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1409–1473

261

Alessandro Sforza

Quanto più son lontan da la mia luce, A cui el sol cotanta invidia porta, Qua di magior splendor parendo vinto, Tanto più sento drento ardermi il core,

Sequendo il vivo lume che mi mena A quella in ogni parte e che hor qua vegio. Io dico d'una dona in cui sol vegio Di questa nostra etade quanta luce

Per meraviglia ogn'huom drieto si mena E nei begli occhi suoi non so che porta Cosa non già mortal da fare il core Fuor d'ogni libertà contento e vinto.

Da tanta sua bellezza io son sì vinto Che, per amore, spesso al fin mi vegio A lei donando già gran tempo il core. Mostròmi amor, sequendo tanta luce,

La via che dolcemente il disio porta Là dove la speranza il scorge e mena. Hor s'io qua penso, ogni pensier mi mena Davanti a quei begli occhi che m'han vinto.

E da vincer chi in ciel più gloria porta, Sì ch'io ben sento e apertamente vegio Null'altra se non questa altera luce Havrebbe da mi tolto il proprio core.

Ardendo piange di dolcezza el core, Chiamando più mercé quanto più el mena Amor, dove gli mostra magior luce. Nulla potrebbe contra chi m'ha vinto:

Sua natura dal ciel sì armata vegio Che la divina gratia seco porta. Qui sono e altrove amor mi guida e porta, Né sa se non sequire amando il core

Questa che in lei trasforma ciò che io vegio. Per valle, colli, monti e pian mi mena L'amoroso pensier ch'or m'à sì vinto Ch'io m'abaglio nel ben di tanta luce.

Sol questa luce ovunque vuol mi porta, Sì che vinto si struge lieto il core E che sola mi mena ovunque io vegio.

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