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1565–1635

CANTO VIII

Alessandro Tassoni

Il corno manco al fin de' Gemignani giugne a forza pugnando a' suoi steccati. Vede Ezzelino in mostra i padovani ch'a danno de' Petroni ha ragunati.

Fan tregua i campi, e con partiti vani son da Bologna ambasciator mandati che di renoppia fra i ricami e l'armi del cieco Scarpinello odono i carmi.

Già la luce del sol dato avea loco a l'ombra de la terra umida e nera, e le lucciole uscìan col cul di foco, stelle di questa nostra ultima sfera,

quando le trombe in suon già lasso e fioco a raccolta chiamar da la riviera. Usciro i fanti e i cavalier de l'onda, e si ritrasse ognuno a la su sponda.

E quinci e quindi alzaro incontro al ponte gli eserciti trinciere e padiglioni. Tornaro intanto di Miceno il Conte e Manfredi e Roldano, i tre campioni

che le bandiere de' nemici conte cacciate avean per boschi e per valloni; e fu da loro in arrivando al lito il suon de l'armi e de' cavalli udito.

E poiché da le spie certificati del vario fin de la battaglia foro, in dubbio se dovean per gli steccati ripassar de' nemici al campo loro,

o guazzando in disparte i lor soldati ricondur cheti a ripigliar ristoro, a guazzo al fin passar fanti e somieri, e al ponte si drizzar co' cavalieri.

E dato aviso al Potta in diligenza perché le sbarre a tempo e loco alzasse, de le spoglie de' vinti in apparenza di Ferraresi armar la prima classe;

e acciò che l'arte lor maggior credenza tra gl'inimici a l'arrivar trovasse, quando loro parve esser vicini assai — Viva Frarra, gridar, guardai, guardai. —

Gli abiti ferraresi e le favelle nel fosco de la notte e 'n quel tumulto ingannaron così le sentinelle, che fu il pensier de' valorosi occulto.

Giunti nel campo, alzar fino a le stelle i gridi e gli urli, e con feroce insulto trasser le spade e apersero il cammino dove più il ponte a lor parea vicino.

Eran confusi ancor gli alloggiamenti, gli animi incerti e i corpi affaticati, quando dal suon de' minacciosi accenti d'improviso terror fur saettati;

come scossi dal ciel folgori ardenti venìan di sangue e di sudor bagnati; Manfredi e 'l buon Voluce a la frontiera e in ultimo Roldan chiudea la schiera.

Come pere cadean le genti morte sotto il furor de le sanguigne spade. Vede il Conte Romeo ch'ad una sorte pedoni e cavalier sgombran le strade;

onde il Nipote suo Ricciardo il forte chiamando, corre ove la gente cade, ma l'impeto lo sbalza, e prigioniero porta seco Ricciardo in su 'l destriero.

Come suol nube di vapori ardenti far ne' campi talor strage e fracassi vomitando dal sen fulmini e venti, e portar seco svelti arbori e sassi:

così porta il furor di que' possenti seco ogn'incontro ovunque volge i passi: così, secondo i greci ciurmatori, porta l'ottavo ciel gli altri minori.

Giunto al Potta fra tanto era l'aviso, e Gherardo su 'l ponte avea mandato; ma fu l'arrivo lor tant'improviso che 'l ritrovaro ancor chiuso e sbarrato:

quivi a Roldano fu il destriero ucciso, e rimanea da tutti abbandonato, se non si retraean fuora del ponte i due guerrier che combatteano in fronte.

L'uno di qua, l'altro di là si mosse dove incalzar vedea l'ultima schiera: e l'impeto in sé tolse e le percosse fin che tutti spuntar su la riviera.

Gherardo in tanto al giugner suo rimosse le sbarre che piantate avea la sera, e i suoi raccolse, e lasciò quei dal Sipa con un palmo di naso a l'altra ripa.

De l'orribile pugna il gran successo sparse intorno la fama in un momento, onde ne giunse a Federico il messo che sospirò del figlio il duro evento.

Scrisse a gli amici e maledì sé stesso, che fosse stato a quell'impresa lento: ma sopra tutti scrisse ad Ezzelino che di Padova allor tenea il domino.

Ezzelin, come udì che prigioniero del suo signore era il figliolo, in fretta armò le sue milizie, e fe' pensiero di farne memorabile vendetta.

Avea allor seco un principe straniero, cui per fresco retaggio era suggetta la nobil signoria de la Morea, e a cui sposata una nipote avea.

In tutto l'Oriente uom di più core di lui non era o di miglior consiglio: fu detto Eurimedonte, e 'l suo valore fea tremar da l'Eusino al mar vermiglio.

Or a questi Ezzelin diede l'onore di liberar di Federico il figlio, e con più ardor, quand'egli udì, si mosse, ch'era infreddato e ch'egli avea la tosse.

Dieci schiere ordinò, ciascuna d'esse di ducento cavalli e mille fanti, e ghibellini capitani elesse, perché fosser più fidi e più costanti.

Musa, tu che migliacci e caldalesse vendesti lor, dettami i nomi e i vanti che fer dal piano a gli ultimi arconcelli l'alta torre tremar de gli Asinelli.

Già l'uscio aperto avea de l'Oriente la puttanella del canuto amante, e 'n camicia correa bella e ridente a lavarsi nel mar l'eburnee piante;

spargeasi in onde d'oro il crin lucente, parea l'ignudo sen latte tremante, e a lo specchio di Teti il bianco viso tingea di minio tolto in Paradiso:

quando a la mostra uscì tutta schierata la gente. E prima fu l'insegna d'Este che l'aquila d'argento incoronata portar solea nel bel campo celeste;

or d'uno struzzo bianco è figurata, impresa del tiranno e di sue geste; di Sant'Elena il fiore indi seconda, terra di rane e di pantan feconda,

e Castelbaldo, a cui tributa rena l'Adige che fa quindi il suo cammino. Savin Cumani è il duce, e da l'amena piaggia di Carmignano e Solesino

e dal Deserto e da Valbona mena gente, dove costeggia il Vicentino: l'armi ha dorate, ne l'insegna al vento spiega un nero leon sovra l'argento.

Schinella e Ingolfo, onor di Casa Conti, gemelli e dal tiranno ambiduo amati, da la Creola e da' vicini monti guidano dopo questi i lor soldati;

San Daniel, Baone, e le due fronti che toccano del ciel gli archi stellati, Venda e Rua, Montegrotto e Montortone Gazzuolo e Galzignano e Calaone.

Abano va con questi in una schiera e quei di Montagnon seco conduce. L'aria e la terra affumicata e nera di sulfureo color gente produce:

quivi l'orrendo albergo è di Megera, che di foco infernal tutto riluce; se v'era Pietro allor, co' fieri carmi traeva i morti regni al suon de l'armi.

A liste di color vermiglio e bianco segnata de' due Conti è la bandiera: Nantichier di Vigonza è loro al fianco, e conduce con lui la terza schiera;

Vighezzolo e Vigonza e Castelfranco seco ha in armi e, di là da la riviera de la Brenta, le terre ove serpeggia la Tergola e 'l Muson fremendo ondeggia.

Camposanpier, Balò, Sala e Mirano, Strà, la Mira, Oriago, il Dolo e Fiesso, Arin, Caltana, Melareo, Stigliano, e 'l popol di Bogione era con esso:

ne lo stendardo il cavalier soprano l'antico segno ha di sua schiatta impresso, ch'una sbarra di vaio è per traverso in campo d'oro, e 'l fregio è bianco e perso.

Passa il quarto Inghelfredo, uomo che nato d'ignota stirpe e a ministerio indegno da prima eletto, a poco a poco alzato s'è per occulte vie con cauto ingegno.

Tesoriero fu dianzi, or è passato a grado militar più illustre e degno, ma superbo al sembiante e al portamento, sembra scordato già del nascimento.

Dichiarato è Baron di Terradura, e la battaglia va sotto il suo impero dove fa risonar l'antiche mura l'incontro di due fiumi e 'l corso fiero.

Tempestata di gigli ha l'armatura, e un levriere d'argento ha su 'l cimiero; e 'l Tiranno Ezzelin l'ha fatto duce del patrimonio suo, ch'egli conduce.

Le bandiere d'Onara e di Romano, quelle di Cittadella e Musolente regge, e di Fontaniva e di Bassano e de la Bolzanella arma la gente.

Va con questi Campese a mano a mano, Campese la cui fama a l'occidente e a' termini d'Irlanda e del Cataio stende il sepolcro di Merlin Cocaio,

latino autor di mantuani versi, per cui la donna sua Cipada agguaglia e i monti di Cucagna e i rivi tersi levan la palma a quei de la Tessaglia.

Erano i Campesani in Lete immersi, or li solleva al ciel l'onda castaglia, e forse ancor su questi scartafacci faran del nome lor diversi spacci.

Brunor Buzzaccarini è il quinto, e a gara vanno seco Conselve e Bovolenta, Are, Cona, Tribano e l'Anguillara, quei di Sarmasa e di Castel di Brenta,

di Pontelungo e quei di Polverara, dov'è il regno de' galli e la sementa famosa in ogni parte; e questa schiera dogata a verde e bianco ha la bandiera.

L'altra che segue, ove congiunte a stuolo vanno Pieve di Sacco e Saponara, Montemerlo, Sanfenzo e di Brazolo la gente, e seco in un Camponogara,

San Bruson e Cammin, guida un figliolo de l'antico signor di Calcinara che Franco Capolista è nominato, e porta un cervo rosso in campo aurato.

De la Riviera e de la Mandra ha unite ereditarie e bellicose genti; quelle di Paluello instupidite furo ad armarsi allor sì negligenti,

ch'eran le guerre già tutte finite quando spiegaron la bandiera a i venti: onde i vicini lor ridono ancora del soccorso che dier que' sciocchi allora.

Con la settima squadra Aicardo passa Capodivacca, e seco ha Montagnana: Monterosso e Zoone a dietro lassa, e guida Revolon, Torreggia e Urbana,

Meggiaino e Merlara in parte bassa, Luvigliano più in alto a tramontana, Seivazzan, Saccolungo e Cervarese, Saletto e Praia e tutto quel paese.

Ma di Teolo la famosa insegna fra l'altre a grand'onor splender si vede, Teolo ond'uscì già l'anima degna che 'l glorioso Livio al mondo diede.

Lo stendardo vermiglio Aicardo segna di tre spade d'argento, e in guisa eccede ogn'altro coll'altezza de le membra, ch'eccelsa torre in umil borgo ei sembra.

Vien poi Monselce, incontra l'armi e i sacchi securo già per frode e per battaglia, sotto la signoria d'Alviero Zacchi, e 'l popol di Casale e di Roncaglia;

ha l'insegna costui dipinta a scacchi azzurri e bianchi, e Gorgo e Bertepaglia e Corneggiana e Montericco ha drieto e Carrara e Collalta e Carpineto.

Il nono duce Ugon di Santuliana de le vicine ville avea la cura, Terranegra conduce e Brusegana dove Antenore fe' le prime mura,

Villafranca, Mortise e Candiana, San Gregorio, Sant'Orsola e Cartura, le Tombelle, Noventa e Villatora, ed altre terre che fiorìano allora;

e de' vassalli suoi non poca parte, ché Pernumia e Terralba ei signoreggia e 'l bel colle d'Arquà poco in disparte, che quinci il monte e quindi il pian vagheggia,

dove giace colui, ne le cui carte l'alma fronda del sol lieta verdeggia, e dove la sua gatta in secca spoglia guarda da i topi ancor la dotta soglia.

A questa Apollo già fe' privilegi che rimanesse incontro al tempo intatta, e che la fama sua con vari fregi eterna fosse in mille carmi fatta:

onde i sepolcri de' superbi Regi vince di gloria un'insepolta gatta. Ugon su l'armi e ne la sopraveste un pardo d'oro e 'l campo avea celeste.

La squadra di Vicenza ultima guida Naimiero Gualdi, a la sembianza fuore amico d'Ezzelin che se ne fida, ma non risponde a la sembianza il core;

quel campo non avea scorta più fida, d'ogni bellica frode era inventore; ma facea 'l goffo, e si tenea col Papa, e ne la finta insegna avea una rapa.

Egli era un uom d'anni cinquantadui, dotto e faceto e con le guance asciutte, solito sempre a dar la baia altrui, ché sapea tutti i motti di Margutte:

gran turba di villani avea con lui con occhi stralunati e ciere brutte, ch'armati di balestre e ronche e scale nati a posta parean per far del male.

Valmarana, Arcugnan, Pilla e Fimone, Sacco e Spianzana guida, ove le chiome de la Betia cantò su 'l Bachiglione Begotto e 'l volto e l'acerbette pome,

e dove la sampogna di Menone fe' risonar de la Tietta il nome, e Montecchio e la Gualda, Olmo e Cornetto, e trenta ville e più di quel distretto.

Dopo l'ultime squadre il cavaliero che dovea comandar, solo veniva sovra un baio corsier macchiato a nero, con armi di color di fiamma viva;

ondeggiava su l'elmo il gran cimiero, pompeggiando il caval se stesso giva, e avea dietro e dinanzi e d'ambo i lati Greci per guardia e Saracini armati.

Mentre s'armano questi a la vendetta del famoso figliol di Federico, l'un campo e l'altro su 'l Panàro aspetta che stanco si ritiri il suo nemico;

quinci e quindi si veglia, e a la vedetta stanno continue guardie a l'uso antico con archi e balestroni a canto a gli argini che scopano del fiume i nudi margini.

L'architetto maggior mastro Pasquino fe' molte botti empier di maccheroni, altre di biscottelli, altre di vino, e ne formò ripari e bastioni;

onde i soldati sempre a capo chino stavano a custodir le guarnigioni, fin ch'a trattar del fin de le contese furon per dieci dì l'armi sospese.

Ed ecco comparir due ambasciatori, l'un con la veste lunga e incappucciato, e l'altro in su le grazie e in su gli amori con la spada e 'l pugnal tutto attillato:

il primo è del Collegio e de' Signori, e 'l dottor Marescotti è nominato; il secondo di Rodi è cavaliero, di Casa Barzellin, detto fra' Piero.

Questi venìan per ritentar se v'era partito alcun di racquistar la secchia, avendo udito già per cosa vera che 'l Tiranno Ezzelin l'armi apparecchia;

furo onorati e si fermar la sera, né trattar più de la proposta vecchia, ma di cambiar la secchia in que' baroni, eccetto il Re, ch'essi tenean prigioni.

Il Potta, che 'l disegno a' cenni intese, rispose lor ch'era miglior riguardo finir tutte le liti e le contese, e barattar la secchia col Re sardo,

e 'l Duca di Cremona e 'l Gorzanese col signor di Faenza e con Ricciardo; e in questo si mostrò sì risoluto, che d'ogn'altro parlar fece rifiuto.

Gli ambasciatori, a' quali era prescritto quanto dovean trattar, spediro un messo, ch'andò dal campo a la città diritto a ragguagliarne il Reggimento stesso:

e in tanto il figlio di Rangone invitto e 'l buon Manfredi, a cui fu ciò commesso, condussero a veder le lor trinciere gli ambasciatori, e l'ordinate schiere.

Menargli a spasso poi dove alloggiate Renoppia le sue donne avea in disparte, non quelle tutte, che con lei passate erano pria, ma la più nobil parte.

Stavano a' lor ricami intente armate imitando Minerva in ogni parte, ma lasciar gli aghi e fer venir in tanto il cieco Scarpinel con l'arpa e 'l canto.

Questi in diverse lingue era eloquente, e sapeva in ciascuna a l'improviso compor versi e cantar sì dolcemente, ch'avrebbe un cor di Faraon conquiso.

L'arpa al canto accordò subitamente; e poiché fu d'intorno ogn'un assiso, col moto de la man ceffi alternando incominciò così tenoreggiando.

— Dormiva Endimion tra l'erbe e i fiori stanco dal faticar del lungo giorno, e mentre l'aura e 'l ciel gli estivi ardori gli gìan temprando e amoreggiando intorno,

quivi discesi i pargoletti Amori gli avean discinta la faretra e 'l corno, ch'a i chiusi lumi e a lo splendor del viso fu loro di veder Cupìdo aviso.

Sventolando il bel crine a l'aura sciolto ricadea su le guancie in nembo d'oro; v'accorrean gli Amoretti, e dal bel volto quinci e quindi il partìan con le man loro;

e de' fiori onde intorno avean raccolto pieno il grembo, tessean vago lavoro, a la fronte ghirlanda, al piè gentile e a le braccia catene, e al sen monile.

E talor pareggiando a l'amorosa bocca o peonia o anemone vermiglio, e a la pulita guancia o giglio o rosa, la peonia perdea, la rosa e 'l giglio;

taceano il vento e l'onda, e da l'erbosa piaggia non si sentìa mover bisbiglio; l'aria e l'acqua e la terra in varie forme parean tacendo dire: «Ecco, Amor dorme».

Qual ne' celesti campi, ove il gran toro s'infiamma a i rai di luminose stelle, sogliono sfavillar con chioma d'oro le figliole d'Atlante, alme sorelle,

ch'a la maggiore e più gentil di loro brillando intorno stan l'altre men belle: tal in mezzo agli Amori Endimione parea tra l'erbe e i fior de la stagione,

quando la bella dea del primo cielo tutta cinta de' rai del morto sole, a la scena del mondo aprendo il velo le campagne mirò tacite e sole;

e sparsa la rugiada e scosso il gielo dal lembo sovra l'erbe e le viole, a caso il guardo in quella piaggia stese, e vaga di veder dal ciel discese.

Sparvero i pargoletti a l'apparire de la dea spaventati; ed ella, quando vide il giovane sol quivi dormire, ritenne il passo e si fermò guardando.

L'onestà virginal frenò l'ardire, e ne gli atti sospesa e vergognando, avea già per tornare il piè rivolto; ma richiamata fu da quel bel volto.

Sentì per gli occhi al cor passarsi un foco che d'un dolce desio l'alma conquise: givasi avicinando a poco a poco tanto ch'al fianco del garzon s'assise;

e di que' vaghi fior ch'avean per gioco gli Amoretti intrecciati in mille guise, s'incoronò la fronte e adornò il seno, che tutti fur per lei fiamma e veleno.

Trassero i fior la man, la mano i baci a le guance, a le labbra, a gli occhi, al petto, che s'impresser sì vivi e sì tenaci, che si destò smarrito il giovinetto.

Al folgorar de le divine faci tutto tremò di riverente affetto; e ad atterrarsi già ratto surgea, s'ella non l'abbracciava e nol tenea.

— Anima bella, disse, e dormigliosa, che paventi? che miri? I' son la Luna ch'a dormir teco in questa piaggia erbosa amor, necessità guida e fortuna;

tu non ti conturbar, siedi e riposa, e nel silenzio de la notte bruna pensa occultar l'ardor ch'io ti rivelo, o d'isperimentar l'ira del Cielo. —

— O pupilla del mondo, in cui la face del sol s'impronta, pastorello indegno son io (disse il garzon) ma se ti piace trarmi per grazia fuor del mortal segno,

vivi sicura di mia fé verace, e questo bianco vel te ne sia pegno, ch'a mia madre Calice Etlio già diede mio padre, in segno anch'ei de la sua fede. —

Così dicendo, un vel candido schietto, che di gigli di perle era fregiato e 'l tergo in un gli circondava e 'l petto giù da la spalla destra al manco lato,

porse in dono a la dea, ch'ogni rispetto già spinto avea del cor tutto infiammato, e come fior che langue allor ch'aggiaccia si lasciava cader ne le sue braccia.

Vite così non tien legato e stretto l'infecondo marito olmo ramoso, né con sì forte e sì tenace affetto strigne l'edera torta il pino ombroso,

come strigneansi l'uno a l'altro petto gli amanti accesi di desio amoroso; saettavan le lingue in tanto il core di dolci punte, che temprava Amore.

Così mentre vezzosi atti e parole guardi, baci, sospiri e abbracciamenti facean dolcezze inusitate e sole a gli amanti gustar lieti e contenti,

levò la diva l'uno e l'altro sole, accusando le stelle e gli elementi; poiché con tanti e con sì lunghi errori seguite avea le fiere e non gli amori.

— Misera me, dicea, quant'error presi quel dì ch'io presi l'arco e 'l bosco entrai; quant'anni poscia ho consumati e spesi che di ricoverar non spero mai:

o passi erranti e vani e male intesi, come al vento vi sparsi e vi gettai! Quant'era meglio questi frutti corre, ch'a rischio il piè dietro a le belve porre!

Or conosco il mio fallo, e farne ammenda vorrei poter, ma il ciel non me 'l consente: restami sol che del futuro i' prenda pensier, di cui mai più non sia dolente.

Però l'aria, la terra e 'l mare intenda quel che di terminar già fisso ho in mente, e la legge, ch'io fo, duri col sole sovra me stessa e la femminea prole.

Io stabilisco che non copra il cielo, ch'io governo, mai più femmina bella (eccetto alcune poche ch'io mi celo che fien di me maggiori e d'ogni stella),

che sopporti con casto e puro zelo finir la vita sua d'amor ribella, e che stia intatta di sì dolce affetto, se non mentitamente o al suo dispetto. —

Volea l'orbo seguir, come dolente tornò la diva a la sua bella sfera, se non che lo mirò di sdegno ardente Renoppia, e in voce minacciosa e altera

— Accecato de gli occhi e de la mente, brutta effigie, gli disse, anima nera, va', canta a le puttane infame e sciocche queste tue vergognose filastrocche.

E se vuoi ch'io t'ascolti e che il tuo canto ritrovi adito più per queste porte, cantami di Zenobia il pregio e 'l vanto o di Lucrezia l'onorata morte. —

Il Cieco allor stette sospeso alquanto, poscia in tuono di guerra assai più forte l'amor di Sesto e gli empii spirti ardenti incominciò a cantar con questi accenti:

— Il Re superbo de' romani eroi a la regia di Turno il campo avea, e con fanti e cavalli e servi e buoi di trinciere e di fosse ei la cingea;

eran con lui tutti i figlioli suoi, e quivi si mangiava e si bevea con gusto tal, che 'l dì di San Martino bebbero in sette un carratel di vino.

Finito il vin, nacque fra lor contesa chi avesse moglie più pudica a lato: e perch'ognun volea per la difesa combatter de la sua ne lo steccato,

per diffinir la strana lite accesa, di consenso commun fu terminato di montar su le poste allora allora, e andarsene a chiarir senza dimora.

Non s'usavano allor staffe né selle, e quei signor con tanto vino in testa, correndo a lume di minute stelle, ebbero a rimaner per la foresta:

chi perdé il valigino e le pianelle, chi stracciò per le fratte la pretesta, chi rese il vino per diversi spilli, e chi arrivò facendo billi billi.

Era con lor Tarquino Collatino che la moglie Lucrezia avea a Collazia: ei non era fratel, ma consobrino e lor parente di cognome e grazia.

Tutti in corte smontar su 'l Palatino e le mogli trovar, per lor disgrazia, che foco in culo avean più ch'un Lucifero e stavano ballando a suon di piffero.

Fecero una moresca a mostaccioni la più gentil che mai s'udisse in corte; e trovate al camin starne e capponi, verso Collazia ne portar due sporte:

giunti colà, di spranghe e di stangoni d'ogni parte trovar chiuse le porte, e bussaron più volte a l'aer bruno, prima che desse lor risposta alcuno.

Una schiavetta al fine in capo a un'ora affacciatasi a certe balestriere, e spinto un muso di lucerta fuora, disse: — Chi bussa là? Non c'è messere. —

— C'è pur, rispose il Collatino allora, venite a basso e vel farem vedere. — Riconobbero i servi a quelle voci il padrone, e ad aprir corser veloci.

Lucrezia venne in sala ad incontrarlo con la conocchia senza servidori; tutta lieta venìa per abbracciarlo, ma vedendo con lui tanti signori,

trasse il pennecchio, ché volea occultarlo, e dipinse il bel volto in que' colori ch'abbelliscon la rosa, e fe' chiamare le donne sue che stavano a filare.

Di consenso comun la regia prole diede il vanto a costei di pudicizia; dormiron quivi, e a lo spuntar del sole ritornarono al campo e a la milizia;

ma la bella sembianza e le parole rimasero nel cor pien di nequizia del fiero Sesto, un de' fratelli regi, e le caste maniere e gli atti egregi.

Onde il dì quinto ripassando il monte tornò a Collazia sol, là dov'ella era; e giunto a l'imbrunir de l'orizonte, disse ch'ivi alloggiar volea la sera.

La bella donna, non pensando a l'onte ch'ei preparava, gli fe' lieta ciera; la notte il traditor saltò del letto, e a la camera sua corse in farsetto.

E la porta gittò mezzo spezzata, entrando col pugnal ne la man destra: quivi una vecchia, che dormìa corcata in un letto di vinco e di ginestra,

incominciò a gridar da spiritata, ond'ei la fe' balzar per la finestra; ed a Lucrezia che facea schiamazzo disse: — Mettiti giuso, o ch'io t'ammazzo. —

A questo dir chinò Renoppia bella prestamente la man con leggiadria, e si trasse di piede una pianella; ma l'orbo fu avvisato, e fuggì via.

S'alzaron que' signor ridendo, ed ella gli ringraziò di tanta cortesia, e con maniera signorile e accorta gli andò ad accompagnar fino a la porta.

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