleba ove l'arena abonde; Né con l'aratro in man solcando move Quel pian ch'alleva sol canne palustri;

Né quivi ancor la sua semente spande, Ove i lumbrici iniqui, a pena nate Del germinante gran le prime barbe, Vadan rodendo; e mai non toglie albergo,

Con la cara consorte e i dolci figli, Con la madre vetusta e 'l padre antico, E co' fratei concordi e d'età pari, Per sostentar la numerosa e grave

Famiglia, et arricchir nei lieti campi De' suoi sudori, in loco ermo et incolto; O da nobil città lontano; o dove Il cielo avaro unqua dispensi umore

Che trar l'ingorda sete a Cerer possa; O non sia almen vicino a un fiume o fonte, Da' quai per fossi o rivi acque introduca Ad irrigarne i prati, onde il fien colga,

Acciò che 'l gregge pasca e 'l grosso armento Entro le stalle, ai freddi giorni e brevi; E ne guadagni, con le paglie, il fimo. Né là s'adagia ov'è maligno il cielo,

Ch'ora le mandre scema, et or lo priva Del parente, or del figlio, or del germano, Ma elegge aria salubre, e fertil campo; E nel campo i terren vari comparte

Lasciando il buono a' biadi, a l'erbe il grasso, A le viti il sottile, il magro a' boschi, L'acquoso al riso, e l'umido al canneto; Anzi, ch'è più, il villan, parte per prova,

Parte dal vecchio padre instrutto e dotto, Degli elementi e d'i soprani cerchi Cose interne e secrete ha nel pensiero Incolto e rozzo: e da l'aperte e chiare

Fede acquista a le occulte; et agli effetti, Che penetrar non può suo duro ingegno, Giunge, facendo di mill'altri scala Cui vicini comprende, e veri stima

Forza del senso che gli addita e 'nsegna. Ei, senza aver pur vista Atene, ha noto Del sole il corso, e quanto al suo minore Sia de la luna il men discosto giro,

Scorge il moto de' segni, e i loro imperi, E scopre donde avvien ch'i spessi nembi Del cielo et altri segni accennin pioggia: Di qual Cinzia rosseggi, e di qual lume

Febo risplenda; e perché il tempo cangi, Seguendo state a la stagion de' fiori, L'autunno a quella, et a l'autunno il verno: Intende quando guerra a le fredde alpi

Euro minaccia, e l'Austro armato vede Se scuoter vuol l'orrida chioma ai monti. Sa perché il polo ognor l'Orsa descriva, Perché d'arsa cometa infausta luce

Muti i dominii, e sempre morbi adduca, In qual parte del ciel la matutina Stella fiammeggi, e quale Espero, e quale Stampi segno Boote, e perché iniqua

Sia di Saturno la suprema face. Sa il dotto navigante anco a qual tempo Riposar debba in porto, a qual le vele Securo spieghi, e con qual arte ei noti

L'ondose strade e fugga i scogli; e come Provegga i venti, e le procelle, e 'l corso De l'armato Orion, di Cefeo e d'Idra, E tante accetta, e dà credenza a tante

Meraviglie dai sensi alte e lontane, Cui pur i spirti eccelsi e pellegrini, Con molti studi e con fatiche, a pena Disponer sanno, e dimostrar con l'arte.

Ma quella sopra ogn'altra a l'uom conviene Cura, d'aver di questa immensa mole Certa notizia, investigando i siti De' luoghi e de' paesi; ond'ei s'accorga

In qual parte sia più la terra amica Al rubicondo Bacco, e in qual più brami Le spiche, ove ami gli orti, ove Pomona. Vedi Arabia spirar soavi odori;

Produr l'India le gemme, e i novi lidi D'auro fecondi; e i campi ove Sebeto Trascorre e innonda aver copia d'armento Diletto a Marte; e ne' bei colli aprichi

Sorger di Creta e di Mitimna altera La vite, che col piè torto al ciel poggia; E 'l siculo terren fertil di biade. Così voi, donne a la bell'opra intente,

Notar dovrete pria qual loco accetti, E qual recusi i freddi gelsi e i mori, Cui fu concesso il privilegio raro D'esser sol degno e grato cibo ai seri.

Di rado aviene poi, che dove alligna La nutritiva pianta, ivi anco il verme Non trove, al viver suo, secondo il cielo: Pur, chi non ha ben noto il sito eletto,

Dal vecchio abitator spiando vada Se 'l giel l'offende, o se pur l'arde il sole; S'ei dolce spiega, e temperati i raggi; S'è l'aria essente d'ogni oltraggio umano.

Mirar bisogna ancor de l'inconstante Luna se 'l globo è luminoso o fosco. Porge questa il favore a le mondane Cose mentr'ella è di rapaci ladri

E di furti amorosi anco nimica: Lucente, emula al sol, crescendo il raggio, S'a' bei nascenti vermi alto vigore Spira benigna, in altro stato è avversa.

Tempo oportuno è quando fra le stelle Fastosa incede, e sul terreno manto Luce d'argento infonde, e versa gelo Di vive perle la ritonda faccia.

Poscia col cor di puro zelo armato, Volgi la mente a Dio gran Padre eterno, Che ne la parte più del ciel sincera Siede ne l'alto seggio, e 'l mondo lustra

Da un polo a l'altro: egli commanda e insegna, Mastro insieme, e signor sommo e sovrano, Da cui solo procede ogni gran bene. Da lui con preghi affettuosi impetra

Mercé che segua del tuo oprare il frutto Bramato, e a' preghi mesci doni e voti. Chiude egli il giorno a le più algenti brume In breve spazio, e le ferventi spiche

Col notturno seren tempra, e col fiato Che d'Euro spira; egli il volubil anno Con sì dolce del ciel legge e misura Guida, che quanto il crudo Borea invola,

Zefiro dolce a noi rimena; egli ode Il tutto e vede, e de' mortali i preghi Pietoso accoglie, et al pregar si piega: Con tale aiuto a la degna opra affida

Il tuo pensier, vaga donzella, e desta Più sicura la speme a l'alta impresa. Indi saper convien qual vario clima Più fecondo de' seri il seme apporte

(Che molto al lavor giova), et io pur tengo Vie più d'ogn'altro assai felice quello Ch'a noi la bellicosa Italia dona, Che 'n bontà vince i Battri, e gl'Indi, e l'Ermo;

Se ben vi sia chi creda assai migliore Quel che fra l'altre preziose merci Recato vien dal Tago e da l'Ibero. Di questo adunque al lieto anno novello

Prendi, fanciulla aventurosa e saggia; E quando agli olmi, ai cerri, ai faggi, ai pini, Anzi, di tutte a le più nobil piante, Al moro e 'l gelso, i bei primi rampolli

Sparsi a l'aura vedrai, nel vago seno Ponlo a giacer fra l'acerbette e crude Mamme, cui pur ricopre invida gonna: Invida agli occhi, ma non ch'ella arresti

L'amoroso pensier, che non discerna Talor le parti in bella donna occulte, E ch'al desio non le descriva e pinga; Qual limpido ruscel, che non contende

La dolce vista de l'erboso letto. Qual miracol d'amor, che da' bei lumi Fiammelle avventi d'un leggiadro viso, Se da quel petto, ove di ghiaccio alberga

Un cor rinchiuso, et ha di fuor la neve, Neve d'ogn'altra assai più fredda e bianca (E 'l sa chi 'l prova), alto calor si move, Che 'n poco tempo a mille corpi, a mille

Crude forme et essangui infonde l'alme, Sveglia i spirti, dà il moto, e vita porge? Or quanto più questa minuta gente Di turba in turba cresce, e i picciol letti

Frequente ingombra, e maggior forza acquista Il corpo imbelle, avrai di giorno in giorno Tante culle maggiori in copia pronte, Ove la plebe compartita adagi

Più rara alquanto; e degli amati rami Fra le più folte schiere esca mettendo, In altre stanze in cui più larga spazii Mutar la puoi: qual suole accorto duce

Dispor le squadre in militari alberghi, O sagace signor, che vede priva De' cari abitator villa o cittade (Colpa di fame o d'aspra guerra) e vede

Incolti i campi, in abbandon le case, E le contrade solitarie et erme, Il popol copioso altronde scema, E fra quei borghi derelitti il chiama

A ricovrarsi, e col guadagno aperto L'adesca, e tragge fuor del patrio nido. Ugual cura ti prema (allor che sorge Massa di frondi già pasciute, e miste

Con pargolette e rosseggianti arene, Loro escremento, che di strame a guisa Lo strato ingombra e ormai le sponde eccede) Di cangiar letto; e se talvolta in quello

Debol verme s'intrica, o non fu pronto Ad assalire il novo cibo, avvolto In tal confusion mesto s'aggira: Tu con l'ago, o la man destra e gentile,

Prendil pietosa, e fra lo stuol riponlo Salvo, mercede a te, dal rio digiuno. Mirate or come ben n'addita e mostra Ch'è sopranaturale opra e celeste,

Quest'onorato verme, il raro effetto Che d'ora in ora in lui si scopre, e quanto Studio, e quant'arte in lui la man divina Pose, onde sì mirabil sua fattura

Fosse in grado maggior perfetta e degna. O sia grazia del ciel (che di più doni Fa ricchi di natura i bei lavori, Acciò che nulla indarno ella produca),

Che d'ogn'altro animal sì egregio mostro D'essempi e di virtù fatto n'ha pieno; Sì che di molti, è il minor pregio ond'egli Le gentil membra ammanta, avendo insieme

Secreta qualità di vestir l'alme Ch'hanno al vero camin volto il pensiero. E di sì illustre velo e sacro manto, Che invisibil compone il verme e intesse,

Non è lecito a ognuno andarne altiero, Ma il coprirsene a quei fu sol concesso, Ch'hanno angelica l'alma, e divi spirti. E come in bel giardin, che quai più cari

Fior porta il vago Aprile, e 'l lieto Maggio Largo dispensa, in quella parte e 'n questa Soglion talvolta amanti donne e belle Ir ghirlande intrecciando: e l'una invola

I più bei gigli, altra i ligustri, et altra Le bianche rose mesce a le vermiglie, Et a ciascuna quel che più gli aggrada Rapirlo giova, acciò ch'indi al suo vago

D'ogni compagna sua sembri più adorna; Così può l'uom, de' seri il corso breve A parte a parte contemplando, accorre Or questo or quel consiglio in chiuso petto,

Quasi più rare gemme onde n'ordisca Al viver suo nobil monile e fregio. Ecco or come appresenta il verme eletto Nel più oscuro suo stato agli occhi nostri

Uomo ch'è infante, circondato e oppresso D'ogni più vil miseria: ei fuor de l'alvo Materno vien, qual pellegrin sospinto Da l'onde al lito e d'umor salso pregno,

Ignudo; e 'l nascer suo sospira e plora A gran ragion, poiché gli è aperto il varco A questa atra prigion, ch'uom vita appella; A questo mar sì tempestoso et alto,

Ch'un di mille navigli unqua non scampa. Uopo grand'ha d'ogni vital soccorso, Con pianti il latte chiede, e 'l niega a molti L'istessa madre, e da le mamme il sugge

Di feminella vil, ch'i mesi e gli anni Entro un vil tetto il nutre; et or con vezzi, Or con gridi e percosse, e frena e tempra (Me' ch'ella può) le sue maniere strane.

Quegli dal ragionar blando e distorto Di lei le voci e le parole apprende: E con accorte e dolci frodi impara Andar senza il ritegno, e mille e mille

Soffre ingiurie di tempo e di fortuna; Al fin fra dura gente e incolta avvezzo, D'imbevuta viltade ignobil parto A nobil madre l'appresenta; e lascia,

Non senza gran dolor, rozza nutrice Delicato fanciullo. Or così ancora, Quando avrà quattro e quattro volte il vago Pastor ridutto il sazio armento e 'l gregge

Da l'erbe e i monti a la casetta umile, Et altrettante, con voci alte e gridi, Il vigilante augel, nunzio del giorno, L'avaro zappator desto a l'aurora,

Vedrai questo animal gettarsi in preda Al dolce sonno, e non destarsi avanti Ch'almen la second'alba a noi non torni. E, mentre queto posa, e queto giace,

Stringe, il freddo del sonno, il naturale Calor del corpo a le più interne parti, E da l'esterne il fura, onde si nutre Altra pelle, altra veste; e quella prima,

Come angue suole a la stagion fiorita Depor l'antiche squame, il nostro verme Lascia, scotendo il sonno; e di novelle Spoglie più bello e vago al pasto riede,

Oltre l'usato ingordo, e le bramose Voglie saziar procura, e ingordo pasce L'amate frondi; onde tu dèi con esse Allor mutarlo in più capaci luoghi,

E far nove colonie a quella plebe. Vedrai la fronte rilucente e bruna, E 'l corpo alquanto men de l'altro oscuro, E qui avrà fin la prima età più frale.

Indi come al garzon poi che fu tolto Dal latte, e segna ormai l'orme più certe, Cresce a paro con gli anni e senno e forza; E trasmettendo a poco a poco i vani

Semplici scherzi, in quella età graditi, Fra divina pietade e buon costumi, Che da pudica genitrice accoglie, Sorge agli stenti, a le fatiche, e a' studi

Sotto cura fedel di saggio mastro, Anzi d'altro parente, che co' detti E con gli essempi informa l'alma, e 'l face, D'animal bruto, uomo prudente e accorto;

Poi con uguali a lui di stato e d'anni Fa paragon de' studi, e in le palestre Rende le membra vigorose e dotte: Tal fra le prime cune, in prima etade,

Il picciolo animal contempli e scorgi, Che 'l breve spazio omai del letto angusto Sdegna, e novo pensier giunge di darli Più condecente albergo; onde si deve,

Pria che l'ottavo o 'l nono dì sia spento Da ch'ei fu desto, in parte alta e remota De l'ampio tetto, aver salubre e aprica Stanza; ove intorno a le pareti ordisca

Dotto artefice industre alto teatro D'incise travi e di spianati legni, Ch'ordinato, di gradi alterni, s'erga Al ben commesso palco. E nel maggiore

Si posin di vincastri inteste crati, O d'umil giunchi, o di palustri canne, Che sien presepe a' seri, e grato ovile; Del minor poi, la ben fermata soglia

Prema col piè sicura, e intorno vada Or l'una or l'altra verginella, et ora I più sublimi, ora i più bassi letti Vegga e rivegga, e di vivande ingombri,

Di cui colmi ne rechi il grembo e 'l seno: Et a questi et a quei salga in disparte Del grave ordigno, ove l'accorto fabro Lasciato il varco avrà d'egregia scala.

Ecco intanto il dì novo a pena è sorto, Che di novo il sopor placido serpe Nel sazio gregge, ond'ei prostrato giace, Sin che due volte il Sol dal carro adorno

Sciolga i corsieri, e 'n grembo al mar s'annidi; Poscia si desta, e nel destarsi cade Dal capo il picciol elmo, e come in orto Papavero talor vedi al meriggio,

Cui sia languendo il fosco fior caduto, Lo scorgi, di color fatto simile, De la smarita oscura pelle fuore Con lenti sforzi trar le molli membra

Più chiare alquanto: il che n'addita il pregio Ch'uom riceve a l'uscir, porgendo grato Odor di lui dai fanciuleschi vezzi, Per gir per erto calle a l'alto monte

De l'arti e discipline eccelse e degne. Qui maggior cura vi s'appresta, o donne, Di riportar i seri al bel soggiorno: Voi con gli usati inganni, e le fanciulle

De l'amoroso frutto ancor digiune, Con le man pure, e la vil turba e pigra Di fanti e serve, i lenti passi affrette Più de l'usato a la foresta, e a' gelsi

E mori il grato onor di frondi invole, Per arricchir nei prandi e ne le cene Le mense a l'animal, cui s'è dormendo L'empia noiosa fame in seno infusa.

Più canestri e fiscelle allor portarne Conviene, acciò che prontamente abonde A le distributrici il seno e 'l grembo; Ma debbon le donzelle essere accorte

Nei modi del governo, e quando i seri Son pargoletti, e 'n quelli a l'appetito Il puro senso non soggiace ancora, Puon quanto aggrada lor fra spesse foglie;

Libero al manucar lasciarli il freno, Ché tanto sol ne pasce quanto chiede La natural sostanza che 'l governa: Qual tenero fanciul, che palpa e tiene

Fra labro e labro le ripiene mamme, E ciò che brama sol natura ei tragge. Or da qui innanti con più parca mano Vien che 'l cibo ministri, e quasi in scherzo

Getti rade le frondi, insin che alquanto Cessato sia l'impeto primo ardente Del ventre e del digiuno; indi ne sparga Prodiga copia, e là vi spazii e goda

Con mille giri il verme, e con fragore; Qual forse udito avrai, se ti rimembra, Mentre sotto ai notturni e foschi orrori Quete e tacite son l'umane cose,

E tu del letticiuol le molli piume Col grave peso calchi, e sia vicino Il loco a un bel giardin di piante adorno, Carche di verde frondi, et un repente

Tuono allor rompa a le tue luci il sonno: Odi versar su le ridenti foglie Stille da un nembo, e un fremer dolce e grato Quelle aggirar per l'aura, onde t'invita

Con l'ali brune lusingando un forte Sonno a posar su l'altro fianco, immerso Nel dolce oblio de' tuoi pensier più gravi. Copri dunque, fanciulla, allora i seri

Di verdi fronde, come eccelsa pioppa Sotto di lei l'antica madre ammanta De l'onor suo, ch'Euro disperde e scuote; E, come aver si de' sempre in costume,

A questo ufficio il dì tre volte riedi: La prima fia quando è sparita in tutto L'alba e ritorna in Oriente il sole, Che già dei liti Eoi sorto è da l'onde.

Poi quando il mezzo del celeste giro Preme, e foco maggior dai raggi spande, E 'l rozzo agricoltor sudato e stanco Lascia imperfetto il solco, e in mezzo a quello

Il grave aratro, e con i buoi disciolti Ricorre a l'ombra d'olmo o cerro o faggio, E quivi a lor dà il cibo, e a sé ristoro; E 'l semplice pastor, presso un bel rio,

Col dolce mormorar le voci accorda De le stridenti avene, e 'l sazio gregge Mira, giacente sotto abeti e pini, Ruminar l'erbe e 'l mattutino pasto.

Al fin, come la notte in ordin pone Le più lucenti stelle, et a l'albergo Chiama le genti, e gli augelletti al nido, Le fere ai boschi, e i pipistrelli a l'ombre.

S'appressa intanto il destinato tempo Ai seri di lasciar l'etate adulta, E varcare a stagion vie più gradita; A la stagion che da fatica ha 'l nome,

Come anco al faticar fu a l'uom prescritta, Bench'egli in essa più vaneggi, e tenga Strabocchevoli usanze e strani modi, Ch'al fin lasciato il buon custode, e sciolto,

Segue il furor de la volubil mente: Di veltri e di destrier s'allegra, e gode Di campi e giochi, e d'amorose donne. A quest'etade, al giovenile ardire,

Che mal si tempra, e che soverchio ferve, Freno bisogna al male, e sferza al bene Di più saldo consiglio, ancor che sprezzi L'animo altero chi 'l riprende e punge;

Sin che con gli anni di viril costumi Si rivesta, per gli aspri erti sentieri De l'auro e de l'onor camini e poggi, Lasciando ormai la dolce etade e cara:

Dolce non già, né cara a chi l'adopra In vani effetti, in fole, e 'n rei pensieri. Anzi pur troppo amara, e troppo ingrata, Quand'egli avien ch'allor la prezzi e stime,

Ch'ella è trascorsa, e scorsa mal la vede; E tardo al ravveder, tardo è al pentirsi, Onde poi indarno la sospira e brama: E tanto gli è maggior sì gran iattura,

Quanto men trova al danno alcun restauro. Ma vediamo ora i nostri amati seri, Cui tosto assale alto sopor, che l'ali Dispiega sopra lor placide e chete;

E presti alcuni sono, altri più lenti A riposar l'affaticate membra: Però scelta di lor, donne, farete, Messi in disparte i vigilanti insieme,

E insieme ancor gli adormentati posti, Perché di questi non si turbi il sonno. E giuntamente or gli uni, or gli altri al fine Salghino in successivo tempo e loco

Sopra i rami parati a le lor opre: Che ne dimostra la dovuta cura Di chiaro padre in virtuoso figlio, Che a parte lasci i suoi dissegni orditi

Su cose, al suo dispor, troppo fallaci, E intenda solo a secondare il corso In questa età, da onesto genio scorto Nel pronto ardir di generosa mente,

A che Natura e 'l Ciel l'appella e piega. Questa dunque stagion, cui non succede Altra etade miglior, mai non trappassi Senza sceglier gl'ingegni, e quegli e questi

Fra le schiere de' pari in arte e 'n studi Porre, a far prova in uno o in altro calle Che lor conduce per diverse strade Di Minerva e d'Apollo al sacro tempio;

E più per tempo ancor, se può scoprire Ferma al garzon la mente (troppo incerta E dubbia cosa in quei primi anni), deve Lentar il freno al virtuoso intento,

Sia d'armi o lettre, o divin culto o corte: Perché s'avvanzi il tempo, a l'uom pur troppo Parco, e fugace più che vento o strale. Vedi or questo animal, doppo una lunga

Notte al suo lungo sonno, a quella uguale Forse che Alcmena ingravidò d'Alcide, Rompe il riposo, e si risveglia, e scossa La spoglia inutil, sorge a l'oriente

De l'età sua fiorita, e sembra argento Ch'aspetta ancor de la sonante incude I fieri colpi, onde maestra mano Poscia il polisca, e dia il pallore e 'l lume;

E non invano, pascolando, accresce Mille inutil fragmenti, e prende il cibo In maggior copia, e con maggior vigore Si vede errar fra le vivande altero.

Né cibo elle a lui son, com'altri stima, Benché sen pasca, ma di quelle aduna Entro il suo petto il prezioso stame: Con studio e con fatica il coglie, e mentre

Dorme il concoce, e ruminando affina, Onde poi sparga il degno frutto al mondo. Vedrete i seri andar lieti scherzando In umil vita, e fra l'amiche schiere,

Empiendo a gara il sen di verdi fronde; E vezzosi gioir del vago stato In che gli ha posti il ciel, che non gli diede Duce o tiranno, come a l'api, o rege

Ch'abbia fra loro impero, e con orgoglio La bella libertade opprima e turbi Crudele, invido a' buoni, e pronto a l'ire Contro i migliori, e ch'antepor si sdegni,

Qual buon padre dovria, l'util commune Al proprio affetto, e 'n servitù gli stringa. Né fuco tra lor nasce, che in sembianze Bugiarde e finte, e con mentiti studi

Distrugga l'opre, e tessa insidie a loro, Onde sudar convenghi e giorno e notte, Ora in straniere, ora in civil battaglie. Pari questi d'amor, pari di fede

Li scorgi, e qualità lor non distingue Di maggiore o minor, di sozzo o vago: Nato è ciascun da un seme, e lieto vive Senza disturbo di nimico oltraggio.

Lasciano altrui l'acuta punta e 'l tosco, L'ira e 'l furor lasciano a l'api avare, Che fan coi morsi a l'opre lor difesa. Di pace amica è questa greggia, e lunge

Vien che da lei fiammeggi il fiero Marte. Pace brama et apporta, onde al governo Di pacifica mano inetta a l'armi S'è data, e sotto lei riposa e vive;

Pende talor da la soave bocca Di voi leggiadre verginelle intenta Al placido cantar, ch'al cor gli scende, Ammollisce il travaglio, e i spirti alletta.

Ma come presto passa, e quanto è breve Questa nostra mortal misera vita! Come ci applaude ne' verdi anni, e mentre Viviam sicuri si dilegua e fugge,

Col ratto corso de l'alato veglio! Qual rapido torrente, ove l'un'onda Caccia l'altra, e cacciando anch'ella è spinta, E l'una e l'altra non s'arresta un punto;

Così volano i giorni e scorron gli anni Senza alcun freno, e chi fu pigro e lento Ne l'età sua più vaga a côrre il fiore, S'in ver la sera poi languido il trova,

D'altri che di lui stesso non si lagni: Però a chi retto aspira e retto poggia Per verace camino al sommo bene, Od a chi ha 'l traviar lasciato a tempo,

Or cura assai più cupa al cor s'interna: Cerca ei ricchezze, amici, e brama onore, Col disagio di Marte e di Minerva. Fra le vigilie e fra i perigli aspira

A magnanime imprese, e a nobil fama Doma i sfrenati sensi, e sotto al giogo Marital divien padre, e lieto vede Se stesso rinovato in bella prole,

Et oltre corre, e più e più s'attempa. Simil ritratto al vivo ancor si scorge, Passando i seri a' più maturi giorni: Ecco a pena gli apparve il primo albore

De la lor giovanezza, e a l'occidente Già volge i passi in più spedito corso: Che quanto fu più tarda a salir l'erto, Tanto or più affretta al declinante calle.

Già addita il varco a la virile etade Il domator de' mali e de la Notte Lusinghier figlio, col leteo liquore Di cui invisibilmente il gregge irriga;

E già sopire i sensi, e posar vedi Le stanche membra, il grave capo in alto Tenendo ognor (quasi a ricever pronto Il celeste favor), donne, sin tanto

Che 'l sol correndo intorno a noi riporti L'alma luce tre volte; e 'l rozzo cuoio Indi lascia col sonno, come suole Lasciar la verde buccia aperta rosa,

Allor che sopra lei piove la manna, E scuote l'alma in rugiadoso grembo; E 'l bel color de la mutata spoglia Veggendo, egli medesmo ammira e gode,

Che par ch'invidii il vostro vago volto, Amate virginelle, ove si sparge Fra 'l giglio la viola, e si confonde. Or grave incede e grave mira, e pasce

Con più posati morsi i vostri doni. E come in uom, ch'al mezzo corso assunto De la sua vita, e nel passato tempo Soffrì molto fanciullo, et arse, et alse,

Fuggì l'ozio e i diletti, e dal travaglio Giorno e notte fu oppresso, onde la strada Al ciel s'aprisse, in questa età si scorge Chiaro pregio de l'opre, e certo segno

Del suo valore, e qual s'attenda e speri Fine di lui, quai palme e quai trionfi: Tale in questo animal traluce e splende Da l'abellite membra aperto un raggio

D'ampie ricchezze, ch'entro il seno asconde, Per farne indi a voi, donne, un largo dono. Vedi apparir l'aurate fila, e vedi Confusamente avvolto il bel lavoro,

Entro lucida vesta ancor celato. Però, liete donzelle, ancor vi sproni Questa speme sicura a nuove imprese, A gran servigio, et a più cari uffici:

Come di naviganti audace schiera, Che più giorni ha provato il mare infido, E scórse per l'Egeo mille procelle, S'al fin si scopre il desiato porto,

Benché contrasti ancora il vento, e l'onda Fa schermo al vento, e con robusti remi Frange l'onda feroce, e preme e suda; Né li è grave la noia, poi che spera

Toccar in breve il dolce amato suolo. Mentre il verme si pasce, e nove volte Farà la vaga Aurora usata scorta Al bel lume che mal resse Fetonte,

Et altretante sotto il fosco manto La notte in occidente chiudrà il giorno, Vadin per l'alte selve, e per le umili, Per macchie e dumi e siepi aspri villani

Oprando la bipenne, ov'al ciel surga Il verde lauro o la superba quercia, O dove vil ginestra o molle stipa O rosmarino abonde; e quindi tolta

Tal quantità che buon giudicio elegga Di brevi rami, ma fronzuti e spessi, Gli avvinchi in fasci, e sul curvato dorso Nel degno ovil la rechi, e la disponga

Con picciol chiodi e funi intorno al grado Maggior del giro ove riposa il gregge, Quasi ben folta siepe, che nasconda Le sue radici ove l'un grado e l'altro

Fanno angolar confine insieme aggiunti, Et al minore i sparti rami appoggi, Come s'appoggia ai dirupati muri Od agli antichi steli eder' e acanto.

Intanto apporta il sol la nona luce Da che fu spento al verme il dolce sonno, Ch'ad altra vita, ad altro stil l'appella: Lascia le care frondi e 'l letto amato,

E lieto de la nuova alta foresta, Ver lei si move a passi tardi e lenti, Col corpo stanco ch'a gran pena porta Pregno del raro e nobil frutto; e vedi

Or farsi lungo, or ranicchiato e corto, Come serpe negli orti infausta eruca, Di cui gran parte ha la sembianza espressa. Tiene ei dal capo al tergo il bel lavoro

In tre parti distinto: il capo accoglie Sino al torace i primi fili e stame De l'altro assai men puro, e filaticcio Il volgo errante il noma; in mezzo alberga

Il serico tesoro, come in sede Più de l'altre beata; e serba il fine Altr'opra parimente incolta e vile. In cotal guisa adunque i verdi rami

Sale questo animal, poiché non cura Il cibo più, ma s'apparecchia a l'opra. Con mille giri al fin s'inselva e mesce Fra i rami e fra le stipe ove in due parti,

Quasi in due corna, si divide; e quivi Il picciol muso a l'un de' tronchi appressa, Ove col dente bipartito appende Del filo un capo, indi rivolto a l'altro

La trama stende, e quanto a lui concede Il loco, e quanto può col busto, intorno Pronto l'aggira a questa parte e a quella: Et apparire un picciol nembo a un tratto

Scorgi, qual fragil vetro ond'ei traspare; Indi più folta nube agli occhi il cela, E quanto più fuor de la nobil salma Vome l'alte ricchezze e peregrine,

Tanto ella più divien breve e ristretta. E, qual verga s'inesta in strania pianta Che legno a legno unisce, or si congiunge In breve spazio una su l'altra piega,

Di cui n'ha in nove zone il corpo cinto; E dentro d'or in or più si fa angusto L'oscuro luogo ov'ei se stesso chiude: Indi chiuso, e compito il bel lavoro,

Fra le degn'opre sue s'adagia e dorme Sonno d'ogn'altro più soave e queto. Così a punto fa l'uom che già maturo Sente l'età senile inferma e grave,

Onde tardo ai negozi, e lento a l'opre Incede, e loda il già trascorso tempo, Biasma il presente, e con aspre rampogne I minori di lui preme e censura;

Sempre di noia pien, s'ange e paventa: Così questi anni declinanti al corpo Van togliendo il vigor che gli altri diero, Ma la bell'alma ognor più chiara e pura

Gli spirti in alto leva, e fa che pronto Al suo fedel consiglio ogn'uom ricorre. E se, per rea cagione, al suolo errante Scorgi parte del gregge, o qualche verme

Che di salir sopra il boschetto adorno Forza non ha, ma al piè de' spessi tronchi Neghittoso s'avvolge, e tristo geme Che 'l potere al desio non corrisponda,

E par che d'onorata invidia colmo Miri i compagni suoi, cui più cortese Diè grazia il cielo di poggiar tant'alto, In parte ove il lor pregio ognun dimostri:

Et ei (colpa di sorte ingiusta e cruda) In estrema miseria oppresso, e seco Restin oscuri insieme, od in vil loco Sepolti i suoi tesori, in tanti giorni

E fra tante fatiche al fin raccolti: Anzi in lui sembra ognor farsi maggiore La pena, mentre ei vede a sì grand'uopo Mancarli il fido aiuto, e quel sostegno

In cui sperato avea, di chi il mantenne In vita e 'l trasse d'ogni rischio acerbo; Soccorra or quella man pura e gentile, Che sì benigna il cibo dielle, e pronta

Maisempre fu a servirlo, or dolce porga Favor più grato, e conoscendo il merto Di chi mercé li chiede, e sforzi e vinca (Oprando sua pietade) ogni empia voglia

Di contrario destino, al valor chiuso Aprendo il varco; e de l'amata selva In convenevol seggio il verme ponga, Che 'l vostro onor di sua virtute accresca,

Vaghe donzelle. A cui ricordo ancora Di non locarli mai l'un l'altro appresso, Anzi, quanto si può, vien che ancor quelli Ch'inramando sen vanno allunghi, e scevri

L'aggiunte coppie e i più vicini seri, Pria che da loro il bel lavor s'ordisca: Poscia che (o sian da spazio angusto astretti, O intempestivo amor li stringa e leghi)

Qual suole in ventre feminil sovente Sola membrana accôr gemino parto, Tal d'ambi avvolto stame in un sol giro Chiude i vermi consorti, e 'n minor prezzo

S'have il doppio lavor confuso e incolto. Però, se forse il già ingombrato bosco Di travaglianti vermi ai seri inerti Campo non lascia, ad altro stil si volga

Il pensier vostro, e là s'invii veloce Pronto garzone, o servo, o snella fante, Ove dedala mano incide e spiana D'odorato cipresso o d'altre piante

Assi gentili, onde ne intessa e formi Sonoro plettro, od arca, o nobil palco: E dal tagliente aciar, che liscia e terge, Cade qual sottil benda, o cinto, o nastro,

Soverchio legno inanellato e crespo, Che de la stanza in cui s'attende e suda Ne' mecanici ordegni il piano ingombra: E di materia tal, canestri e grembi

Si rechin pieni a voi, cui sparger giove Sopra le crati i più composti giri Di quella, e in essi i già smarriti vermi Faranno il nido, e spiegheran lor opre.

Come ancor de' colui cui non concede Il ciel che 'l ben che dà Fortuna e toglie A quel de l'alma in lui sia giunto e unito, Non sdegnando il suo grado, esser perfetto

Ne l'arte a che il voler sopran l'appella, Et a che il proprio affetto il piega e spinge. Segua altri Astrea, porgendo a ognuno in pace Ciò ch'a lui di ragion si spetta; e l'orme

Altri prema di Marte, e con la spada Per la sua fede e per la patria pugni; Altri ad Apollo serva, e 'l sacro coro Che in Elicona siede onori et ami;

Quel di Palla e Mercurio i vari studi Contempli, et un n'elegga, et un n'apprendi Intieramente; e quel che ad altro il core Volto non ha, che sia ingegnoso e grave,

Di Saturno i secreti almeno impari, E 'l paterno retaggio o 'l proprio avere, Con domestica cura e 'l viver parco, Se radoppiar non può, conservi intiero

A se stesso, a' suoi figli, et a' parenti: Che a Corinto passar non lice a tutti. Pur, quante frondi ha 'l bosco Ercino, e quante Arene il mar di Libia ognor raguna,

E quante erbette e fior di maggio ha un prato, Tanti mali fan guerra, e tanti danni Vengon a schiera a schiera, a quel che, lento, Essercitar non cura i spirti vaghi

In ben oprar, e 'n virtuosi effetti: Del che or ci danno un memorando essempio I divini animali in questa etade, Che tutti, in basso od in sublime stato,

Affaticarsi vedi, e fanno a prova Ricchi di giorno in giorno i letti e i rami Con mille e mille variati globi, Verdi, bianchi, vermigli, azzurri e gialli,

Che par n'invidii il più fiorito prato, Ove lieta ghirlanda a un bel rio fanno Gigli, calta, viole, acanto e croco; Anzi sembra la selva ornata e altera

Superbo fregio od imperial corona, Ove artefice illustre a l'auro ha miste In mille guise preziose gemme: Quivi un diamante i raggi, ivi un rubino

Il lume vibra, or un zaffiro appare, Or fra topazi e prasme egregia miri Schiera di bei smeraldi e di giacinti, E senza fin le perle, ma d'ogn'altra

Gemma un ricco pendente il pregio invola, Di margarita orientale e rara. Tre giorni gode il verme il caro nido Opra de le sue mani; al fin ne sorge

Non verme più, ma puro e vago augello, Che lasciato fra voi suo nobil seme, Ch'immortale il conserva e lo ravviva, Spiega i candidi vanni, e al ciel sen vola.

Chiaro specchio d'uom prode, che, tenendo Ristretta al cor l'alta virtute, aspetta Tempo opportuno a palesarla al mondo: Non fra la rozza plebe ei la dispensa,

Non in cose leggieri, o in umil loco, Né in giovenile e meno esperta etade, Ma dopo il latte i buon costumi appresi, Sorge a le discipline, a l'arti; e quelle

Poscia col bene e 'l male affina e prova Con l'uso esperto ch'ogni cosa insegna. Lasciato al fin col sonno il pigro letto De' gravi studi, da l'instabil fronde

L'alma solleva, e fra i massicci tronchi D'uomini illustri e prìncipi prudenti, Dal merto suo posto in sublime stato, Spiega il caro tesor di sue virtudi:

E poi, di fede immacolato, e bianco Di peli, e d'anni carco e di fatiche, Seme del nome suo perpetuo in terra Lasciando, frange l'atra nube oscura

Ond'era avvolto, e poggia ardito al cielo, Ov'ha del ben oprar larga mercede. Ma qual mercé più larga, e qual più chiara Fama si deve ad alma degna e sciolta

Di mortal velo, che non resti oscura E vile appo la tua, duce alto e invitto, Divo gran Filiberto Emanuello? Che per tanti immortali avi et eroi,

Dal sangue di Sassonia, antico e augusto D'imperial corone e regai mitre, Chiaro stelo produsse al secol tristo, E diede in maggior uopo al mondo oscuro

Per disgombrar le tenebre e gli orrori, E risanar da mille piaghe atroci Il bel corpo d'Italia egro e languente. Te dunque parturio vera BEATRICE,

Che d'un bel ramo lusitano, al tronco Illustre tuo, con le sue mani Amore Inestar volle; e dal suo grembo tolto, Di vero culto armato, e d'incorrotta

Fede e regai sembianze ornato e pieno, Dal buon Carlo tuo padre al gran zio Carlo Donato fosti; e di lui l'orme sante Seguendo ognor, non di Chirone o 'l saggio

Stagira fur da te i precetti accolti, Ma nel tuo petto ogni virtute infuse Lei, che dal capo uscio del gran Tonante, Et il figliuol di Maia; e ti mostraro

Che con paterna e vigilante cura Del popol tuo, col frenar l'ire ardenti, Col punir gli empi e sollevar gli afflitti, Con l'equa lance, e col serbar intatte

Le man dal sangue altrui giusto e innocente, Col procurar la pace e dar riposo A l'età oppressa al ciel si poggia, e 'l giogo Si rende a' servi suoi lieve e giocondo.

Ivi, seguendo sol pregio e virtute, Crescesti in arme valoroso e ardito; Indi con gran stupor del chiaro duce, Con intrepido cor, veduto fosti

Scorrer contro i più forti empi ribelli, Spargendo del lor sangue ampio torrente, E montagna di strage alzando al piano, Onde libero a te concesse il varco

Nel più rapido corso, e in mezzo l'onde, L'Albi, del tuo valor stupido e vago. Et al tuo merto ancor libero scettro Il saggio Imperator commetter volse

Sovra le schiere sue, sovra ogni duce. E qual fu mai fra tanti al mondo illustri Di Quirino e di Numa avi o nipoti, Cui concesso abbi il cielo e 'l dio de l'armi

Ornarsi il crin d'ogni corona e fregio, Come fu a te, Signor? cui d'or la chioma Cinse Renti et Edino, un di murale, L'altro di vallar gloria; e del gran Franco

Rotto in doppio conflitto, in doppio onore, Ornò le tempie tue gramigna e lauro: Ornolle ancor la quercia e 'l sacro mirto Nel racquistato regno, ove serbasti

I cittadini tuoi, che vidder fatto, Senza stilla versar di civil sangue, Per le tue man sì glorioso acquisto. Sentì dunque il valor sommo e felice

In guerra il Belga, il Franco et il Germano; Il famelico lupo ingordo et empio, Ch'ognor tenta furar dal sacro ovile Le stolte pecorelle; e quel ch'a torto

Sì nobil preda al nostro impero usurpa, Ch'ha nel Bosforo tracio il seggio antico Da Constantin riposto entro Bisanto. Provollo in pace ancor l'afflitta sposa

Di Dio, che sue reliquie in giro angusto Ristrette avendo, fu spesse fiate Per te difesa; e 'l popol tuo diletto, Queste piaggie sì vaghe e sì gradite

Col tuo valor ricompre, e queste genti Dopo molto travaglio al tuo vessillo Con nove leggi unite. E l'alte imprese, Gli ordini, e l'arti, e ' militari onori

Qui rinovati avendo, e d'alte mura Ornate le città nobili e belle, Muniti i passi e i luoghi, al fin pur lieto Del patrio nido e del bramato seggio

(Come questo animal famoso e raro Di cui si canta), in mezzo a l'opre degne De le tue man queto e sicuro stando, Queto e sicuro avesti il sonno, e l'ali

Spiegasti al ciel candido e puro, e 'n grembo Al tuo fattor, d'etereo raggio cinto, Ti stai beato; e quindi lieto miri Le glorie tue, ch'ognor si fan più belle

Nel chiaro seme a noi lasciato in dono. Chiaro seme, alto dono, e regio figlio, Che virtù nutre, onore inalza, e regge Giustizia, e Palla a lui senno concede,

Che 'l paterno valor serbando accresce, Onde in sua man riposta ha 'l ciel la chiave Ch'a questa Esperia il passo apre e richiude, Ed al suo sacro regno immenso pregio

Compartito ha la dea madre d'Amore, Novo splendor giungendo al suo bel lume, Mentre col più pregiato e caro nodo Di felici imenei legollo e strinse

A soggetto più ch'altro al mondo degno. Tu, che col ciglio il ciel reggi e mantieni, Reggi e mantieni ancor sì eccelsi numi: E 'l bel terren ch'al lor dominio hai dato

Più non tema del tempo oltraggi et onte. Troppo, ahi, troppo fu asperso, immondo e tinto Il Po di sangue ostil del nostro sangue: Or frema altrove strepitoso Marte,

E 'l barbaro furor nemico a' seri. Non siano i gelsi più, né l'altre piante In bellici stromenti e uffici volti, Ma, qual da un vivo fonte, scaturisca

Serie d'eroi dal regio alvo fecondo: Chiara succession ch'eterna stenda I rivi suoi, di riprodur mai stanchi Quanti destina il ciel degni nepoti,

Ch'avanzin poi qual più chiaro si canta Di Sparta, di Cartagine, e di Roma. Tu magnanimo duce alto e sublime, Giovine glorioso, al vero sole

Fisse le luci tue tenendo, apprendi Nodrire e fecondar l'arti e gl'ingegni, Sparger pace e riposo, e con man giuste Dar premi e pene, e proveder da lunge,

Onde al secol presente et al futuro Goda per te la prisca gloria il mondo.

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Libro primo · Alessandro Tesauro · Poetry Cove