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1409–1473

354

Alessandro Sforza

Amor, che di possanza, ingegno e arte Gli uomini in terra e gli dei in ciel avanzi, Hor mi convien dinanzi A te ricorrer per doctrina e norma,

Perché non lice ad huom parlar sì inanzi De la beltà che solo in cielo ha parte, Né di scriver in carte Se non a Colui dal ciel che prende forma;

Al mio soccorso il tuo valor non dorma, Ché parlar possa il cor quanto entro sente, Benché cum mille lingue io mai potrei. A l'intellecto, al stil, ai versi mei

Apri la vena, come dolcemente Apristi al focho ardente Che al spirto insegnò quel che in sé non vede: Amor, altro non chiede

El mio disio, ch'or è senza consiglio, Che di costei cantare a cui me appiglio. Io dico d'una donna, anzi d'un sole Ch'ogn'altro lume spegne al suo splendore,

Ove si posa Amore, Honestà, lizadria, belleza e gratia, Unde escon razi di natura e ardore D'accender ad amar chi manco sòle,

Sì che ciascun la cole Per diva in terra e di lei mai si satia E che sì dolcemente ognhor mi stratia, Sequendo di begli occhi il vago lume

Che scorge i mie' disiri ad hora ad hora, A quel che mi distruge e inamora, Alzando i miei pensier, vita e costume Cum le dorate piume

Cum quale impennò Amor il fiero strale Che dolce fe' e mortale La piagha che mai salda e più mi piace, Sperando in lei trovar eterna pace.

Felice valle, colle, terra e loco Ove madonna vive, alberga e regna Cum triumphale insegna Da far minor Diana in terra e in cielo!

Felice l'Arno e l'aqua in cui si degna Bagnar el lieto viso unde uscì el foco Ch'ormai, a pocho a pocho, Celato m'ha consumpto e che mal celo!

Felice giorno sotto il bianco velo Che d'or le treccie mostrò al mio pensero, Ov'io mirando prendo tal speranza Che spesso eguaglia il gran disio che avanza,

Gustando l'alma ogni piacer intero. O felice sentero, Che scorse a tanta luce la mia vita, Che ardendo ognhor me invita

A degno honor, a gloriosa fama, Che sempre di madona il nome chiama! Questa lizadra dona, honesta e bella, Di cui ardendo parlo, canto e scrivo

Dal mondo ha tolto e privo Se non di lei parlar ogni altra voglia. Lasso! che gli occhi mei son facti un rivo Di lacrime, pian pian pensando in ella,

Come solinga quella Che fabrica e risana ogni mia doglia E sola che mi veste il cor e spoglia Di pensier, di speranza e di piacere.

El disio alzando, ove salir non spera Sola mi rege, affrena, sprona e impera Costei e tempra ogni alto mio volere, El parlare e il tacere

Del cor, de la mia lingua e di lei sola, Da cui ciaschuno invola Manier, costumi e il viver più che humano, Sola mostrando el bel lito toscano,

Del parlar dolce e del suave accento Di questa il cui exemplo l'altre indona Ciaschuna che sia donna, Sì pasce di dolcezza: io sol ne moro,

E l'angelico canto di madona D'accender ogni cor, ch'è d'amor spento, Fa dolce il mio tormento Sì che, tremando, io ardo e più l'adoro,

E quanta più mercede ardendo imploro Cotanta a sua pietà più il cor si snerba: Mia guerra e pace, dolce vita e acerba Nel fronte di Madonna aperto io vegio;

Così mia stella vole, altro non chiegio. Che farmi, Amor, puoi pegio Oimè! di sua presentia che privarme Per più tuo honore e per minor mia pena,

E per mia sola morte il colpo mena. Se quanto il cor mi detta alzar potesse El stil che è, da sì, debil, lento e basso, Farei un cor di sasso

Di dolceza e pietade arder tremando; Ma spero ancora a l'amoroso passo Traranno i versi e le mie rime spesso Madonna e poi con esse

Versar lacrime forse odendo e amando. E di lei sola andrò sempre cantando, Sfocando in parte il cor che dentro parla Quel che tacer convien e dentro arde,

Né mai fian le mie voglie pigre o tarde. In sequirla sperando e in amarla Lasso! che di chiamarla Già mai fia stancha la mia lingua e voce

E cum le mie braccia in croce Mercé sempre chiamando in fin che al pianto Serà porta pietà dal viso sancto. Canzon, tu sai ben quanto a ti s'aspecta,

Cerchar perdon del tuo arrogante stile Sol per soperchia voglia troppo ardito; Però a quella ne va ove è infinito Amor, pietà, mercede e gratia humile

E sai che 'l cor gentile di clementia illustre e di perdono E digli che qua sono Un corpo ignudo e là el spirto è seco,

ov'io la vegio sempre e qua son ceco.

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