È preso Castelfranco; e con auspici poco fausti a Bologna il Nunzio giunto, de' Bolognesi e de' paesi amici vede marciar l'esercito congiunto,
che 'l dì seguente addosso a gl'inimici giunge improviso e di battaglia in punto; e 'l Potta anch'ei da l'espugnate mura tragge e schiera il suo campo a la pianura.
Già il termine prescritto era passato, né la piazza Nasidio ancor rendea, da contrasegni e lettere avisato che l'esercito amico uscir dovea.
Il Potta, che si vide esser gabbato, ne consultò col Re vendetta rea, e l'alba era ancor dubbia e 'l cielo oscuro, quando assaltò da cento parti il muro.
Rimasero i Tedeschi e i Cremonesi, che da Bosio Duara eran guidati, e la cavalleria de' Modanesi con loro insegne a la campagna armati.
Il Potta avea de' suoi gli animi accesi con premi utili insieme ed onorati, promettendo a colui ch'era di loro primo a salir, due mila scudi d'oro.
Mille n'avea al secondo, e cinquecento promessi al terzo; onde correa a salire e a far di suo valore esperimento stimulando ciascun la forza e l'ire,
ma l'inimico in così gran spavento si difendea con disperato ardire, sicuro omai di non trovar mercede dopo l'error de la mancata fede.
Pioggia cadea da le merlate mura di saette e di pietre aspra e mortale, ma con sembianza intrepida e sicura movea l'assalitor machine e scale.
I mangani al ferir maggior paura facean da lunge e irreparabil male, ché subito ch'alcun scopriva il busto, mastro Pasquin te l'imbroccava giusto.
Non credo ch'Archimede a Siracusa facesse di costui prove più leste. Fra gli altri colpi suoi nota la Musa ch'un certo Bastian da Sant'Oreste,
sbracato, lo schernìa sì come s'usa, mostrandogli le parti poco oneste; ed egli tosto gli aggiustò un quadrello nel foro a pel de l'ultimo budello.
Rinforzossi tre volte il fiero assalto sottentrando a vicenda ordini e schiere; e giù nel fosso e su nel muro ad alto morti infiniti si vedean cadere;
quando il fiero Ramberto ergendo in alto una scala, di man trasse a l'alfiere l'insegna, e 'n tanto i suoi con le balestre disgombravano i merli e le finestre.
Sandrin Pedoca e Battistin Panzetta e Luca Ponticel gli furo appresso: fu morto il Ponticel d'una saetta ch'uscì di man di Berlinghier dal Gesso;
ma Ramberto salito in su la vetta si trovò incontro il capitano istesso, ch'armato d'una ronca era venuto correndo in quella parte a dare aiuto.
Tosto ch'ei può fermar tra' merli il piede pianta l'insegna, e oppone il forte scudo a Nasidio, che l'urta e che lo fiede con la ronca a due man d'un colpo crudo.
L'aspra percossa ogni riparo eccede, l'armi distrugge, e lascia il braccio ignudo e ferito a Ramberto, e 'l cor ripieno di furor e di rabbia e di veleno.
A Nasidio s'avventa, e con le braccia pria ne la gola, indi ne' fianchi il cigne; Nasidio ratto anch'ei seco s'abbraccia, lascia la ronca, e al paragon si strigne:
l'uno di qua, l'altro di là procaccia d'atterrare il nemico e lo sospigne; gli avviticchia le gambe e lo raggira, or l'urta a destra, or a sinistra il tira.
Grida Nasidio che 'l guerrier sia preso, o quivi in braccio a lui di vita casso; egli di rabbia e di furore acceso l'alza su 'l petto e tira in dietro il passo,
e su l'orlo del muro il tien sospeso, indi si lancia a precipizio a basso; Giesù chiama per aria in suo sussidio il discendente del famoso Ovidio.
Giù ne la fossa in loco assai profondo giaceva a piè de l'assalite mura una gran massa di pantano immondo e di fracido stabbio e di bruttura:
quivi caddero entrambo, e andaro al fondo, e d'abito mutati e di figura tornar senz'altro danno a rivedere l'almo splendor de le celesti sfere.
E di nuovo correan per azzuffarsi, come due verri d'ira e d'odio ardenti corron ne la belletta ad affrontarsi con dispettosi grifi e torti denti:
ma i soldati potteschi intorno sparsi furon lor sopra a quel fier atto intenti, e da le man del vincitore altero trasser Nasidio vivo e prigioniero.
Fu condotto Nasidio innanzi al Potta, che lo fece castrar subitamente per ricordanza de la fede rotta e per esempio a la futura gente;
ed a la cima del gran naso a un'otta con un filo d'acciar fatto rovente gli fe' attaccare i testimoni freschi de' mal sortiti suoi tiri furbeschi.
La bandiera fra tanto era spiegata che Ramberto al salir trasse con esso, da Battistino e da Sandrin guardata, e da molti altri che saliro appresso;
ma contesa in quel luogo era l'entrata da l'inimico stuol sì folto e spesso, che quivi si facea tutta la guerra, né si potea calar giù ne la terra.
Ed ecco in su la fossa al gran Voluce improvisa apparir la dea d'Amore chiusa d'un nembo d'or, cinta di luce, ed infiammargli a la battaglia il core;
preso gli mostra il miserabil duce, e l'inimico stuol pien di terrore tutto rivolto a la bandiera alzata, e la vicina porta abbandonata.
Al magnanimo cor basta sol questo, e l'usato valor dentro raccende: volge lo sguardo a' suoi soldati presto, e seco il fior de' più lodati prende:
corre a la porta, e ne' compagni è desto emulo ardor ch'a gli animi s'apprende; onde Folco, Attolino e Bagarotto corrono anch'essi, e fanno a gli altri motto.
Egli infiammato di feroce sdegno sta su la soglia minacciando morte, e con una bipenne il duro legno percuote, e risonar fa l'alte porte;
mettono gli altri un ariete a segno, e 'l sospingon con impeto sì forte, che già l'imposte e le bandelle sono tutte allentate, e ne rimbomba il suono.
Quei pochi, ch'ivi in guardia eran fermati, lanciano sassi e mettono puntelli, e di paura afflitti e sconcacati vanno mirando a questi buchi e a quelli;
ma dal fiero cozzar rotti e spezzati già cadono le spranghe e i chiavistelli, e Voluce da i gangheri a fracasso getta la porta tutt'a un tempo a basso.
Come al cader di quella sacra avviene, ch'ad ogni cinque lustri apre il gran Padre, quando la gente di lontan se 'n viene a Roma a riverir l'antica Madre,
che non giovan le sbarre e le catene a trattener le peregrine squadre ch'inondano a diluvio, e chi s'arresta lo soffoga la turba e lo calpesta:
tale al cader de le nemiche porte, l'impetuosa turba inonda e passa, e di pianto, d'orror, di sangue e morte ogni cosa al passar confusa lassa:
il feroce e l'imbelle ad una sorte cade, ogn'incontro il vincitor fracassa; fugge il vinto e s'appiatta, o l'armi cede e s'inginocchia a domandar mercede;
ma non trova mercé né cortesia, e in van s'inchina e in van la vita chiede. Il Potta vuol che Castelfranco sia esempio eterno a non mancar di fede;
furore ha luogo, ogni pietà s'oblìa, veggonsi in ogni parte incendi e prede, e cade in poca cenere un Castello, di cui non era in Lombardia il più bello.
E già su le ruine il vincitore dal lungo faticar stanco sedea, quand'ecco di lontan s'udì un romore che rimbombar d'intorno il pian facea:
venìa il campo nemico a gran furore, che 'l periglio de' suoi già inteso avea, ed era quel che la foresta e i lidi fea risonar di trombe e corni e gridi.
Musa, tu che cantasti i fatti egregi del re de' topi e de le rane antiche, sì che ne sono ancor fioriti i fregi là per le piagge d'Elicona apriche,
tu dimmi i nomi e la possanza e i pregi de le superbe nazion nemiche, ch'uniron l'armi a danno ed a ruina de la città de la salciccia fina.
Poscia che gli apparecchi e la contesa di Bologna la Fama intorno sparse, trasse il desìo di così degna impresa quattordici città seco ad armarse.
Tremò l'Imperio e invigorì la Chiesa, sentì l'Italia in freddo giel cangiarse; e credo che 'l Soldan de' Mammalucchi ne mandasse ragguaglio al re de' cucchi.
Il Papa, ch'era padre e protettore de la parte de' Guelfi e de la Chiesa, avendo udito in Francia il gran romore e la cagion di sì crudel contesa,
per aggiungere a' suoi fede e valore, spedì subito nunzio a quell'impresa da Vienna un suo domestico prelato che monsignor Querenghi era nomato.
Questi era in varie lingue uom principale poeta singular tosco e latino, grand'orator, filosofo morale, e tutto a mente avea sant'Agostino:
ma il Papa non lo fece cardinale ché 'n sospetto gli entrò di Ghibellino dopo ch'ei ritornò di nunziatura e perdé la fatica e la ventura.
Nocquegli ancora i' esser padovano suddito d'Ezzelin, bench'innocente, non volendo il Pontefice romano aver fede ad alcun di quella gente;
ma certo ei fu prelato e cortigiano, fra gli altri in quell'età molto eminente, e da lo sprezzo d'uom sì saggio e prode il Papa non ritrasse alcuna lode.
Egli partì da Vienna in su le poste, e nel passar de l'Alpi a un ponte rotto il perfido caval per certe coste lasciò cadersi, e non gli fece motto;
anzi da discortese e bestia d'oste, stava di sopra e monsignor di sotto, onde la nunziatura indi levata con mal augurio fu mezzo spallata.
Quivi ei montò in lettiga, e seguitando con una spalla fuor d'architettura, giunse a punto a Bologna il giorno quando l'esercito uscìa fuora a la ventura:
si fe' porre il rocchetto, in arrivando, da don Santi, e salì sopra le mura, dove a l'uscir de la città le schiere chinavano a' suoi piè lance e bandiere.
Et egli con la man sovra i campioni de l'amica assemblea, tutto cortese trinciava certe benedizioni che pigliavano un miglio di paese:
quando la gente vide quei crocioni, subito le ginocchia in terra stese, gridando: — Viva il Papa e Bonsignore, e muora Federico Imperadore. —
Ma perché la man destra avea fasciata e gli benedicea con la mancina, fu scritto al Papa ch'egli avea mandata una persona marcia ghibellina.
Or basta, in ordinanza usciva armata la gente; e prima fu la perugina, tre mila, che mandati avea la Chiesa col capitan Paulucci a quell'impresa.
Questi di cortegian fatto soldato disertò gli Ugonotti e i Calvinisti, fe' vermiglia la Schelda, indi passato in Francia guerreggiò co' Navarristi
navigò nel Danubio; e al fin voltato in occidente a più sublimi acquisti, fra i monti Pirenei passò in Ispagna, e riportò per mar guanti d'Ocagna.
L'armatura dorata e rilucente con sopraveste avea cangiante e varia, e camminava sì leggiadramente, che parea ch'ei ballasse una canaria;
disperata guidava e altera gente, che la fortuna amica e la contraria egualmente disprezza, e si diletta sol di sangue, di morte e di vendetta.
Seguìa l'insegna di Milano, e avea gran gente in su le scarpe e in su le selle, ch'ovunque il guardo di lontan volgea, rincarava le trippe e le fritelle.
Sei mila pacchiarotti a piè reggea Marion di Marmotta Tagliapelle; mille cavalli avean per capitani Galeazzo e Martin de' Torriani.
La terza insegna fu de' Fiorentini, con cinque mila tra cavalli e fanti, che conduceano Anton Francesco Dini e Averardo di Baccio Cavalcanti:
non s'usavano starne e marzolini, né polli d'India allor, né vin di Chianti; ma le lor vittuaglie eran caciole, noci e castagne e sorbe secche al sole.
E di queste n'avean con le bigonce mille asinelli al dipartir carcati, acciò per quelle strade alpestre e sconce non patisser di fame i lor soldati:
ma le some coperte in guisa e conce avean con panni d'un color segnati, che facean di lontan mostra pomposa di salmeria superba e preziosa.
Ma più di queste numerosa molto la quarta schiera e bella in vista uscìa, la gran donna del Po tutto raccolto quivi di sua milizia il fiore avìa;
la ricca gioventù superba in volto di porpora e di fregi ornata gìa. Fiammeggia l'oro, ondeggiano i cimieri, passano i fanti armati e i cavalieri.
Tre mila i cavalier sono, e due tanti premon col piè de la gran madre il dorso: Maurelio Turchi è il capitan de' fanti, e de' cavalli il Bevilacqua Borso;
ma splende sovra questi e sovra quanti vengono di Bologna al gran soccorso il magnanimo cor di Salinguerra, che fa del nome suo tremar la terra.
Occupata di fresco avea Ferrara Salinguerra, e nemico era a la Chiesa, ma i Petroni l'avean solo per gara tratto con larghi doni in lor difesa.
Il nunzio che sapea la cosa chiara, tenne sopra di lui la man sospesa, lasciò passarlo e poi segnò la croce: ma se n'avide e rise il cor feroce.
Ha seco il fior de la Romagna bassa che volontaria segue i segni suoi, Lugo, Bagnacavallo, Argenta e Massa, Cotognola e Barbian madri d'eroi:
questa gente con l'altra unita passa, ma sua chiara virtù la scevra poi. È 'l capitan che la conduce a piede Faceo Milani, uom d'incorrotta fede.
Ravenna e Cervia sotto una bandiera seguono i Ferraresi a mano a mano, di lance e spiedi armate a la leggiera, e Guido da Polenta è il capitano.
Di Cervia sol la numerosa schiera potea ingombrar per molte miglia il piano, se non spargeano l'aria e 'l sito immondo i cittadini suoi per tutto il mondo.
Passano in ordinanza i fanti armati, poscia di cavalier segue un drappello, due mila a piè, trecento incavallati (vocabol fiorentino antico e bello).
Va pomposo il signor de' Ravennati sopra un nobil corsier di pel morello stellato in fronte, che col piè balzano par che misuri a passi e salti il piano.
Rimini vien con la bandiera sesta, guida mille cavalli e mille fanti il secondo figliuol del Malatesta, esempio noto a gl'infelici amanti.
Il giovinetto ne la faccia mesta e ne' pallidi suoi vaghi sembianti porta quasi scolpita e figurata la fiamma che l'ardea per la cognata.
Halli donata al dipartir Francesca l'aurea catena a cui la spada appende; la va mirando il misero, e rinfresca quel foco ognor che l'anima gli accende;
quanto cerca fuggir, tanto s'invesca, e 'l suo cieco furor in van riprende, ché già su la ragione è fatto donno, né distornarlo omai consigli il ponno.
— Perché donna, dicea, di questo core legarmi di tua man di più catene? Non stringevano assai quelle, onde Amore de le bellezze tue preso mi tiene?
Ma tu forse notasti il mio furore dissimulando il mal che da te viene, furore è il mio, non nego il mio difetto, ma mi traesti tu de l'intelletto.
Tu co' begli occhi tuoi speranza desti a la fiamma d'amor viva e cocente, che sfavillar da questi miei scorgesti e chiederti pietà del cor languente;
ma lasso che vo io torcendo in questi vani pensier l'innamorata mente, e sinistrando il caro pegno amato che da sì nobil petto in don m'è dato?
Bella de la mia donna e ricca spoglia che donata da lei meco te 'n vieni, acciò che dal suo amor non mi discioglia e mi leghi in più nodi e m'incateni;
tu sarai refrigerio a la mia doglia, tu sarai nuovo pegno a le mie speni. — La bacia e la ribacia in questi accenti, e va seco sfogando i suoi tormenti.
Passa il giovine amante, e dopo lui la gente di Faenza arriva e passa; tutti son cavalier, fuora che dui staffieri a piè del capitan Fracassa.
Del buon sangue Manfredo era costui, onor di quella età cadente e bassa; secento ha seco, e cento, i più garbati, di maiolica fina erano armati.
Indi Cesena vien sotto l'impero di Mainardo d'Ircon da Susinana, che s'è fatto signor di condottiero di gente disperata empia e scherana;
ottocento pedoni ha seco il fero usati a vita faticosa e strana: non ha cavalleria, ma i fanti sui vagliono più ch'i cavalieri altrui.
La nona squadra fu de gl'Imolesi che da Pietro Pagani eran condotti, mille e cento tra fanti e banderesi, saccomanni, briganti e stradiotti;
dopo questi venieno i Forlivesi da gli Ordelafi in servitù ridotti; Scarpetta di condurgli ebbe l'onore, che de gli altri fratelli era il maggiore.
Forlimpopoli segue, allor cittade non men de le vicine illustre e degna; Sinibaldo, il fratel minor d'etade, regge la schiera sua sott'altra insegna:
sono ottocento armati d'archi e spade, mille son gli altri, e vanno a la rassegna distinti in guisa, che distinta splende la gara che fra lor gli animi accende.
Con la gente di Fano a tergo a questa Sagramoro Bicardi il Nunzio inchina, e guida mille fanti a la foresta usati a corseggiar quella marina.
A lo scettro ubbidìan del Malatesta Pesaro, Fossombruno e la vicina Senigaglia, e passar con la bandiera di Paulo dianzi entro la sesta schiera.
Poiché fu di Romagna il fior passato, ecco il carroccio uscir fuor de la porta tutto coperto d'or, tutto fregiato di spoglie e di trofei di gente morta;
lo stendardo maggior quivi è spiegato, e cento cavalier gli fanno scorta, fra gli altri di valor chiaro e sovrano; e Tognon Lambertazzi è il capitano.
Dodici buoi d'insolita grandezza il tirano a tre gioghi, e di vermiglia seta hanno la coperta e la cavezza, le sottogole e i fiocchi in su le ciglia:
il pretor di Bologna in grande altezza sopra vi siede, e intorno ha la famiglia tutta ornata a livrea purpurea e gialla con balestre da leva e ronche in spalla.
Nomato era costui Filippo Ugone brescian di quei da la gorgiera doppia, e di broccato indosso avea un robone che stridea come sgretolata stoppia.
Secondavano il carro e 'l gonfalone quattrocento barbute a coppia a coppia, co' cavalli bardati in fino a terra, ch'avea mandate Brescia a quella guerra.
Seguiva il battaglion dopo costoro de' Petronici fanti e l'apparecchio: eran vintisei mila, e 'l duca loro il buon Conte Romeo Pepoli vecchio;
avea l'armi d'argento a scacchi d'oro fregiate, e Braccalon da Casalecchio col braccio manco e con la spalla destra gli portava lo scudo e la balestra.
Finita di passar la fanteria passarono i cavalli in tre squadroni, guidati da Bigon di Geremia, ch'era in Bologna in quell'età de' buoni,
e da due figli del Malvezzo Elia, Perinto e Periteo, che fra i campioni del petronico stuol più illustri e chiari risplendean gloriosi e senza pari.
Usciti in armi a la campagna quanti Petroni e Romagnoli avea la terra, marciar le schiere, e sette miglia avanti presero alloggio al solito di guerra;
indi tosto ch'al re de' lumi erranti le finestre del ciel l'alba diserra, al suon di mille trombe, al mattutino fresco tornò l'esercito in cammino.
Né molto andò che da diversi intese la nuova, che temea, di Castelfranco, tosto le squadre in ordinanza stese per giugner sopra l'inimico stanco;
il destro corno Salinguerra prese, ritennero i Petroni il lato manco, presaghi ch'il valor tedesco e sardo dovea quivi pugnar col Re gagliardo.
Con Salinguerra a destra i Fiorentini giunsero l'ordinanze, e i Milanesi, e la squadra con lor de' Perugini, e la cavalleria de' Riminesi;
il signor di Ravenna e i Faentini, Fano, Imola, Cesena e i Forlivesi, Pesaro, Fossombruno e Sinigaglia il mezzo ritenean de la battaglia.
Il carroccio restò, com'era usanza tra i Bolognesi, appo il sinistro corno con molti cavalier di gran possanza, e gente a piedi e machine d'intorno.
Indi si mosse il campo in ordinanza, e giunse che drizzava al mezzo giorno Febo i cavalli, a l'inimico a fronte, rintronando di gridi il piano e 'l monte.
Da l'altra parte i Gemignani usciti di Castelfranco a la battaglia in fretta, col magnanimo Re de' Sardi uniti fermar l'insegne a tiro di saetta;
e posti in fronte i più feroci e arditi slargaro i fianchi a l'ordinanza stretta per non esser rinchiusi e circondati dal numero maggior di tanti armati.
A manca man dove un torrente stagna, con quattro mila suoi mangiafagioli stava Bosio Duara a la campagna, né seco aveva i Cremonesi soli,
ma quanti scesi giù da la montagna eran mazzamarroni in vari stuoli; e la cavalleria del buon Manfredi copriva i fianchi de la gente a piedi.
Ma incontro a l'austro era nel destro corno la bandiera real d'Enzio spiegata, e Garfagnana seco, e quivi intorno la milizia del pian tutta schierata.
Regiamente pomposo era quel giorno di sopravesta bianca e ricamata d'aquile d'oro il Re, con un cimiero di piume bianche, e sopra un gran corsiero.
Diciannov'anni il giovane reale non compie ancora ed è mezzo gigante, bionda ha la chioma, e 'n tutto 'l campo eguale non trova di valor né di sembiante;
se maneggia destrier, s'avventa strale, se move al corso le veloci piante, se con la spada o con la lancia fiede, sia in giostra o sia in battaglia ogn'altro eccede.
Giva intorno esortando in ogni lato a ben morir que' poveri villani. Ma il Potta in mezzo a la battaglia armato d'ira e di rabbia si mordea le mani
di non trovarsi allor Gherardo a lato; e consegnando a Tomasin Gorzani i Gemignani a piè, con cambio secco in luogo del coltel mettea uno stecco.
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