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1565–1635

CANTO VII

Alessandro Tassoni

Rotti i Petroni da la destra parte, sta in dubbio la vittoria ancor sospesa, fin che scende dal ciel Iride, e Marte fa ritirar da la crudel contesa.

Giugne Renoppia, e la smarrita parte rinvigorisce, e giugne in sua difesa Gherardo che dal fiume a l'altra sponda caccia i nemici e fa vermiglia l'onda.

Il Conte di Culagna era fuggito, com'io narrai, di man di Salinguerra, e quel fiero, da l'impeto rapito, pedoni e cavalier gittando a terra,

morto Rainero e Bruno avea ferito e mossa a un tempo a quella squadra guerra che Voluce in battaglia avea condotta; e già le prime file erano in rotta.

Quando Voluce ode il rumore e vede Salinguerra ch'i suoi rompe e fracassa, salta in arcion, ché combatteva a piede, e l'asta prende e la visiera abbassa,

sprona il cavallo, e tosto intorno cede ognuno, e gli fa piazza ovunque passa; Salinguerra a l'incontro i suoi precorre e minaccioso a la battaglia corre.

I magnanimi cor di sdegno ardenti metton le lance a mezzo 'l corso in resta, e vannosi a ferir come due venti o due folgori in mar quand'è tempesta.

Lampi e fiamme gittar gli elmi lucenti, muggiò tremando il campo e la foresta a quel superbo incontro, e l'aste secche volaro infrante in mille scheggie e stecche.

Si fece il segno de la santa croce l'un campo e l'altro, e si fermò guardando per meraviglia immoto, senza voce, del periglio comun scordato, quando

l'uno e l'altro guerrier torse veloce dispettoso la briglia, e tratto il brando, fulminarsi a gli scudi ambi e a la testa dritti e rovesci a furia di tempesta.

Non stettero a parlar de' casi loro come soleano far le genti antiche, né se 'l lor padre fu spagnuolo o moro, ma fecero trattar le man nemiche:

le ricche sopraveste e i fregi d'oro, i cimieri, gli scudi e le loriche volan squarciati e triti in pezzi e 'n polve, il vento gli disperge e gli dissolve.

Tra mille colpi il Conte di Miceno colse in fronte il signor di Francolino che gli fece veder l'arco baleno, la luna, il ciel stellato e 'l cristallino.

D'ira, di sdegno e di superbia pieno sollevò Salinguerra il capo chino, e a la vendetta già movea repente quando rivolse gli occhi a la sua gente.

Sotto la scorta di sì chiaro duce eran trascorsi i Ferraresi tanto, che dietro a lui come a notturna luce sconvolto avean tutto il sinistro canto;

ma poi ch'a Salinguerra il buon Voluce si fece incontro, essi allentar fra tanto l'impeto loro: e videsi in figura che trotto d'asinel passa e non dura.

Manfredi, che cacciati i Milanesi rotti e dispersi avea per la campagna, e in aiuto venìa de' Cremonesi contra quei di Toscana e di Romagna,

poi che conobbe a l'armi i Ferraresi ch'incalzavano i suoi de la montagna, rivolto a lo squadron ch'intorno avea, gli accennava col brando e gli dicea:

— Eccovi là quella volubil gente che vaga ognor di principi novelli or piega al Papa e ne la vana mente seco sognando va mitre e cappelli;

mirate com'è d'or tutta lucente, come d'armi pomposa e di gioielli; andiamo, valorosi, urtiam fra loro, che nostre fien le gemme e l'armi e l'oro. —

Così dice; e spronando il buon destriero la spada stringe e 'l forte scudo imbraccia, e tra le squadre de' nemici altero con la man fulminando urta e si caccia.

Come al primo attizzar pronto e leggiero corre stormo di bracchi a dar la caccia al gregge vil, così da quegli arditi i Ferraresi allor furo assaliti.

Manfredi a Pasqualin di Pocointesta tagliò d'un sottobecco il mento e 'l naso, e fece rimaner con mezza testa Piero Simon di Gasparin Pendaso.

Contra Manfredi con la lancia in resta venìa spronando il Mozzarel Tomaso, quand'ecco l'afferrò con un uncino Archimede d'Orfeo Cavallerino.

Correa l'inaveduto a tutta briglia senza badar s'alcun gli movea guerra, e Archimede l'apposta e l'arronciglia e 'l fa cader d'arcion col culo in terra:

per la coda il destrier Tomaso piglia per ritenerlo, ed egli i piè diserra con grazia tal, ch'in cambio di confetti gli fa ingoiar dodici denti netti.

Giannotto Pellicciar con un'accetta spaccò la testa a Gabrio Calcagnino; Obizo Angiari e Baldovin Falletta uccisi fur da Gemignan Porrino;

con un colpo di mazza Anteo Pinzetta ammaccò la visiera ad Acarino nato del seme altier di Giliolo, e gli fece del naso un raviggiolo.

Ma questo è un gioco a quel che fa Manfredi che tutta fracassata ha quella schiera, Galasso Trotti ha morto e Gotifredi Gualengui e Perondel di Boccanera;

e 'l Rosso Riminaldi ha messo a piedi passato d'una punta a la gorgiera; onde, d'ardire e d'ordinanza tolta, la gente di Ferrara in fuga è volta.

Salinguerra, ch'i suoi vede fuggire dal nemico valor che gli sbarraglia, ferma la spada in atto di ferire, e dice al Conte: — Tua bontà mi vaglia,

sì che la gente mia possa seguire tanto ch'io la rivolga a la battaglia; ché s'io resto qui sol cinto da' tuoi, né tu meco pugnar con laude puoi. —

Voluce rispondea: — Signor Marchese, è morto Orlando e non è più quel tempo; ma per non vi parer poco cortese, se volete fuggir, voi siete a tempo;

seguite pur (ch'io non farò contese) la gente vostra, e non perdete il tempo, perché mi par che corra come un vento; ma vo' venir anch'io per complimento. —

— Oh questo no, rispose Salinguerra, io non partirò mai, s'ella non resta. — E in questo dire un colpo gli diserra a mezza lama al sommo de la testa:

perdé le staffe e quasi andò per terra il Conte a quella nespola brumesta; strinse le ciglia, e vide a un punto mille lampade accese e folgori e faville.

Allora Salinguerra il tempo piglia, sprona il cavallo e si dilegua ratto; e là dove Manfredi i suoi scompiglia, d'ira avvampando e di furor s'è tratto;

grida, rampogna, e or questo e or quel ripiglia, mena la spada a cerco e a chi di piatto, a chi coglie di taglio, a chi minaccia e non può far ch'alcun volga la faccia.

Voluce intanto si risente, e gira il guardo, e vede il principe lontano; tosto dietro gli sprona, e poi che mira chiusa la strada e che s'affanna in vano,

urta fremendo di disdegno e d'ira tra i Ferraresi anch'ei col brando in mano, e fa volare al ciel membra tagliate e piastre rotte e pezze insanguinate.

Tagliò una spalla a Tebaldel Romeo, e a Buonaguida Fiaschi un braccio netto, la gamba manca a Niccolin Bonleo troncò dove finìa lo stivaletto;

e mastro Daniel di Bendideo pieno d'astrologia la lingua e 'l petto uccise d'una punta, ond'ei s'avvide che del presumer nostro il Ciel si ride.

Voluce fe' quel dì prove mirande e uccise di sua man trenta marchesi, però che i marchesati in quelle bande si vendevano allor pochi tornesi;

anzi vi fu chi per mostrarsi grande si fe' investir d'incogniti paesi da un tal signor, che per cavarne frutto i titoli vendea per un presciutto.

Come nube di storni, a cui la caccia lo sparvier dava dianzi o lo smeriglio, se l'audace terzuol per lunga traccia le sovraggiugne col falcato artiglio,

raddoppia il volo e quinci e quindi spaccia le campagne del ciel volta in scompiglio, or s'infolta, or s'allarga, or si distende in lunga riga e i venti e l'aria fende:

tal la gente del Po, che pria fuggiva da la tempesta di Manfredi irato, poiché Voluce anch'ei le soprarriva e 'n lei doppia il terror freddo e gelato,

con disordine tal fuggendo arriva tra il popol di Fiorenza a destra armato, che seco lo trasporta e lo sbarraglia e lo fa seco uscir de la battaglia.

Segue Manfredi, e d'armi e di bandiere resta coperto il pian dovunque passa; fende Voluce or queste or quelle schiere e memorabil segno entro vi lassa,

Pippo de' Pazzi e Cecco Pucci ei fere, Beco Stradini e Pier di Casabassa: seco è il Duara, e per foreste e boschi fuggon dispersi i Ferraresi e i Toschi.

Ma non fuggon così già i Perugini né la cavalleria del Malatesta; anzi, come fu noto a i pellegrini fregi il Duara e a la pomposa vesta,

l'arroncigliar con più di cento uncini ne le braccia, né fianchi e ne la testa. — Fate pian, grida Bosio, aiuto, aiuto, non stracciate, ché 'l saio è di veluto;

fermate i raffi, ch'io mi do per vinto, non tirate, canaglia maledetta, che malannaggia il temerario instinto, Perugini, ch'avete, e tanta fretta. —

Così dicendo fu subito cinto e fatto prigionier da la cornetta del capitan Paulucci; indi legato sopra un roncino a Crespellan menato.

La prigionia del duca lor commosse a furore e vendetta i Cremonesi, spinsero innanzi e rinforzar le posse e s'uniron con loro i Frignanesi;

ma il Perugino audace il piè non mosse e stettero in battaglia i Riminesi, dal valor proprio e da l'esempio degno de' capitani lor tenuti a segno.

Il capitan Paulucci a Perdigone, fratel di Bosio che 'l destrier gli uccise, tirò d'una balestra da bolzone, e con due coste rotte in terra il mise,

indi ammazzò col brando Ercol Pandone che se l'ebbe per male in strane guise; perch'era vecchio in guerra e buon soldato e nissuno mai più l'avea ammazzato.

Aveva in tanto Alessio di Pazzano il buon Omero Tortora assalito, istorico famoso e capitano che le ninfe d'Isauro avean nudrito,

quando d'una zagaglia sopra mano fu dal signor di Rimini ferito, e 'l ferro al vivo penetrò di sorte che 'l trasse de l'arcion vicino a morte.

E già per ispogliarlo era smontato, quando ei si volge e 'n su 'l morir gli dice: — O tu che godi or del mio acerbo fato, sappi che morirai via più infelice,

vicina è la tua sorte, e 'l tuo peccato già prepara per te la mano ultrice, dove meno la temi, e quel ch'importa, teco la fama tua fia spenta e morta. —

Qui chiuse i lumi Alessio, e 'l Malatesta frenò la mano, e ritirando il passo; — Col mal augurio tuo, disse, ti resta, e va' giù a profetar con Satanasso;

l'armi e la ricca tua serica vesta portale teco pur, ch'io le ti lasso con questi annunzi tuoi sciaurati e rii, o poeta o stregon che tu ti sii. —

E in questo dire in su 'l destrier salito, a la pugna volgea senza soggiorno dal magnanimo cor tratto a l'invito del suon de l'armi che fremea d'intorno,

quando il tergo de' suoi vide assalito dal feroce Roldan che fea ritorno da la campagna, e seco avea Ramberto di sangue e di sudor tutto coperto.

Onde contra il furor de le balestre che scoccava ne' suoi la gente alpina, subito strinse l'ordinanza equestre e si ritrasse a un'osteria vicina,

e il capitan Paulucci a la pedestre sudando e ansando e con la man mancina dimenando il cappel per farsi vento, ritrasse anch'egli i suoi, ma con più stento;

ché Betto e Vico e Peppe e Ciancio e Lello e Tile e Mariotto e Cecco e Bino e 'l Miccia d'Erculan Montesperello vi restar morti e Cittolo Oradino,

e prigioni Binciucco Signorello e Mede di Pippon Montomelino: e Fulvio Gelomia cadde di sella, primo cultor de la natia favella.

Vi s'abbatté il dottor da Palestrina, e fu storpiato anch'ei per mala sorte. E fu d'un colpo d'una chiaverina tratto un occhio di testa a Braccioforte,

a Braccioforte a cui quella mattina cinta la propria spada avea la morte, e 'l fiero Pluto per altrui spavento messa gli avea l'orrida barba al mento.

Ma intanto che la palma ancor sospesa pende, e l'un campo e l'altro è omai disfatto, due politici fanno in ciel contesa e vengono a l'ingiurie al primo tratto:

Mercurio de' Petroni ha la difesa, favorisce i Potteschi Alcide matto; Giove sta in mezzo, e con real decoro raffrena l'ire e le discordie loro.

Ne' gangheri del ciel ferma ogni stella cessa di variar gl'influssi e l'ore, cade nel mar tranquillo ogni procella, rischiara l'aria insolito splendore;

da l'alto seggio allor così favella de la sesta lanterna il gran Motore: — Non affrettate, o dei, de gli odii il tempo ch'ancor verrà per voi troppo per tempo.

Vedete là dove d'alpestri monti risonar fanno il cavernoso dorso la Turrita col Serchio e fra due ponti vanno ambo in fretta a mescolare il corso,

due popoli fra questi arditi e pronti in fera pugna si daran di morso, e si faran co' denti e con le mani conoscer che son veri graffignani.

O quante scorze di castagni incisi d'intorno copriran tutta la terra, quanti capi dal busto fian divisi in così cruda e sanguinosa guerra.

Caronte lasso in trasportar gli uccisi ch'a passar Stige scenderan sotterra, bestemmierà la maledetta sorte che gli diè in guardia il passo de la morte.

Quinci in aiuto a' suoi correre armato vedrassi al monte il forte Modanese, quindi a i passi, ch'in pace avrà occupato, opporsi l'astutissimo Lucchese;

entrar potrete allor ne lo steccato tu Mercurio e tu Alcide a le contese, e provar se più vaglia in quella parte l'accortezza o il vigor, la forza o l'arte.

Un Alfonso e un Luigi Estensi a pena d'un pel segnata mostreran la guancia, ch'a più di mille insanguinar l'arena faranno or con la spada or con la lancia;

le squadre intere volteran la schiena dinanzi a i nuovi paladin di Francia; e Castiglion fra le percosse mura sotto si cacherà de la paura,

pregando il conte Biglia inginocchione che venga a far cessar quella tempesta, spiegando di Filippo il gonfalone con una spagnolissima protesta;

quivi potrete allor con più ragione cacciarvi gli occhi e rompervi la testa: cessate intanto, e la pazzia mortale resti fra quei che fan là giù del male. —

Così disse, e chiamando Iride bella ch'al sole avea l'umida chioma stesa — Vola, l'impone, o mia diletta ancella, e di' a Marte che ceda a la contesa

fin ch'arrivi Gherardo e sua sorella a cui si dee l'onor di quest'impresa. — Iride non risponde e i venti fende, e giù dal ciel ne la battaglia scende.

Vede Marte da lunge e drizza l'ale dov'ei combatte e l'ambasciata esprime, indi si parte e fuor de la mortale feccia ritorna al puro aer sublime.

Marte, che scorge la tenzone eguale, ritira il piè da l'ordinanze prime e ne la retroguardia intanto passa, e 'l Potta incontro ai Romagnoli lassa.

Il Potta avea assaliti i Faentini e fracassata la lor gente equestre, ché gli scudi dipinti e gli elmi fini non ressero al colpir de le balestre.

Giacoccio Naldi e Pier de' Fantolini rimasero feriti e a la pedestre; e a Mengo Foschi e al cancellier Giulita il Potta di sua man tolse la vita.

Uccise Bastian de' Fornardesi che sapea tutto a mente il Calepino, e dal voto ch'avea d'ir ad Ascesi lo sciolse e di vestirsi di bertino;

indi per fianco urtò fra gl'Imolesi, e s'affrontò col cavalier Vaino ch'ucciso avea Pallamidon fornaio che mangiava la torta col cucchiaio.

Il cavalier, che stava in su l'aviso, d'arena che tenea dentro un sacchetto gli empiè gl'occhi e la bocca a l'improviso, poi strinse il brando e gli assaggiò l'elmetto.

— Ah! disse il Potta allor forbendo il viso, tu me la pagherai Romagnoletto. — E in questo dir menando con la spada colpì a la cieca, si fe' dar la strada.

Ma poi che Marte il suo favor ritenne e tornò di quadrato indietro il passo, e che Perinto in quella parte venne guidato dal furor di Satanasso,

il modanese stuol più non sostenne l'impeto ostil dal faticar già lasso, e rallentate l'ordinanze e l'ire cominciò a ritirarsi, indi a fuggire.

Il Potta pien di rabbia e disperato gridava con la bocca e con le mani ma non potea fermar da nessun lato lo scompiglio e 'l terror de' Gemignani,

e da l'impeto loro al fin portato costretto fu d'abbandonar que' piani, benché tre volte e quattro in volto fiero spignesse tra i nemici il gran destriero.

Correndo in tanto e traversando il lito senz'elmo e molle e polveroso tutto il Conte di Culagna era fuggito, e giunto a la città piena di lutto,

narrato avea fra il popolo smarrito che 'l Re prigione e 'l campo era distrutto; onde i vecchi e le donne al fiero aviso fuggìan chi qua chi là pallidi in viso.

Corsero gli Anzian tutti a consiglio per consultar ciò che s'avesse a fare; molti volean nel subito periglio fuggirsi e la cittade abbandonare;

altri dicean ch'era da dar di piglio a tutto quel che si potea portare, e salir su la torre allora allora, e chi non vi capìa stesse di fuora.

Surse all'incontro un Bigo Manfredino che sedea appresso a Carlo Fiordibelli, e disse: — Senza pane e senza vino che vogliamo cacar là su, fratelli?

questi sono consigli da un quattrino che non gli sosterrian cento puntelli, però i' vorrei, se 'l mio parer v'aggrada, cavar un pozzo in capo d'ogni strada,

e ricoprirlo sì, ch'in arrivando cadessero i nemici in giù a fracasso. — Guarnier Cantuti allor rispose: — E quando sarà finita l'opra e chiuso il passo?

Non è meglio che star quivi indugiando condur lo stabbio ch'abbiam pronto a basso ch'ingombra la metà de la cittade, e con esso serrar tutte le strade? —

Ugo Machella a quel parlar sorrise e disse rivoltato a que' prudenti: — Se chiudiamo le strade in queste guise, dov'entreranno poi le nostre genti?

Prendiamo l'armi: il Ciel sovente arrise a le più audaci e risolute menti. — Qui s'alzar tutti, e gridar senza tema: — A la fé che l'è vera, andema, andema. —

Ma i bottegai correndo in fretta a i passi che feano la città poco sicura, con travi e pali e terra e sterpi e sassi tosto alzaron trinciere, argini e mura;

sbarrar le strade e gli affumati chiassi, e i portici d'antica architettura, e dinanzi a le sbarre in quelle strette cominciaro a votar le canalette.

Quando armata apparir fu vista intanto Renoppia al suon de la novella fiera, e correre a la porta, e seco a canto condurre il fior de la virginea schiera:

diede a gli uomini ardir, riprese il pianto del sesso femminil con faccia altera, e rimirando giù per la via dritta non vide alcun fuggir da la sconfitta.

Stette sospesa e addimandò del Conte, ma il Conte avea già preso altro sentiero, onde deliberò di gire al ponte sovra il Panàro a investigar del vero;

quivi arrivò che 'l sol da l'orizonte già poco era lontan nel lito ibero, e mirò in vista dolorosa e bruna spettacolo di morte e di fortuna.

Ne la parte più cupa e più profonda notavano pedoni e cavalieri; tutta di sangue uman torbida l'onda volgea confusi e misti armi e destrieri;

i Gemignani a la sinistra sponda fuggìan cacciati da i Petroni fieri; stavan Tognone e Periteo lor sopra e mettea l'uno e l'altro il ferro in opra.

Per man di Periteo giaceano morti Guron Bertani e Baldassar Guirino, Giacopo Sadoleti e Antonio Porti, e ferito Antenor di Scalabrino:

ma il superbo Tognone e i suoi consorti le schiere di Stuffione e Ravarino avean distrutte, e a gran fatica s'era salvato Gherardin su la riviera.

L'altro fratel ferito e prigioniero cedeva l'armi al vincitor feroce, ma su gli archi del ponte un cavaliero fulminando col ferro e con la voce

cacciava i Gemignani, e a quell'altiero s'opponea solo il Potta in su la foce del ponte, e di fermar cercava in parte l'ordinanze de' suoi già rotte e sparte.

Giugne Renoppia, e dove rotta vede da la ripa fuggir l'amica gente, volge con l'arco teso in fretta il piede, e di lampi d'onor nel viso ardente:

— O infamia, grida, ch'ogn'infamia eccede: tornate, e dite a la città dolente che moriron le figlie e le sorelle dove fuggiste voi, popolo imbelle.

Noi morirem qui sole e gloriose, gite voi a salvar l'indegna vita, non resteran vostre ignominie ascose, né la fama con noi fia seppellita. —

Seco Renoppia avea le bellicose donne di Pompeian, schiera fiorita ch'in Modana arrestò tema d'oltraggio, e cento de le sue di più coraggio;

e fra queste Celinda e Semidea, di Manfredi sorelle e sue dilette, e l'una e l'altra l'asta e l'arco avea e la faretra al fianco e le saette.

Renoppia, che dal ponte i suoi vedea tutti fuggir, la cocca a l'occhio mette, e drizza il ferro a la scoperta faccia di Perinto, ch'a' suoi dava la caccia.

E se non che Minerva il colpo torse dal segno ove 'l drizzò la bella mano, il fortissimo Eroe periva forse: ma non uscì però lo strale in vano

ch'al destrier, ch'a quel punto in alto sorse d'un salto e si levò tutto dal piano, andò a ferir nel mezzo de la fronte, onde col suo signor cadde su 'l ponte.

Perinto dal destrier ratto si scioglie, ma lui non mira più la donna altera che declina dal ponte e si raccoglie dove fuggiano i suoi da la riviera:

quivi a Tognon, che l'onorate spoglie avea tratte a Engheram da la Panciera, prende la mira, e fa passar lo strale dove giunto a la spalla era il bracciale.

Ferito il cavalier si ritraea, quand'un altro quadrel gli sopraggiunge che da l'arco gli vien di Semidea, e in una gamba amaramente il punge.

Strinse l'asta Celinda, e giù scendea là dove Periteo poco era lunge, quand'ecco col caval cader ne l'onda rotolando il mirò da l'alta sponda.

Avventar le compagne a l'improviso cento strali in un punto al cavaliero; l'armi difeser lui, ma cadde ucciso a i colpi di tant'archi il buon destriero;

la sembianza real, l'altero viso, la ricca sopravesta e 'l gran cimiero trasser gli occhi così tutti in lui solo, che meglio era vestir di romagnolo.

Qual Telessilla già dal muro d'Argo cacciò il campo Spartan vittorioso, tal fe' Renoppia dal sanguigno margo ritrarre il piede al vincitor fastoso:

come uscito di sonno o di letargo da quell'atto confuso e vergognoso, il campo che fuggìa voltò la fronte, e fermò le bandiere a piè del ponte.

Indi allargati in su la destra mano correano a gara a custodir la riva, quando s'udì un rumor poco lontano che 'l ciel di gridi e di spavento empiva.

Era questi Gherardo il capitano ch'in soccorso de' suoi ratto veniva; al giugner suo mutar faccia le carte, e ripresero cor Dionisio e Marte.

Gherardo in arrivando a destra invia Bertoldo con due schiere, ed egli dove vede il Potta pugnar prende la via, passa su 'l ponte e fa l'usate prove.

Perinto a piedi e sol gli s'opponìa, ma come vide tante genti nuove che correano del ponte a la difesa, ritrasse il piede e abbandonò l'impresa.

Gherardo sbarra il ponte e 'n guardia il lassa a Giberto che quivi era con lui, e torna indietro e su la riva passa là dove combattean ne l'acqua i sui;

vede stanco il caval, subito abbassa, ne fa un altro venir, ché n'avea dui, né può soffrir di scender da la sponda ch'a precipizio giù salta ne l'onda.

Il signor di Faenza era in battaglia col capitan Brindon Boccabadati, e Matteo Fredi e Gemignan Roncaglia e Beltramo Baroccio avea ammazzati.

Gherardo con la mazza apre e sbarraglia Faentini, Imolesi e Cesenati, quei di Ravenna e quei de la Cattolica, e fa strage di ferro e di maiolica.

Al capitan Fracassa in su l'elmetto menò d'un colpo esterminato e fiero, che tramortito ne l'ondoso letto cadendo di Brindon fu prigioniero.

Quindi si volse, e con feroce aspetto nel petronico stuol spinse il destriero, e di Panago al conte e a Boniforte signor di Castiglion diede la morte.

Si ritira il nemico a l'altra riva che 'l disvantaggio suo vede e comprende, e poi ch'a l'erta in fermo sito arriva, l'ordinanze restrigne e si difende.

Ma già la notte d'oriente usciva, e fra l'orror de le sue fosche bende le lampade del ciel tutte accendea, e giù in terra a' mortali il dì chiudea.

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