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1565–1635

CANTO XII

Alessandro Tassoni

Cessa la tregua e la vittoria pende: il Papa in Lombardia manda un Legato. Sprangon su 'l ponte a guerreggiar discende, onde sospinto poi resta affogato.

Sono rotti i Petroni entro le tende e ammolliscono il cor duro ostinato. S'interpone il Legato a tanti mali, e si fa pace al fin con patti uguali.

Le cose de la guerra andavan zoppe, i Bolognesi richiedean danari al Papa, ed egli rispondeva coppe, e mandava indulgenze per gli altari.

Ma Ezzelino i disegni gl'interroppe col soccorso che diede a gli avversari: allora egli lasciò di fare il sordo, e scrisse al Nunzio che trattasse accordo.

Indi spedì legato il Cardinale messer Ottavian de gli Ubaldini, uomo ch'in zucca avea di molto sale ed era amico a i Guelfi e a i Ghibellini;

e gli diede la spada e 'l pastorale che potesse co' fulmini divini e con l'armi d'Italia opporsi a cui rifiutasse la pace e i preghi sui.

Fece il legato subito partita con bella corte e numerosa intorno. Ma la tregua fra tanto era finita, e a l'armi si tornò senza soggiorno:

facevano i guerrier su 'l ponte uscita per guadagnarlo, e quivi notte e giorno si combattea con sì ostinato ardire che 'l fior de' cavalier v'ebbe a morire.

Fra gli altri giorni quel di san Matteo, de l'uno e l'altro esercito avvocato, sì fieramente vi si combatteo che tutto 'l fiume in sangue era cangiato.

Prove eccelse Perinto e Periteo feron col brando, ma da l'altro lato minori non le fe' Renoppia bella, d'alto pugnando a colpi di quadrella.

Su la torre vicina armata ascese, che fu di Sant'Ambrogio il campanile, e per compagne sue seco si prese Celinda e Semidea coppia gentile;

quivi l'arco fatal l'altera tese: e sdegnando ferir bersaglio vile, furon da lei le più degne alme sciolte, e votò la faretra cinque volte.

Paride Grassi e 'l cavalier Bianchini su 'l ponte uccise e Alfeo degli Erculani; su la riva l'alfier de' Lambertini, Pompeo Marsigli e Cosimo Isolani;

Lapo Bianchetti e Romulo Angelini, Gabrio Caprari e Barnaba Lignani giù nel fondo trafisse, e due cognati Fulgerio Cospi e Lambertuccio Grati.

A Petronio Sampier, ch'innanzi al ponte facea la strada a quei de la Crocetta, drizzò l'arco Celinda e ne la fronte gli affisse la mortal fera saetta.

Nel collo Semidea ferì Bonconte Beccatelli, ch'uccisi in quella stretta avea Anton Borghi e Gemignan Colombo, e lo fece cader nel fiume a piombo.

Fu Girolamo Preti anch'ei ferito, poeta degno d'immortali onori che quindici anni in corte avea servito nel tempo che puzzar soleano i fiori.

Col collare a lattughe era vestito, tutto di seta e d'or di più colori; ond'al primo apparir ch'ei fece in campo, Renoppia di sua man trasse a quel lampo.

Tra 'l collo e le lattughe andò a ferire, e pelle pelle via passò lo strale; ei si sentì la guancia impallidire, ché dubitò la piaga esser mortale:

l'accortezza e 'l saver nocque a l'ardire che gli affissò la mente al proprio male, e in cambio di pensare a la vendetta, correre il fece a medicarsi in fretta.

Ei nondimen scusandosi dicea che pugnar con le dame era atto vile, ma pazzo ardir contra colei ch'avea la sua franchigia in cima a un campanile.

In tanto da uno stral di Semidea fu morto a piè del ponte Andrea Caprile ch'avea quella mattina un frate ucciso. La balestra del Ciel scocca improviso.

E se non che la notte intorno ascose l'aurea luce del sol col nero manto, imprese vi seguìan maravigliose ch'avrebbon desti i primi Cigni al canto;

taciute avria quell'armi sue pietose il Tasso, e 'l Bracciolino il Legno santo, il Marino il suo Adon lasciava in bando, e l'Ariosto di cantar d'Orlando.

Giunto a Genova in tanto era il Legato, e 'l Nunzio da Bologna gli avea scritto ch'egli sarebbe ad incontrarlo andato prima ch'ei fesse a Modana tragitto:

ma egli, ch'a lo studio avea imparato che fa la Maestà poco profitto se le manca il poter, senza intervallo assoldando venìa gente a cavallo.

E 'l Papa già co' Genovesi avea d'un mezzo million fatto partito, talché sicuramente egli potea ragunar soldatesca a suo appetito;

ma il trascorrer qua e là ch'egli facea il trasse fuor del camin dritto e trito, fin che con lunga ed onorata schiera egli arrivò ne' prati di Solera.

Quivi stanco dal caldo e fastidito fermossi a l'ombra, e d'aspettar dispose il Nunzio, a cui già un messo avea spedito per intender da lui diverse cose.

In tanto i servi suoi su 'l verde lito vivande apparecchiar laute e gustose, ed egli in fretta trattisi gli sproni mangiò per compagnia cento bocconi.

Mangiato ch'ebbe, sté sovra pensiero rompendo certi stecchi di finocchi; indi venner le carte e 'l tavoliero, e trasse una manciata di baiocchi,

e Pietro Bardi e Monsignor del Nero si misero a giucar seco a tarocchi; e 'l Conte d'Elci e Monsignor Bandino giucarono in disparte a sbarraglino.

Poi ch'ebbero giucato un'ora e mezzo levossi, e que' prelati a sé chiamando, con gusto andò con lor cacciando un pezzo i grilli che per l'erba ivan saltando:

così l'ore ingannava, e al fresco orezzo la venuta del Nunzio attendea, quando di persone e di bestie ecco un drappello guastò la caccia ch'era in su 'l più bello.

Eran questi una man d'ambasciatori da Modana mandati ad invitarlo con muli e carri e cocchi e servidori e molta nobiltà per onorarlo,

ben ch'avesse Innocenzio e i decessori data lor poca occasion di farlo, essendo i Modanesi a quella corte esclusi da ogni onor d'infima sorte;

non perché avesse alcun mai tradimento usato nel servir la Santa Sede, ma perché avean con lungo esperimento a Cesare serbata ottima fede.

Quel che dovea servir d'incitamento per onorar di nobile mercede la costanza e 'l valor, servìa d'ordigno per accendere i cor d'odio maligno.

Or al Legato que' signor portaro rinfrescamenti di diverse sorte, di trebbian perfettissimo un quartaro, e in sei canestre ventiquattro torte,

e una misura, che tenea un caldaro, di sughi d'uva non più visti in corte, e per cosa curiosa e primaticcia quarantacinque libre di salciccia.

Ringraziolli il Legato, e que' regali dividendo fra' suoi l'invito tenne; e fra tanto col feltro e gli stivali il Nunzio per la posta sopravenne,

e informandol di tutti i principali motivi, seco a la città se 'n venne, la qual s'affaticò con ogni onore di trarre il Papa del passato errore.

Si rinovò la tregua, e ad incontrarlo uscì de la città tutto il Consiglio, e fin le dame uscir per onorarlo fuor de la porta inverso il fiume un miglio.

Preparossi il castel per alloggiarlo con paramenti di tabbì vermiglio: corsesi un palio, e fessi una barriera, e in maschera s'andò mattina e sera.

Il Nunzio ragunar fece il Senato ne la sala maggiore il dì seguente, dove con pompa grande entrò il legato benedicendo nel passar la gente;

sotto un gran baldacchino di broccato stava la sedia sua molto eminente, e quindi ei cominciò grave e severo a parlare a quei vecchi dal brachiero:

— Il Papa, ch'è signor de l'universo e del gregge di Dio padre e pastore, veduto fra le cure ov'egli è immerso d'una favilla uscir cotanto ardore,

al ben comun da quel desìo converso che spira e muove in lui l'eterno amore, pace vi manda, o vi dinunzia guerra, se voi la ricusate, in cielo e in terra.

Quello che io dico a voi dico al nemico vostro, ché 'l Papa a tutti è giusto Padre, e se ben voi per retto e per oblico foste sempre ribelli a la gran Madre,

e novamente a l'empio Federico congiunti avete e gli animi e le squadre, non vuol però che d'alcun vostro gesto s'abbia memoria o sentimento in questo.

E mi manda a trattar pace fra voi con patti uguali, e mi comanda ch'io in armi debba aver fra un mese o doi dieci mila cavalli al voler mio

per rintuzzar chi fia ritroso a i suoi santi disegni, al suo voler restio, e a Genova i contanti hammi rimesso, e trenta compagnie già son qui appresso.

E promette di darmi il Re di Francia dodici mila fanti infra due mesi, sì che 'l fondarsi in altro aiuto è ciancia. Né più sia detto a voi che a i Bolognesi,

il Papa sa che a correr questa lancia i danari di Dio fien meglio spesi ch'in erger torri e marmi in sua memoria d'armi e nomi scolpir, fumi di gloria. —

Era capo di banca allor per sorte un Giacopo Mirandola, uom feroce, nemico aperto a la romana corte, turbulento di cor, pronto di voce;

questi volgendo a le ragioni accorte del romano Legato il dir veloce, con quella autorità ch'avuta avea, così parlò dal luogo ove sedea:

— Il Papa è Papa e noi siam poveretti, nati, cred'io, per non aver che mali, e però siam da lui così negletti e al popol fariseo tenuti eguali.

Se per tiepidità noi siam sospetti, per diffidenza voi ci fate tali, ma se per troppo ardor, che possiam dire se non che 'l vostro giel nol può soffrire?

Fra i divoti di Dio noi siamo soli che non godiam di quel ch'a gli altri avanza, né possiamo ottener come figlioli nel paterno retaggio almen speranza:

vengono genti da gli estremi poli e trovano appo voi felice stanza, noi soli siam da gli avversari nostri per esempio di scherno a dito mostri.

Se in lupi si trasformano i pastori, gli agnelli diverran cani arrabbiati che fra gli oltraggi quei sono i peggiori che ci fanno color ch'abbiamo amati:

ha da noi Federico armi ed onori però ch'in libertà ci ha conservati, egli tratta con noi con cor sincero, e noi serbiamo fede al sacro Impero.

Né deve minor lode esser a nui il conservar la libertade antica, ch'a gli altri l'occupar gli stati altrui e la fede ingannar di gente amica;

questo dico a chi tocca e non a vui, che se 'l Papa si studia e s'affatica di porne in pace con paterno zelo, ne debbiamo levar le mani al cielo;

quantunque non rispondano a le prove quel terzo ch'ei mandò di Perugini, e questo monsignor che fa da Giove co i fulmini ch'avventa a i Ghibellini;

però s'amor, se carità lo muove, se lo spirto di Dio spira i suoi fini, deh cessi il mal influsso a questa terra, e faccia il Papa a gl'infedeli guerra:

ché noi siam pronti a riverire i suoi santi pensieri e far ciò ch'egli impone, e a por liberamente in mano a voi ogn'arbitrio di pace, ogni ragione;

l'onore intatto resti, e sia di noi quel che v'aggrada, acciò ch'al paragone più non abbiamo a rassembrar bastardi tra i vostri figli a gli altrui biechi sguardi;

ché quell'armi ch'or voi depor ci fate, se verrà tempo mai ch'uopo ne sia, se verrà tempo mai che le chiamiate o in Mauritania o a i regni di Soria,

vi seguiran nel mar fra l'onde irate, vi seguiran per solitaria via, saran le prime a disgombrarvi i passi onde a la gloria e a la salute vassi. —

Qui il Mirandola tacque, e 'l Concistoro tutto levossi a gridar — Pace, pace. — — E pace sia, rispose a un tempo loro il discreto Pastor, s'ella vi piace,

per me non fia che di sì bel tesoro questa vostra città resti incapace, né i Tedeschi, cred'io, l'impediranno, ch'omai confusi e mal condotti stanno.

E 'l Papa contra lor mosse in battaglia, non contra voi, la gente Perugina, se non era con voi questa canaglia, egli impedita avria tanta ruina.

Or ha segnata Dio giusta la taglia e versata ha su 'l mal la medicina; siate voi più devoti e men bizzarri, e camminate per la via de' carri. —

Col fin de le parole in piè levato uscì dov'eran dame e cavalieri: poi fe' chiamare i primi del Senato, e consultò con loro i suoi pensieri.

In Modana due dì stette il Legato fra giostre e feste e musiche e piaceri: il terzo se n'andò verso Bologna per dar l'ultimo unguento a tanta rogna.

Gli donò la città trenta rotelle, e una cassa di maschere bellissime, e due some di pere garavelle, e cinquanta spongate perfettissime,

e cento salcicciotti e due cupelle di mostarda di Carpi isquisitissime, e due ciarabottane d'arcipresso, e trenta libre di tartufi appresso.

Fu da mille cavalli accompagnato da la città fino a i vicini lidi, dove trovò l'esercito schierato che 'l ricevé con suon di trombe e gridi.

Il ponte e la riviera indi passato, da i Bolognesi e loro amici fidi fu ricevuto, e circa le vent'ore giunse a la lor città con grande onore.

Il dì che venne, per trattenimento le spoglie gli mostrar del campo rotto, prigioni, armi, bandiere e ogni stormento, e fu in trionfo anch'egli il Re condotto;

indi per allegrezza il Reggimento gittò dalle finestre un porco cotto, ordinando che 'l dì de la vittoria così si fesse ogn'anno in sua memoria.

Fece il Legato poi la sua ambasciata nel publico Consiglio, e non fu intesa con quella attenzion ch'imaginata s'era nel cominciar di quella impresa.

Parea strano a ciascun che terminata fosse con pari onor quella contesa, e rivolean la secchia ad ogni patto, e non volean che 'l Re fesse riscatto.

Proponeva il Legato un mezzo onesto, che ritenendo il Re ch'avean prigione, rimettessero poscia in quanto al resto ne l'arbitrio del Papa ogni ragione;

e quando ancor gli trovò sordi in questo, né gli poté mutar d'opinione: — Dunque, disse sdegnato, i nostri amici han minor fede in noi che gli nemici?

Or vi farò veder quello ch'importe il disprezzar l'autorità papale. — Così disse, e non pur fuor de le porte che chiudean le superbe e ricche sale,

ma di Bologna uscì con la sua corte; e volgendo il cammin verso il Finale, il Paulucci avisò ch'immantenente il seguisse al Bonden con la sua gente;

dove dovea trovarsi il giorno appresso Azio d'Este figliol d'Aldobrandino, e quivi esser da lui poscia rimesso nel ferrarese antico suo domino,

come gli avea ordinato il Papa stesso con un breve, da poi ch'ei fu in cammino: e a un tempo fur da lui tutti chiamati i cavalli ch'adietro avea lasciati.

Salinguerra, ch'intese il suo periglio, tosto del ponte abbandonò l'impresa, e tornando a Ferrara, in iscompiglio ritrovò la città già mezza presa:

ma risoluti a non mutar consiglio s'ostinaron via più ne la contesa i Petroni, e stimar cosa leggiera l'aver perduta e l'una e l'altra schiera.

Da l'altra parte i Gemignani volti al lor vantaggio, avean con segretezza danari a cambio da i Lucchesi tolti e assoldata milizia a l'armi avezza;

e avendo i Padovani in campo accolti senza segno di tromba e d'allegrezza, si mostravan d'ardir, di forze impari per crescer confidenza a i temerari.

E 'n tanto preparar feano in disparte ordigni da trattar notturno assalto, ponti da tragittar da l'altra parte, saette ardenti da lanciar in alto,

fuochi composti in varie guise ad arte ch'ardean ne l'acqua e su 'l terreno smalto, falci dentate e macchine diaboliche che non trovaron mai le genti argoliche.

Tre giorni senza uscir de la trinciera stettero i Padovani e i Modanesi: ed ecco il quarto con sembianza altiera fuor de' ripari uscir de' Bolognesi,

e su 'l ponte calar da la riviera, tutto coperto di ferrati arnesi, un fanton di statura esterminata nominato Sprangon da la Palata.

Un celaton di legno in testa avea graticciato di ferro, e al fianco appesa una spada tedesca, e in man tenea imbrandita una ronca bolognesa.

Quindi volto a i nemici egli dicea: — O Pavanazzi da la panza tesa, quando volìdi uscir di quelle tane valisoni da trippe trevisane?

Fra tanti poltronzon i n'è neguno ch'apa ardimento de vegnir qua fora a far custion con mi, fina che l'uno sipa vittorios e l'altro mora? —

Così dicea, né rispondeva alcuno a la superba sua disfida allora; ma non tardò ch'a rintuzzar quel fiero da l'antenoree tende uscì un guerriero.

Lemizio fu nomato o Lemizzone, piccolo e grosso e di costumi antico, avea ne la man destra un rampicone, e sopra la celata un pappafico;

ne la manca una targa di cartone foderata di scotole di fico; del resto in giubberel con le gambiere parea un saltamartin proprio a vedere.

Rise Sprangon vedendolo su 'l ponte, e motteggiollo e dileggiollo assai, chiamandolo aguzin di Rodomonte, stronzo d'Orlando, ambasciator de' guai.

Volgendo Lemizzon l'ardita fronte rispose: — Al cospettazzo, e che dirai burto porco arlevò col pan de sorgo, se te fazzo sbalzar zoso in quel gorgo? —

Alza la ronca a quel parlar Sprangone, e mena per dividergli le ciglia; Lemizzone la targa al colpo oppone, v'entra un palmo la punta e vi s'impiglia;

ei la targa abbandona, e 'l rampicone gli avventa a l'elmo, e ne' graticci il piglia e tira con tant'impeto a traverso che 'n riva al ponte il fa cader riverso.

Sprangon tocca del cul su 'l ponte a pena, che balza in piedi, e la sua ronca gira con quella targa infitta, e su la schiena ferisce Lemizzon che si ritira.

Lemizzon de l'uncino a un tempo mena, ma non va il colpo ove drizzò la mira; segnava a la visiera, e giù discese, e ne la stringa de' calzoni il prese.

Con le ginocchia e con le mani in terra Lemizzon cade, e fa cader con esso le brache di Sprangon, ch'a sorte afferra col raffio ch'abbassò nel tempo stesso:

ma da la ronca a quel colpir si sferra lo scudo del carton spezzato e fesso: onde l'ardito Lemizzon che vede il rischio, salta in un momento in piede,

e Sprangon, ch'a sbrigar le gambe attende, urta per fianco e giù da l'orlo il getta. Sprangon cadendo in una mano il prende, e 'l rapisce con lui per sua vendetta;

ravviluppato l'un con l'altro scende: ma nel cader si distaccaro in fretta, batton su l'onda e vanno al fondo insieme; l'acqua rimbalza e 'l lido intorno freme.

Lemizzon, ch'è più sciolto e più spedito, soffia le spume e 'l volto alza da l'onda, e poi ch'ha scorto ov'è sicuro il lito, passa notando in su l'amica sponda:

ma da le brache sue l'altro impedito e da l'armi, restò ne la profonda voragine affogato e quivi giacque, cibo de' pesci e impedimento a l'acque.

Ramiro Zabarella, un cavaliero il più gentil che fosse a' giorni sui ma disdegnoso e furibondo e fiero con chi volea pigliar gara con lui,

comparve armato sopra un gran destriero, dopo che Lemizzon chiarì colui, e disse: — O Bolognesi, oggi la vostra disfida feste, e noi farem la nostra.

Però doman su questo ponte stesso tutti vi sfido a singolar battaglia con lancia e spada, acciò che meglio espresso si vegga chi di noi più in armi vaglia. —

Qui tacque il Zabarella, e seguì appresso il grido universal de la canaglia, e fu accettata la disfida altiera da i cavalier de la contraria schiera.

Era ne la stagion ch'i sensi invita a ristorarsi omai la notte bruna, e con luce scemata e scolorita s'era congiunta al sol l'umida luna:

la gente di Bologna, insuperbita dal passato favor de la fortuna, dormìa secura in aspettando l'ora ch'esca Ramiro a la battaglia fuora.

Quand'ecco «a l'arma a l'arma», e d'oriente volando il grido a mezzogiorno arriva, «a l'arma a l'arma» s'ode a l'occidente, rimbomba l'aria e fa tremar la riva.

La sonnacchiosa e spaventata gente sorgea confusa, e quinci e quindi giva, ravvolgendo e intricando ordini e schiere, e cercando a lo scuro armi e bandiere.

Avean taciuto i Modanesi un pezzo per cogliere il nemico a l'improviso, e da più parti riserrarlo in mezzo per farlo rimaner vie più conquiso,

parendo lor che la vittoria avezzo l'avesse a trascurar quasi ogn'aviso: presero il tempo e 'l ritrovar distratto e da simil pensier lontano affatto.

Correano a gara i capitani al ponte dove maggior periglio esser parea, e quivi il furibondo Eurimedonte col destriero ingombrato il varco avea;

e in minacciosa e formidabil fronte, con la spada a due man ferendo fea smembrati e morti giù da l'alta sponda cavalli e cavalier cader ne l'onda.

A Petronio Casal divise il volto fra l'uno e l'altro ciglio in fino al petto, a Gian Pietro Magnan, ch'a lui rivolto già tenea per ferirlo il brando eretto,

troncò la mano e aperse il fianco, e sciolto trasse lo spirto fuor del suo ricetto, e partito dal collo a una mammella Ridolfo Paleotti uscì di sella.

Ma di gente plebea n'uccide un monte che s'erge sovra l'onda e innanzi passa; seguono i Padovani, e già del ponte le steccate e le sbarre addietro lassa;

quindi ne le trinciere urta per fronte e le rompe, le sparge e le fracassa, si rinforza il nemico, e fa ogni prova contra tanto furor, ma nulla giova;

ché da levante vien per fianco il forte Gherardo a un tempo, e da ponente viene Manfredi, e l'uno e l'altro ha in man la morte, e fa di sangue rosseggiar l'arene:

trasser le genti lor con pari sorte di là da l'onda, e per le rive amene taciti costeggiando a un punto furo sopra i nemici incauti al ciel oscuro.

A prima giunta in cento parti e cento acceso fu ne' palancati il foco: crebbe la fiamma e la diffuse il vento, e l'inimico a quel terror diè loco.

Urtando i Gemignani, e al violento impeto loro ogni riparo è poco, da l'altra parte i Padovani anch'essi hanno già i primi in su l'entrata oppressi.

Varisone, fratel di Nantichiero, che Barisone ancor fu nominato, uccise Urban Guidotti e Berlinghiero dal Gesso, e 'l Manganon da Galerato.

Seco avea Franco e 'l valoroso Alviero e don Stefano Rossi, a cui fu dato il cognome a l'uscir di quel periglio, perché tutto di sangue era vermiglio.

Al pretor di Bologna intorno stanno tutti i primi guerrier del campo armati: egli che vede la ruina e 'l danno e non può riparar da tanti lati

esce da tramontana, e se ne vanno di Castelfranco a i muri abbandonati: e si riparan quivi, e quivi accolte sono le genti rotte in fuga volte.

Il popolo di Fano e di Cesena restò col fior de' Milanesi estinto, de' Ravennati e Forlivesi a pena fu ricondotto a Castelfranco il quinto;

preso il carroccio, ogni campagna piena di morti, ogni sentier di sangue tinto. Gli alloggiamenti e la nemica preda restaro al foco e a le rapine in preda.

Più non tornaro al ponte i Modanesi, ma a Castelfranco fer passar la gente e quivi furo i padiglioni tesi poco distanti al lato di ponente,

dove ancor sono i margini difesi da una trinciera quadra ed eminente che può veder passando in su la strada qualunque dal castello al fiume vada.

Tiraro il dì seguente una trinciera i Bolognesi fuor de la muraglia, e quivi usciro armati a la frontiera contra i nemici in atto di battaglia;

ma stetter poi così fino a la sera, per mostrar di non ceder la puntaglia: e in tanto il Reggimento avea mandato un messo in fretta al Cardinal Legato;

cui chiedendo perdon del folle eccesso, d'aiuto il supplicava e di consiglio con libero e assoluto compromesso, pur che levasse i suoi fuor di periglio.

Egli, dissimulando il gusto espresso di vedergli abbassato il superciglio, mostrò dolersi de l'avuta rotta, e fe' ritorno a la città del Potta.

Quivi accolto in Senato ei disse: — Amici, io torno a voi con quell'istessa fede ch'io ritrassi l'altrier, che i benefici non mi faceano ancor sperar mercede:

voi, ch'io credea di ritrovar nemici, feste donna di voi la Santa Sede, e i nostri amici vecchi insuperbiti mutaron fede e ne lasciar scherniti.

Or ha l'orgoglio lor Dio rintuzzato: io che 'l sentiero a la vittoria ho fatto, che 'l terzo di Perugia ho lor levato, che Salinguerra fuor del campo ho tratto,

l'arbitrio che da voi pria mi fu dato vi ridomando: ma però con patto che debba l'onor vostro esser securo, e così vi prometto e così giuro. —

Il Mirandola allora alzato in piede gli rispose: — Signor, la patria mia né per incontro a la fortuna cede, né per felicità sé stessa oblìa:

l'arbitrio che da prima ella vi diede, l'istesso or vi conferma, e sol desia che siate voi magnanimo in usarlo com'ella è pronta e generosa in darlo. —

Ringraziò que' signori, e fe' partita da Modana il Legato il giorno stesso, e conchiusa la pace e stabilita fra le parti in virtù del compromesso,

con gaudio universal, con infinita sua lode publicolla il giorno appresso, riserbando ne' patti a i Modanesi la secchia e 'l Re de' Sardi a i Bolognesi.

Nel resto si dovean tutti i prigioni quinci e quindi lasciar liberamente, e le terre e i confini e lor regioni ritornar come fur primieramente.

Così finir le guerre e le tenzoni, e 'l giorno d'Ogni Santi al dì nascente ognun partì da la campagna rasa, e tornò lieto a mangiar l'oca a casa.

Voi buona gente che con lieta ciera mi siete stati intenti ad ascoltare, crediate che l'istoria è bella e vera; ma io non l'ho saputa raccontare:

paruta vi saria d'altra maniera vaga e leggiadra, s'io sapea cantare. Ma vaglia il buon voler, s'altro non lice, e chi la leggerà viva felice.

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