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1409–1473

179

Alessandro Sforza

Hor vegio ben che da selvage fere Nutrita fu costei che tolse il nome Da ombrosa selva e il bel color dal cielo; Di piano in monte e pur di valle in selva

La vo cerchando e col pensier la fermo In herba, in scogli, in fonte, in mille rami; Né sì crudel già mai di rami in rami Vederla parmi o fra sì horribil fere

Ch'io non l'adori ognhor col cor più fermo E spesso a lei, sì come a dea in selva, Chiedo mercé chiamandola per nome, Monstrando il cor con le man giunte al cielo.

Ma il sol, le stelle, ogni pianeta e il cielo Forza non hebber mai fra tanti rami Risonasse altro che eccho del suo nome, Né quella cruda più che l'altre fere

Move a pietà il mio pianto facto in selva, Ove per lei il pensier e il tempo fermo. Oymè! d'alcun già mai fu il cor sì fermo Né tanto ardente di salire al cielo

Quanto cerchar costei di selva in selva, Sì che fra tanti sterpi, frondi e rami, Non trovaresti mai di tante fere Sol una che vo' inpar da me il suo nome.

In selva naque e Silvia è il proprio nome Così il suo pensier vedo crudo e fermo, Come in selva è de la spiatate fere; Hah! quante volte morte ho chiesto al cielo,

Parendomi veder costei fra' rami, Spregiar Amor, che regna in ciel e in selva. Facto son sol un cittadin di selva, Chiamando giorno e nocte oymè! quel nome

Che fa di mie' martir parlar i rami E sento di seguirla il cor sì fermo Che, s'ella non soccorre, Amore o il Cielo, Sempre starò fra disperate fere.

Havran pietà di me le fere in selva Piangendo al ciel e di costei il nome Sì fermo ognhor chiamando in fra gli rami.

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179 · Alessandro Sforza · Poetry Cove