Mandano i Bolognesi Ambasciatori due volte a domandar la Secchia in vano: onde con fieri ed ostinati cori s'armano quinci e quindi il monte e 'l piano.
Chiama Giove a Concilio i Dei minori, contendono fra lor Marte e Vulcano; Venere si ritira e si diparte, e 'n terra se ne vien con Bacco e Marte.
Già il quarto dì volgea che vincitori dier la rotta a' Petroni i Gemignani, e per l'ira che ardea ne' fieri cori restavano anco i morti in preda a i cani,
quando in Modana entrar due Ambasciatori con pacifici aspetti e modi umani, e smontati al Monton col vetturino chiesero a l'oste s'egli avea buon vino.
Indi un messo spedir per impetrare che l'ordine ch'avean fosse ascoltato; cominciò il campanaccio a dindonare e in un momento s'adunò il Senato;
andar gli Ambasciatori ad onorare Alessandro Fallopia e Gaspar Prato, e li condusser per diritta strada a la sala ove il Duca or tien la biada.
Un vecchio ranticoso, affumicato, pallido e vizzo che parea l'inedia e per forza tener co' denti il fiato e potea far da Lazzaro in comedia,
poiché due volte intorno ebbe mirato, incominciò così da la sua sedia: — Messeri, io son Marcel di Bolognino dottor di legge e conte Palatino.
Il mio collega è conte e cavaliero e Ridolfo Campeggi è nominato, io son uomo di pace, egli è guerriero, io lettor de lo Studio, egli soldato:
or l'uno e l'altro ha qui per messaggiero il nostro Reggimento a voi mandato per iscusarsi del passato eccesso che 'l popol nostro ha contra voi commesso.
Il popol nostro è un popol del demonio, che non si può frenar con alcun freno; e s'io non dico il ver, che san Petronio mi faccia oggi venir la vita meno:
sarà il collega mio buon testimonio che quando l'altra notte ei passò il Reno, fu mera ivenzion d'un seduttore, né il Reggimento n'ebbe alcun sentore.
Ma non si può disfar quel ch'è già fatto; d'ogni vostro disturbo assai ne spiace, e siam venuti qua per far riscatto de' morti nostri, e ad offerirvi pace;
ma vogliam quella secchia ad ogni patto che ci rubò la vostra gente audace: perché altramente andrìa ogni cosa in zero, e ci scorrucciaremmo da dovero. —
Qui chiuse il Bolognino il suo sermone, e rise ognun quanto potea più forte. Era capo di banca un Rarabone Dal Tasso, arridottor cavato a sorte,
per sopranome gli dicean Tassone perch'era grosso e avea le gambe corte. Questi, poiché 'l Senato in lui s'affisse, compose il volto e si rivolse e disse:
— Che 'l vostro Reggimento abbia mandati due personaggi suoi sì principali a scusarsi con noi de' danni dati e a condolersi de' passati mali,
nostra ventura è certo; e registrati ne fieno i nomi lor ne' nostri annali: a noi ancora inver molto dispiace de' vostri morti, che Dio gli abbia in pace.
E se per sotterrargli or qui venite, la vostra ambascieria fia consolata, ma quella pace che voi ci offerite col patto della secchia, è un po' intricata,
e conviene aggiustar pria le partite con cui voi dite che ve l'ha rubata, perché di secchie non abbiam bisogno, e ci crediam che favelliate in sogno. —
Manfredi, ch'era a quel parlar presente, cavatosi il capuccio e in piè levato, — Figlio è, disse, d'un becco, e se ne mente chi vuol dir ch'io la secchia abbia rubato:
di mezzo la città nel dì lucente io la trassi per forza in sella armato; e tornerò, se me ne vien talento, dov'è quel pozzo e cacherovvi drento.
Siete mal informato, a quel ch'io veggio, messer Marcello mio da un Bolognino. — — Cappita! disse il cavalier Campeggio, voi siete bravo come un paladino;
orsù ripigliarem, ch'io me n'aveggio, con le trombe nel sacco oggi il cammino; ma Gemignani miei io vi protesto che ve ne pentirete assai ben presto. —
Rispondeva Manfredi, e ne potea seguir scandalo grave entro 'l Senato, se 'l Potta allor non vi s'interponea con modo imperioso e volto irato:
— Taci, frasca merdosa, egli dicea, ché questo è ius antico inviolato che possa un messagier dir ciò che vuole senza render ragion di sue parole. —
Così gli ambasciatori usciron fuore ed a la patria lor feron ritorno: la quale il Baldi principal dottore mandò con nuovi patti il terzo giorno,
e la terra offeria di Grevalcore se la secchia tornava al suo soggiorno. Fu il dottor Baldi molto accarezzato e a le spese del publico alloggiato.
Poscia di nuovo s'adunò il Conseglio dov'egli fu introdotto il dì seguente. Il Baldi, ch'era astuto come veglio e sapea secondar l'onda corrente,
incominciò: — Signori, esempio e speglio d'onor e senno a la futura gente, io rendo grazie a Dio che mi concede di seder oggi in così degna sede.
E vengovi a propor cosa inudita che vi farà inarcar forse le ciglia: giace una terra antica, e favorita de le grazie del Cielo a meraviglia,
col territorio vostro appunto unita e lontana di qua tredici miglia. Già vi fu morto Pansa, e dal dolore nominata da' suoi fu Grevalcore.
Ancor dopo tant'anni e tanti lustri il suo nome primier conserva e tiene: furon già stagni e valli ime e palustri, or son campagne arate e piagge amene;
non han però gli agricoltori industri tutte asciugate ancor le natìe vene, ma vi son fondi di perpetui umori che sogliono abitar pesci canori.
Le sirene de' fossi, allettatrici del sonno, di color vari fregiate, e del prato e de l'onda abitatrici, fanvi col canto lor perpetua state;
i regni de l'Aurora almi e felici paiono questi, ove son genti nate che ne' costumi e ne' sembianti loro rappresentano ancor l'età de l'oro.
Or così degna terra e principale vi manda ad offerir la patria mia se quella secchia, che toglieste a un tale de' nostri, col malan che Dio gli dia,
quando i vostri l'altrier fer tanto male e sforzaron la porta che s'aprìa, sarà da voi al pozzo rimandata publicamente, d'onde fu levata.
Mentre vi s'offre la fortuna in questo di cambiare una secchia in una terra, ricordatevi sol che volge presto il calvo a chi la chioma non afferra.
Se non cogliete il tempo, i' vi protesto ch'avrete lunga e faticosa guerra, né potrete durare a la campagna che s'armerà con noi tutta Romagna. —
Qui tacque il Baldi e nacque un gran bisbiglio, né fu chi rispondesse alcuna cosa, ma si conobbe in un girar di ciglio che la mente d'ognuno era dubbiosa.
Alfin per consultare ogni periglio e non urtare in qualche pietra ascosa, fecero al Baldi dir, ch'era presente, ch'avrebbe la risposta il dì seguente.
Il dì che venne, il cambio fu approvato, e disser che la secchia eran per darla, sottoscritto il contratto e confirmato, a qualunque venisse a ripigliarla;
perch'altramente non volea il Senato con atto indegno al pozzo ei rimandarla; che in questo il Reggimento era in errore se credea di dar legge al vincitore.
Il Baldi si scusò che non avea ordine d'alterar la sua proposta, ma che l'istesso giorno egli volea ritornare a Bologna per la posta;
e se 'l partito a la città piacea, avrebbe rimandato un messo a posta. Così conchiuso il Baldi fe' ritorno, né si seppe altro fino al terzo giorno.
Il terzo dì, ch'ognun stava aspettando che non avesse più la pace intoppo, eccoti un messaggier venir trottando sopra d'un vetturin spallato e zoppo,
e tratta fuori una protesta o un bando, l'affisse al tronco d'un antico pioppo che dinanzi a la porta di sua mano avea piantato già san Gemignano.
Dicea la carta: — Il popol bolognese quel di Modana sfida a guerra e morte se non gli torna in termine d'un mese la secchia che rubò su le sue porte. —
Affisso il foglio, subito riprese il suo cammin colui, spronando forte quel tripode animale; e in un momento parve che via lo si portasse il vento.
Qual resta il pescator che ne la tana mette la man per trarne il granchio vivo, e trova serpe o velenosa rana o qual si voglia altro animal nocivo
tal la gente del Potta altera e vana, trovar credendo un popolo corrivo, quando sentì quella protesta, tutta raggrinzò le mascelle e si fe' brutta.
Ma come ambiziosa per natura, dissimulando il naturale affetto, mostrò di non curar quella scrittura e le minacce altrui volse in diletto:
non ristorò le ruinate mura, non cavò de le fosse il morto letto, né di ceder mostrò sembianza alcuna a la forza nemica o a la fortuna.
Ma scrisse a Federico in Alemagna quant'era occorso e di suo aiuto il chiese; la milizia del pian, de la montagna a preparar segretamente attese;
fe' lega per un anno a la campagna col popol parmigian, col cremonese, scrisse ne la città fanti e cavalli, indi tutta si diede a feste e balli.
La Fama in tanto al ciel battendo l'ali con gli avisi d'Italia arrivò in corte, ed al Re Giove fe' sapere i mali che d'una secchia era per trar la sorte.
Giove, che molto amico era a i mortali e d'ogni danno lor si dolea forte, fe' sonar le campane del suo impero e a consiglio chiamar gli dei d'Omero.
Da le stalle del ciel subito fuori i cocchi uscir sovra rotanti stelle, e i muli da lettiga e i corridori con ricche briglie e ricamate selle:
più di cento livree di servidori si videro apparir pompose e belle, che con leggiadra mostra e con decoro seguivano i padroni a Concistoro.
Ma innanzi a tutti il Prencipe di Delo sopra d'una carrozza da campagna venìa correndo e calpestando il cielo con sei ginetti a scorza di castagna:
rosso il manto, e 'l cappel di terziopelo e al collo avea il toson del Re di Spagna: e ventiquattro vaghe donzellette correndo gli tenean dietro in scarpette.
Pallade sdegnosetta e fiera in volto venìa su una chinea di Bisignano, succinta a mezza gamba, in un raccolto abito mezzo greco e mezzo ispano:
parte il crine annodato e parte sciolto portava, e ne la treccia a destra mano un mazzo d'aironi a la bizzarra, e legata a l'arcion la scimitarra.
Con due cocchi venìa la dea d'Amore: nel primo er'ella e le tre Grazie e 'l figlio, tutto porpora ed or dentro e di fuore, e i paggi di color bianco e vermiglio;
nel secondo sedean con grand'onore cortigiani da cappa e da consiglio, il braccier de la dea, l'aio del putto, ed il cuoco maggior mastro Presciutto.
Saturno, ch'era vecchio e accatarrato e s'avea messo dianzi un serviziale, venìa in una lettiga riserrato che sotto la seggetta avea il pitale;
Marte sopra un cavallo era montato che facea salti fuor del naturale; le calze a tagli e 'l corsaletto indosso, e nel cappello avea un pennacchio rosso.
Ma la dea de le biade e 'l dio del vino venner congiunti e ragionando insieme; Nettun si fe' portar da quel delfino che fra l'onde del ciel notar non teme:
nudo, algoso e fangoso era il meschino, di che la madre ne sospira e geme, ed accusa il fratel di poco amore che lo tratti così da pescatore.
Non comparve la vergine Diana che levata per tempo era ita al bosco a lavare il bucato a una fontana ne le maremme del paese tosco;
e non tornò, che già la tramontana girava il carro suo per l'aer fosco; venne sua madre a far la scusa in fretta, lavorando su i ferri una calzetta.
Non intervenne men Giunon Lucina, che 'l capo allora si volea lavare; Menippo, sovrastante a la cucina di Giove, andò le Parche ad iscusare
che facevano il pan quella mattina, indi avean molta stoppa da filare; Sileno cantinier restò di fuori per inacquare il vin de' servidori.
De la reggia del ciel s'apron le porte, stridon le spranghe e i chiavistelli d'oro; passan gli dei da la superba corte ne la sala real del Concistoro:
quivi sottratte a i fulmini di morte splendon le ricche mura e i fregi loro; vi perde il vanto suo qual più lucente e più pregiata gemma ha l'Oriente.
Posti a seder ne' bei stellati palchi i sommi eroi de' fortunati regni, ecco i tamburi a un tempo e gli oricalchi de l'apparir del Re diedero segni:
cento fra paggi e camerieri e scalchi venìeno, e poscia i proceri più degni; e dopo questi Alcide con la mazza, capitan de la guardia de la piazza.
E come quel ch'ancor de la pazzia non era ben guarito intieramente, per allargare innanzi al Re la via menava quella mazza fra la gente:
ch'un imbriaco svizzero parìa, di quei che con villan modo insolente sogliono innanzi 'l Papa il dì di festa romper a chi le braccia, a chi la testa.
Col cappello di Giove e con gli occhiali seguiva indi Mercuno, e in man tenea una borsaccia, dove de' mortali le suppliche e l'inchieste ei raccogliea;
dispensavale poscia a due pitali che ne' suoi gabinetti il padre avea, dove con molta attenzion e cura tenea due volte il giorno segnatura.
Venne al fin Giove in abito reale con quelle stelle ch'han trovate in testa, e su le spalle un manto imperiale che soleva portar quand'era festa;
lo scettro in forma avea di pastorale e sotto il manto una pomposa vesta donatagli dal popol sericano, e Ganimede avea la coda in mano.
A l'apparir del Re surse repente da i seggi eterni l'immortal Senato, e chinò il capo umìle e riverente fin che nel trono eccelso ei fu locato.
Gli sedea la Fortuna in eminente loco a sinistra, ed a la destra il Fato; la Morte e 'l Tempo gli facean predella, e mostravan d'aver la cacarella.
Girò lo sguardo intorno, onde sereno si fe' l'aer e 'l ciel, tacquero i venti, e la terra si scosse e l'ampio seno de l'oceano a' suoi divini accenti:
ei cominciò dal dì che fu ripieno di topi il mondo e di ranocchi spenti, e narrò le battaglie ad una ad una che ne' campi seguir poi de la luna.
— Or, disse, una maggior se n'apparecchia tra quei del Sipa e la città del Potta: sapete ch'è tra lor ruggine vecchia e che più volte s'han la testa rotta;
ma nuova gara or sopra d'una secchia han messa in campo; e se non è interrotta, l'Italia e il mondo sottosopra veggio: intorno a ciò vostro consiglio chieggio. —
Qui tacque Giove, e 'l guardo a un tempo affisse nel padre suo, che gli sedea secondo: sorrise il vecchio, e tirò un peto, e disse: — Potta, i' credea che ruinasse il mondo;
che importa a noi se guerra, liti e risse turban là giù quel miserabil fondo? E se gli uomini son lieti o turbati? Io gli vorrei veder tutti impiccati. —
Marte a quella risposta alzando il ciglio — O buon vecchio, gridò, son teco anch'io; che importa a questo eterno alto consiglio se stato è colà giù turbato o rio?
Chi è nato a perigliar, viva in periglio, viva e goda nel ciel chi è nato dio. Io, se la diva mia nol mi disdice, l'una e l'altra città farò infelice.
Sazierà doppia strage il mio furore, di corpi morti inalzerò montagne; farò laghi di sangue e di sudore, e tutte inonderò quelle campagne. —
— Cavalier, disse Palla, il tuo valore san cantar fin le trippe e le lasagne, sì che indarno ti studi e t'argomenti di farlo or noto a le celesti menti.
Ma s'hai desio di qualche degna impresa, facciam così: va' tu co i Gemignani, ch'io sarò de' Petroni a la difesa, e ti verrò a incontrar là su que' piani:
Bologna sempre fu a' miei studi intesa, onde tenermi a cintola le mani or non debbo per lei; tu meco scendi se palma di valor, se gloria attendi. —
A quel parlar si levò Febo e disse: — Vergine bella, i' verrò teco anch'io in favor di Bologna, ove ognor visse l'antico studio de le Muse e mio. —
Bacco, che in Citerea le luci fisse sempre tenute avea con gran desio — Così dunque (rispose in volto irato) fia il popol mio da tutti abbandonato?
La città ch'ognor vive in feste e canti fra maschere e tornei per onorarmi, ch'ha si dolce liquor, vedrà fra tanti travagli suoi qui neghittoso starmi?
Bella madre d'Amor, che co' sembianti puoi far vinta cader la forza e l'armi, tu meco scendi: ch'io farò a costoro di stoppa rimaner la barba d'oro. —
Sfavillò Citerea con un sorriso che dicea: — Bacia, bacia, anima accesa — e gli diede col ciglio a un tempo aviso che sarebbe ita seco a quell'impresa.
Marte, che 'n lei tenea lo sguardo fiso avido di litigio e di contesa, vedendo ch'ella avea d'andar desio, disse: — A la fé, che vo' venir anch'io.
Gite voi altri pur dove v'aggrada, ch'io vo' seguir de la mia diva i passi; dove ella volge il piè, convien ch'io vada, e quei di voi ch'ella abbandona, lassi.
Per lei combatte questa invitta spada e questa destra; ed or per lei vedrassi il Panàro gonfiarsi, e in atto strano portar soccorso al Po di sangue umano. —
Sorrise Palla, ma con occhio bieco rimirollo Vulcan ch'era in disparte; e disse: — Empio sicario, adunque meco comune il letto avrai per ricrearte?
E Giove stesso accorderassi teco nel vituperio di sua figlia a parte? Per Stige, ch'io non so chi mi s'arresta ch'io non ti do di questo in su la testa. —
E strignendo un martel ch'al fianco avea, sollevò il braccio, e di menar fece atto. La manopola allor ch'in man tenea lanciògli Marte, e balzò in piedi ratto
sgangherato gridando: — Anima rea, t'insegnerò ben io di starti quatto. — Giove che vide accesa una battaglia, stese lo scettro e disse: — Olà, canaglia!
Dove credete star? giuro a Macone ch'io vi gastigherò di tanto ardire; venga il fulmine tosto. — E l'Aquilone il fulmine arrecogli in questo dire.
Vulcan tratto a' suoi piedi in ginocchione chiedea mercede e intiepidiva l'ire lagrimando i suoi casi e l'empia sorte, ma più l'infedeltà de la consorte.
Citerea, che si vide a mal partito, per una porticella di nascosto da lo sdegno del padre e del marito, mentre questi piagnea, s'involò tosto:
e dietro a lei senza aspettar invito corsero il dio de l'armi e 'l dio del mosto; ella in terra con lor prese la via, e in mezzo a lor dormì su l'osteria.
Gli abbracciamenti, i baci e i colpi lieti tace la casta Musa e vergognosa; da la congiunzion di que' pianeti ritorce il plettro e di cantar non osa:
mormora sol fra sé detti segreti ch'al fuggir de la notte umida ombrosa fatto avean Marte e 'l giovane tebano trenta volte cornuto il dio Vulcano.
L'oste di Castelfranco un gran pollaio con uova fresche avea quanto la rena; ne bebbero i due amanti un centinaio, che smidollata si sentian la schiena:
ma la diva ne volle solo un paio, che d'altro forse avea la pancia piena. La diva, per non dar di sé sospetto, presa la forma avea d'un giovinetto.
Di candido ermesin tutto trinciato sopra seta vermiglia era vestita, con un colletto bianco profumato, calzetta bianca e cinta colorita:
di bianco il piè leggiadro era calzato; non si potea veder più bella vita; un pugnaletto d'or cingeva al fianco, e nel cappello un pennacchietto bianco.
Ma l'oste ch'era guercio e Bolognese, tanto peggio stimò ne' suoi concetti quando corcarsi in terzo egli comprese l'amoroso garzon fra tanti letti.
Sgombrarono gli dei tosto il paese, che di colui conobbero i sospetti, temendo che 'l fellon con falso indizio non gli accusasse quivi al Malefizio.
A Modana passar quella mattina, e ritrovar che vi si fea gran festa: un palio di teletta cremesina correasi a fiori d'or tutta contesta.
Vedendo quella gente pellegrina, ognuno a gara ne facea richiesta; e molti li tenean per recitanti venuti a preparar comedie inanti.
Dicean che Marte il Capitan Cardone, e Bacco esser dovea l'innamorato, e quel vago leggiadro e bel garzone esser a far da donna ammaestrato.
Così alle volte ancor fuor di ragione si tocca il punto, e molti han profetato che si credean di favellare a caso. La sorte ed il saper stanno in un vaso.
Poscia che passeggiata a parte a parte ebber gli dei quella città fetente, e ben considerato il sito e l'arte del guerreggiare e 'l cor di quella gente,
a un'osteria si trassero in disparte ch'avea un trebbian di dio dolce e rodente, e con capponi e starne e quel buon vino cenaron tutti e tre da paladino.
Mentre questi godean, dall'altro canto Pallade e Febo eran discesi in terra, e concitando gìan Bologna intanto e le città de la Romagna in guerra:
quanto è dal Reno al Rubicone, e quanto tra 'l monte e 'l mar quivi s'estende e serra, s'unisce con Bologna e s'apparecchia di gir con l'armi a racquistar la secchia.
L'intesero gli amanti, e a la difesa prepararono anch'essi i lor vassalli: Bacco chiamò i Tedeschi a quell'impresa, e andò fin in Germania ad invitalli.
Essi quand'ebber la sua voglia intesa, in un momento armar fanti e cavalli, benedicendo ottobre e San Martino, e sperando notar tutti nel vino.
Marte restò in Italia a preparare la milizia di Parma e di Cremona; Venere disse che volea tentare di far venir un re quivi in persona;
e passando dov'Arno ha foce in mare, si fe' da le Nereidi a la Gorgona portar, e quindi a l'isola de' Sardi ricca di cacio e d'uomini bugiardi.
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