Il Conte di Culagna entra in furore, e sfida a duellar Titta prigione; ma sciolto che lo vede, ei perde il core, e cerca di fuggir dal paragone:
vi si conduce al fine, e perditore un nastro rosso il fa de la tenzone. De la vittoria sua spande la nuova Titta, e pentito poi se ne ritrova.
Poiché la fama al fin con mille prove mostrò l'infamie sue scoperte al Conte, e gli fece veder come si trove con la corona d'Atteone in fronte,
contra la moglie irato in forme nuove si volse a vendicar l'ingiurie e l'onte, e per farla morir con vituperio l'accusò di veleno e d'adulterio.
Per tutto il campo allor si fe' palese quel ch'era prima occulto o almeno in forse. La donna francamente si difese, e le querele in lui tutte ritorse,
e fe' rider ognun quando s'intese com'ella seppe al suo periglio opporse, e d'inganno pagar l'ingannatore ch'ebbe poscia a cacar l'anima e 'l core.
Il Conte, che si vede andar fallato contra la moglie il suo primier disegno, pensa di vendicarsi in altro lato, e volge contra Titta ogni suo sdegno;
sa che per ritrovarsi imprigionato, per forza ha da tener le mani a segno; lo chiama traditor solennemente e aggiugne che se 'l nega, ei se ne mente;
e che gliel proverà con lancia e spada in chiuso campo a publico duello; e perché la disfida attorno vada, la fa stampar distinta in un cartello,
e vantasi d'aver trovata strada da non potere in qual si voglia appello d'abbattimento o giusto o temerario sottoporsi al mentir de l'avversario.
Ma gli amici di Titta avendo intesa la disfida, s'uniro in suo favore, e feron sì che la sua causa presa e terminata fu senza rigore:
anzi, perch'ei serviva in quella impresa contra Bologna e 'l Papa suo signore, fu scarcerato come ghibellino senza fargli pagar pur un quattrino.
Sciolto ch'ei fu, rivolse ogni pensiero a la battaglia pronto e risoluto; preparò l'armi e preparò il destriero, né consiglio aspettò, né chiese aiuto.
Poco avanti da Roma un cavaliero nel campo modanese era venuto, di casa Toscanella, Attilio detto, e fu da lui per suo padrino eletto.
Questi era un tal piccin pronto ed accorto, inventor di facezie e astuto tanto, che non fu mai Giudeo sì scaltro e scorto che non perdesse in paragone il vanto;
uccellava i poeti, e per diporto spesso n'avea qualche adunata a canto, ma con modi sì lesti e sì faceti, che tutti si partìan contenti e lieti.
In armi non avea fatto gran cose, però ch'in Roma allor si costumava fare a le pugna, e certe bellicose genti il governator le castigava:
ma egli ebbe un cor d'Orlando, e si dispose d'ire a la guerra, perché dubitava de' birri, avendo in certo suo accidente scardassata la tigna a un insolente.
Il Conte allor che vide al vento sparsi tutti i disegni e 'l suo pensier fallace, cominciò con gli amici a consigliarsi se v'era modo alcun di far la pace;
vorrebbe aver taciuto, e ritrovarsi fuor de la perigliosa impresa audace, ché sente il cor che teme e si ritira, e manca l'ardimento in mezzo a l'ira.
Ma il Conte di Miceno e 'l Potta stesso e Gherardo e Manfredi e 'l buon Roldano gli furo intorno, e 'l vituperio espresso, dov'ei cadea, gli fer distinto e piano;
indi promiser tutti essergli appresso, e la pugna spartir di propria mano; ond'ei riprese core, e per padrino s'elesse il Conte dì San Valentino.
Questi, che ne la scherma avea grand'arte, subito gl'insegnò colpi maestri da ferire il nemico in ogni parte, e modi da parar securi e destri:
indi rivide l'armi a parte a parte del cavaliero e i guernimenti equestri; ma un petto, senza cor, che l'aria teme, non l'armerìan cento arsenali insieme.
La notte a la battaglia precedente che fra i due cavalier seguir dovea, volgendo il Conte l'affannata mente al periglio mortal ch'egli correa,
ricominciò a pensar tutto dolente di nol voler tentar, s'egli potea; e innanzi l'alba i suoi chiamò fremendo, un gran dolor di ventre aver fingendo.
Il padrin, che dormìa poco lontano, tutto confuso si destò a quell'atto; con panni caldi e una lucerna in mano Bertoccio suo scudier v'accorse ratto;
e 'l barbier de la villa e 'l sagrestano di Sant'Ambrogio v'arrivaro a un tratto; e 'l provido barbier, ch'intese il male, gli fe' subitamente un serviziale.
Ed egli per non dar di sé sospetto, cheto se 'l prese e si mostrò contento, ma fingendo che poi non fesse effetto, né prendesse il dolore alleggiamento,
chiamò gli amici e i servidori al letto, e disse che volea far testamento; onde mandò per Mortalin notaio, che venne con la carta e 'l calamaio.
La prima cosa lasciò l'alma a Dio, e lasciò il corpo a quell'eccelsa terra dov'era nato, e per legato pio danari in bianco e quantità di terra;
indi tratto da folle e van desio a dispensar gli arredi suoi da guerra, lasciò la lancia al Re di Tartaria e lo scudo al Soldan de la Soria;
la spada a Federico Imperatore ed al popol romano il corsaletto, a la reina del mar d'Adria, onore del secol nostro, un guanto e un braccialetto;
l'altro lasciollo a la città del fiore, e al greco Imperator lasciò l'elmetto; ma il cimier, che portar solea in battaglia, ricadeva al signor di Cornovaglia.
Lasciò l'onore a la città del Potta, poi fe' del resto il suo padrino erede. D'intorno al letto suo s'era ridotta gran turba intanto, chi a seder, chi in piede;
fra' quali stando il buon Roldano allotta, che non prestava a le sue ciance fede, gli dicea a l'orecchia tratto tratto: — Conte, tu sei vituperato a fatto.
Non vedi che costor t'han conosciuto che per tema tu fai de l'ammalato? Salta su presto, e non far più rifiuto, ché tu svergogni tutto il parentato;
noi spartiremo e ti daremo aiuto subito che l'assalto è incominciato. — Il Conte si ristrigne e si lamenta e si vorrìa levar, ma non s'attenta.
Di tenda in tenda in tanto era volata la fama di quell'atto, e ognun ridea. Renoppia, che non era ancor levata, un paggio gli mandò che gli dicea
che stava per servirlo apparecchiata, e accompagnarlo in campo, e ben credea ch'egli si porterebbe in tal maniera ch'ella n'avrebbe poscia a gire altiera.
Quest'ambasciata gli trafisse il core e destò la vergogna addormentata, e cominciaro in lui viltà ed onore a combatter la mente innamorata:
s'alza a sedere, e dice che 'l dolore mitigato ha il favor de la sua amata, e s'adatta a vestir, ma la viltade finge che 'l dolor torni, e giù ricade.
E la pittrice già de l'Oriente pennelleggiando il ciel de' suoi colori abbelliva le strade ad dì nascente, e Flora le spargea di vaghi fiori:
quindi usciva del Sole il carro ardente, e di raggi e di luce e di splendori vestiva l'aria, il mar, la piaggia e 'l monte, e la notte cadea da l'orizonte:
quando comparve il Conte di Miceno col medico Cavalca in compagnia. Il medico a l'orina in un baleno conobbe il mal che l'infelice avìa,
e fattosi recare un fiasco pieno di vecchia e dilicata malvagìa, gli ne fece assaggiar tre gran bicchieri, ed ei pronto gli bebbe e volontieri.
Cominciò il vino a lavorar pian piano, e a riscaldar il cor timido e vile, e a mandar al cervel più di lontano stupido e incerto il suo vapor sottile:
onde il Conte gridò ch'era già sano, che 'l dolor gli avea tolto il vin gentile, e balzando del letto i panni chiese, e tosto si vestì l'usato arnese.
Indi tratto fremendo il brando fuora, tagliò Zefiro in pezzi e l'aura estiva, e se non era il suo padrino, allora a la battaglia senz'altr'armi ei giva.
L'almo liquor che i timidi rincora puote assai più che la virtù nativa: ben profetò di lui l'antica gente ch'era sovra ogni re forte e possente.
Or mentre s'arma, ecco Renoppia viene e 'l coraggio gli adoppia e la baldanza, che con dolci parole e luci piene d'amor gli fa d'accompagnarlo instanza,
egli che 'l foco acceso ha ne le vene, commosso da desìo fuor di speranza e da furor di vino, ambo i ginocchi a terra inchina, e dice a que' begli occhi:
— O del cielo d'Amor ridenti stelle onde de la mia vita il corso pende, d'amorosa fortuna ardenti e belle ruote dove mia sorte or sale, or scende,
imagini del sol , vive facelle di quel foco gentil che l'alme incende, il cui raggio, il cui lampo, il cui splendore ogn'intelletto abbaglia, arde ogni core;
occhi de l'alma mia, pupille amate, lucidi specchi ove beltà vagheggia sé stessa; archi celesti ond'infocate quadrella aventa Amor ch'in voi guerreggia;
de le vostre sembianze onde il fregiate, così splende il mio cor, così lampeggia, ch'ei non invidia al ciel le stelle sue, ben che sian tante, e voi non più che due.
Come a i raggi del sole arde d'amore la terra e spiega la purpurea veste, così a i vostri be' raggi arde il mio core, e di vaghi pensier tutto si veste.
Quest'alma si solleva al suo fattore, e ammira in voi di quella man celeste le meraviglie, e dal mortal si svelle, o degli occhi del ciel luci più belle.
Rimiratemi voi con lieto ciglio del cieco viver mio lumi fidati, siate voi testimoni al mio periglio, e scorgetemi voi co' guardi amati;
ché fia vana ogni forza, ogni consiglio, cadrà l'empio e fellon ne' propri aguati, e non che di pugnar con lui mi caglia, ma sfiderò l'inferno anco a battaglia. —
Così detto risorge, e 'l destrier chiede tutto foco ne gli atti e ne' sembianti, e fa stupire ognun che l'ode e vede sì diverso da quel ch'egli era innanti.
Ma Titta armato già dal capo al piede con armi e piume nere e neri ammanti in campo era comparso, accompagnato dal solo suo padrin senz'altri a lato.
La desiosa turba intenta aspetta che venga il Conte, e mormorando freme, s'empiono i palchi intorno, e folta e stretta corona siede in su le sbarre estreme,
e da i casi seguiti omai sospetta che 'l Conte ceda, e la sua fama preme: quando a un tempo s'udir trombe diverse da quella parte, e 'l padiglion s'aperse.
Ed ecco, da cinquanta accompagnato de' primi de l'esercito possente, il Conte comparir ne lo steccato con sopravesta bianca e rilucente,
sopra un caval pomposamente armato che generato par di foco ardente; sbuffa, anitrisce, il fren morde, e la terra zappa col piede e fa col vento guerra.
Disarmata ha la fronte, armato il petto, nude le mani, e sopra un bianco ubino gli va innanzi Renoppia, e 'l ricco elmetto gli porta e 'l buon Gherardo il brando fino,
il brando famosissimo e perfetto di Don Chisotto; e 'l fodro ha il suo padrino. Ha Voluce lo scudo, e seco a canto Roldan la lancia, e Giacopino un guanto.
L'altro ha Bertoldo, e l'uno e l'altro sprone gli portano Lanfranco e Galeotto, e 'l Conte Alberto in cima d'un bastone la cuffia da infodrar l'elmo di sotto:
ma dietro a tutti fuor del padiglione l'interprete Zannin venìa di trotto sopra d'un asinel, portando in fretta l'orinale, una ombrella e una scopetta.
Armato il cavalier di tutto punto e compartito il sole a i combattenti, diede il segno la tromba, e tutto a un punto si mossero i destrier come due venti.
Fu il cavalier roman nel petto giunto, ma l'armi sue temprate e rilucenti ressero, e 'l Conte a quell'incontro strano la lancia si lasciò correr per mano.
Ei fu colto da Titta a la gorgiera tra il confin de lo scudo e de l'elmetto d'una percossa sì possente e fiera che gli fece inarcar la fronte e 'l petto;
si schiodò la goletta, e la visiera s'aperse, e diede lampi il corsaletto; volaro i tronchi al ciel de l'asta rotta, e perdé staffe e briglia il Conte allotta.
Caduta la visiera il Conte mira, e vede rosseggiar la sopravesta, e — Oimé son morto, — e' grida; e 'l guardo gira a gli scudieri suoi con faccia mesta;
— Aita, che già 'l cor l'anima spira, replica in voce fioca, aita presta. — Accorrono a quel suon cento persone, e mezzo morto il cavano d'arcione.
Il portano a la tenda, e sopra un letto gli cominciano l'armi e i panni a sciorre, il chirurgo cavar gli fa l'elmetto, e 'l prete a confessarlo in fretta corre;
tutti gli amici suoi morto in effetto il tengono, e ciascun parla e discorre che non era da porre a tal cimento un uom privo di forza e d'ardimento.
Ma Titta poi che l'avversario vede per morto riportar ne le sue tende, passeggia il campo a suon di trombe, e riede dove la parte sua lieta l'attende;
fastoso è sì che di valor non cede a Marte stesso, e de l'arcion discende, e scrive pria che disarmar la chioma, e spedisce un corrièro in fretta a Roma.
Scrive ch'un cavalier d'alto valore di quelle parti, uom tanto principale che forse non ve n'era altro maggiore né ch'a lui fosse di possanza eguale,
avuto avea di provocarlo core, e di prender con lui pugna mortale; e ch'esso de gli eserciti in cospetto gli avea passato al primo incontro il petto.
Spedì il corriero a Gaspar Salviani decan de l'Accademia de' Mancini, che ne desse l'aviso a i Frangipani signor di Nemi e a i loro amici Ursini,
e al Cavalier del Pozzo e a i due romani famosi ingegni, il Cesi e 'l Cesarini, et al non men di lor dotto e cortese Sforza gentil Pallavicin Marchese;
che tutti disser poi ch'egli era matto, quando s'intese ciò ch'era seguito. Intanto avean spogliato il Conte, a fatto dal terror de la morte instupidito,
e gìan cercando due chirurghi a un tratto il colpo onde dicea d'esser ferito; né ritrovando mai rotta la pelle ricominciar le risa e le novelle.
Il Conte dicea lor: — Mirate bene, perché la sopravesta è insanguinata, e non dite così per darmi spene, ché già l'anima mia sta preparata:
venga la sopravesta. — E quella viene, né san cosa trovar di che segnata sia, né ch'a sangue assomigliar si possa, eccetto un nastro o una fetuccia rossa
ch'allacciava da collo, e sciolta s'era e pendea giù per fino a la cintura. Conobber tutti allor distinta e vera la ferita del Conte e la paura;
egli accortosi al fin di che maniera s'era abbagliato, l'ha per sua ventura, e ne ringrazia Dio levando al cielo ambe le mani e 'l cor con puro zelo.
E a Titta e a la moglier sua perdonando si scorda i falli lor sì gravi e tanti, e fa voto d'andar pellegrinando a Roma a visitar que' luoghi santi,
e dare in tanto a la milizia bando per meglio prepararsi a nuovi vanti. Così il monton che cozza, si ritira e torna poi con maggior colpo ed ira.
Ma come a Roma poi gisse e trattasse in camera col Papa a grand'onore, e l'alloggio per forza ivi occupasse ne l'albergo real d'un mio signore,
e quindi poscia in Bulgaria levasse co la possanza sua, col suo valore a quel becco del Turco un nuovo stato, fia da più degno stil forse cantato:
ché versi non ho io tanto sonori che bastino a cantar sì belle cose, e torno a Titta, che già uscendo fuori, poi che a la tenda sua l'armi depose,
pel campo se ne gìa sbuffando orrori con sembianze superbe e dispettose, quando accertato fu che la ferita del Conte nel cercar s'era smarrita.
Qual leggiero pallon di vento pregno per le strade del ciel sublime alzato, s'incontra ferro acuto o acuto legno, si vede ricader vizzo e sfiatato,
tale il romano altier, che fea disegno d'essersi con quel colpo immortalato, sgonfiossi a quell'aviso, e di cordoglio parve un topo caduto in mezzo a l'oglio.
Ma il padrin ch'era accorto, il confortava e dicea: — Titta mio, non dubitare, non è bravo oggidì se non chi brava, e, come diciam noi, chi sa sfiondare:
se per vinto e per morto or or si dava il Conte e al padiglion si fea portare, perché non possiam noi per tale ancora nominarlo a le genti in campo e fuora?
A te deve bastar ch'egli sia vinto al primo colpo tuo; ché s'ei non muore, non fu il tuo fin ch'ei rimanesse estinto, ma sol di rimaner tu vincitore:
lascia correr la fama, o vero o finto che sia questo successo, egli è a tuo onore, ed io farò che immortalato resti da la musa gentil di Fulvio Testi.
Fulvio col Conte ha non vulgari sdegni, e canterà di te l'armi e gli amori, dirà l'alte bellezze e i fregi degni ch'ornan colei ch'idolatrando adori,
le compagnie d'uficio, i censi e i pegni che per lei festi già su i primi fiori, e i casali e le vigne e gli altri beni c'hai spesi in vagheggiar gli occhi sereni.
Gran contento a gli amanti e gran diletto che possano veder le luci amate, che portano squarciati i panni al petto per godere il tesor di lor beltate:
povero e ignudo Amor senza farsetto dipinse con ragion l'antica etate, ché spoglia chi per lui s'affligge e suda, e lo fa vago sol di carne ignuda.
Fra i successi d'amor canterà l'armi e l'imprese ch'hai fatte in questa guerra, e con sonori e bellicosi carmi eternerà la tua memoria in terra;
e già di rimirar la Fama parmi trombeggiando volar di terra in terra, e contra 'l Papa di tua mano a i venti la bandiera spiegar de' mal contenti. —
Così ragiona il Toscanella e ride, e Titta ride anch'ei per compagnia; ma l'amaro dal cor non si divide, ché non sa ricoprir sì gran bugia.
Stette pensando un pezzo, e poi che vide di non poter scusar la sua follia, di far morire il Conte entrò in pensiero per sostener ch'egli avea scritto il vero.
S'armò d'un giacco e con la spada a lato l'andò subitamente a ritrovare. Il Conte a Sant'Ambrogio era passato e stava con que' preti a ragionare;
Titta gli fece dir per un soldato ch'uscisse fuor, che gli volea parlare; il Conte caricò la sua balestra, e s'affacciò di sopra a una finestra.
E a Titta domandò quel che chiedea, ed ei rispose che venisse giuso; il Conte si scusò che non potea, e vedendo che l'uscio era ben chiuso,
disse che se trattar seco volea trattasse quivi, o ch'egli andasse suso. Titta allor furiando si scoperse, e l'oltraggiò con villanie diverse.
Ma il Conte rispondea con lieta ciera: — Voi siete un uom di pessima natura, a tener l'ira una giornata intiera: io deposi la mia con l'armatura;
non occorre a far qui l'anima fiera con spampanate per mostrar bravura; io v'ho reso buon conto in campo armato e son stato con voi ne lo steccato.
Quand'anch'io irato fui con l'armi in mano, voi dovevate allor sfogarvi a fatto; or, Titta mio, voi v'affannate in vano, ch'io non ho tolto a sbizzarrire un matto;
andate, e come avrete il cervel sano tornate, e so che mi farete patto; io non ho da partir nulla con voi, però dormite e riparlianci poi. —
Titta ricominciò: — Becco e poltrone, t'insegnerò ben io, vien fora, vieni. — Più non rispose il Conte a quel sermone, ma destò anch'egli al fine i suoi veleni;
e scoccò la balestra, e d'un bolzone il colse a punto al sommo de le reni sì fieramente che lo stese in terra, e saltò fuori a discoperta guerra,
gridando: — Per la gola te ne menti, romaneschetto, furbacciotto, spia. — Titta aveva offuscati i sentimenti, e a gran fatica il suo parlar sentìa;
ma saltaron color ch'eran presenti subito in mezzo, e ognun gli dipartìa, e condussero Titta al padiglione dilombato e che gìa quasi carpone.
Quivi dal Toscanella ei fu burlato che dovendo levare al ciel le mani d'aver l'emulo suo vituperato, fosse entrato in umor bizzarri e strani
di volerlo ancor morto, e stuzzicato sì l'avesse con atti e detti insani che d'una rana imbelle e senza morso l'avesse al fin mutato in tigre, in orso.
— Se tu disprezzi la vittoria, disse, che puoi tu dir s'ella da te s'invola? Chi va cercando e suscitando risse non sa che la fortuna è donna e vola. —
Tenea Titta le luci in terra fisse mesto ed immoto, e non facea parola. Ma tempo è omai di richiamar gli accenti a i fatti de gli eserciti possenti.
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