Skip to content
1785–1873

URANIA

Alessandro Manzoni

Su le populee rive o sul bel piano da le insubri cavalle esercitato, ove di selva coronate attolle la mia città le favolose mura,

prego, suoni quest'Inno: e se pur degna penne comporgli di più largo volo la nostra Musa, o sacri colli, o d'Amo sposa gentil, che a te gradito ei vegna

chieggo a le Grazie. Ché dai passi primi nel terrestre viaggio ove il desio crudel compagno è de la via, profondo mi sollecita amor che Italia un giorno

me de' suoi vati al drappel sacro aggiunga, Italia, ospizio de le Muse antico. Né fuggitive dai laureti achei altrove il seggio de l'eterno esiglio

poser le Dive; e quando a la latina donna si feo l'invendicato oltraggio, dal barbaro ululato impaurite tacquero, è ver, ma l'infelice amica

mai non lasciar, ché ad alte cose al fine l'itala Poesia, bella, aspettata, mirabil virgo, da le turpi emerse unniche nozze. E tu le bende e il manto

primo le desti, e ad illibate fonti la conducesti; e ne le danze sacre tu le insegnasti ad emular la madre. Tu de l'ira maestro e del sorriso,

divo Alighier, le fosti. In lunga notte giaceva il mondo, e tu splendevi solo, tu nostro: e tale, allor che il guardo primo su la vedova terra il sole invia,

nol sa la valle ancora e la cortese vital pioggia di luce ancor non beve, e già dorata il monte erge la cima. A queste alme d'Italia abitatrici

di lodi un serto in pria non colte or tesso; ché vil fra '1 volgo odo vagar parola che le Dive sorelle osa insultando interrogar che valga a l'infelice

mortal del canto il dono. Onde una brama in cor mi sorge di cantar gli antichi beneficj che prodighe a l'ingrato recar le Muse. Urania al suo diletto

Pindaro li cantò. Perché di tanto degnò la Dea l'alto poeta e come, dirò da prima; indi i celesti accenti ricorderò, se amica ella m'ispira.

Fama è che a lui ne la vocal tenzone rapisse il lauro la minor Corinna, misero! e non sapea di quanto Dio l'ira il premea; ché a la famosa Delfo

venendo, i poggi d'Elicona e il fonte del bel Permesso ei salutando ascese; ma d'Orcomene ove le Grazie han culto, il cammin sacro omise. Il devio passo

vider da lunge e il non curar superbo del fatal giovanetto le immortali, e promiser vendetta. Al meditato inno di lode liberato il volo

Pindaro avea, quando le belle irate, aerie forme a mortal guardo mute, venner seconde di Corinna al fianco. Aglaja in pria su la virginea gota

sparse un fulgor di rosea luce, e un mite raggio di gioja le diffuse in fronte: ma la fragranza de' castalj fiori che fanno l'opra de l'ingegno etema,

Eufrosine le diede; e tu pur anco, dolce qual tibia di notturna amante, lene Talia, le modulasti il canto. Di tanti doni avventurata in mezzo

Corinna assurse: il portamento e il volto stupia la turba, e il dubitar leggiadro e il bel rossor con che tremando al seno posò la cetra; e, sotto la palpebra

mezza velando la pupilla bruna, soave incominciò. Volava intomo la divina armonia che, con le molli ale i cupidi orecchi accarezzando,

compungea gl'intelletti, e di giocondo brivido i cori percotea. Rapito l'emulo anch'ei, non alito non ciglio movea, né pria de' sensi ebbe ripresa

la signoria, che verdeggiar la fronda invidiata vide in su le nere trecce di lei, che fra il romor del plauso chinò la bella gota ove salia

del gaudio mista e del pudor la fiamma. Di dolor punto e di vergogna, al volgo l'egregio vinto si sottrasse, e solo sul verde clivo onde l'aeria fronte

spinge il Parnaso, s'avviò. Dolente errar da l'alto Licoreo lo scorse Urania Dea cui fu diletto il fato del giovanetto, e di blandir sua cura

nel pio voler propose. È nei riposti del sacro monte avvolgimenti un bosco romito opaco, ove talor le Muse, sotto il tremolo rezzo esercitando

l'ambrosio piè, ringioviniscon l'erbe da mortal orma non offese ancora. A l'entrar de la selva, e sovra il lembo del vel che la tacente ombra distende,

balza l'Estro animoso, e de le accese menti il Diletto, e, ne la palma alzata dimettendo la fronte, il Pensamento sta col Silenzio che per man lo tiene.

Bella figlia del Tempo e di Minerva v'è la Gloria, sospir di mille amanti: vede la schiva i mille, e ad un sorride. Ivi il trasse la Diva. A l'appressarsi,

de l'aura sacra a l'aspirar, di lieto orror compreso in ogni vena il sangue sentia l'eletto, ed una fiamma leve lambir la fronte ed occupar l'ingegno.

Poi che ne l'alto de la selva il pose non conscio passo, abbandonò l'altezza del solitario trono, e nel segreto asilo Urania il prode alunno aggiunse.

Come tal volta ad uom rassembra in sogno, su lunga scala o per dirupo, lieve scorrer col piè non alternato a l'imo, né mai grado calcar né offender sasso;

tal su gli aerei gioghi sorvolando, discendea la celeste. Indi la fronte spoglia di raggi, e d'ale il tergo, e vela d'umana forma il dio; Mirtide fassi,

Mirtide già de' carmi e de la lira a Pindaro maestra; e tal repente a lui s'offerse. Ei di rossor dipinto, A che, disse, ne vieni? a mirar forse

il mio rossore? o madre, oh! perché tanta speme d'onor mi lusingasti in vano? Come la madre al fantolin caduto, mentre lieto al suo piè movea tumulto,

che guata impaurito e già sul ciglio turgida appar la lagrimetta, ed ella nel suo trepido cor contiene il grido, e blandamente gli sorride in volto

perch'ei non pianga; un tal divino riso, con questi detti, a lui la Musa aperse: A confortarti io vegno. Onde sì ratto «l'anima tua è da viltate offesa»?

Non senza il nume de le Muse, o figlio, di te tant'alto io promettea. Deh! come, Pindaro rispondea, cura dei vati aver le Muse io crederò? Se culto

placabil mai de gl'Immortali alcuno rendesse a l'uom, chi mai d'ostie e di lodi, chi più di me di preci e di cor puro venerò le Camene? Or se del mio

dolor ti duoli, proseguia, deh! vogli l'egro mio spirto consolar col canto. Tacque il labro, ma il volto ancor pregava, qual d'uom che d'udire arda, e fra sé tema

di far parlando a la risposta indugio. Allor su l'erba s'adagiaro: il plettro Urania prese, e gli accordò quest'Inno che in minor suono il canto mio ripete.

Fra le tazze d'ambrosia imporporate, concittadine degli Etemi e gioja de' patemi conviti eran le Muse ne' palagi d'Olimpo, e le terrene

valli non use a visitar, ma primo, scola e conforto de la vita, in terra di Giove il cenno le inviò. Vedea Giove da l'alto serpeggiar già folta

la vaga mortale orma, e sotto il pondo di tutti i mali andar curvata e cieca l'umana stirpe: del rapito foco piena gli parve la vendetta; e a l'ira

spuntate avea l'acri saette il tempo. Alfin più mite ne l'etemo senno consiglio il Padre accolse, ed, Assai, disse, e troppo omai le Dire empio governo

fer de la terra; assai ne' petti umani commiser d'odj, e volser prone al peggio le mortali sentenze. Di felici Genj una schiera al Dio facea corona,

inclita schiera di Virtù (ché tale suona qua giù lor nome). A questi in pria scorrer la terra e perseguir le crude de l'uom nemiche ed a più miti voglie

ricondur l'infelice, impose il Dio. Al basso mondo ove la luce alterna, sceser gli spirti obbedienti, e tanto ricercarlo, ma invan; ché non levossi

a tanto raggio de' mortali il guardo; e di Giove il voler non s'adempia. Però baldanza a quel voler non tolse difficoltà che a l'impotente è freno,

stimolo al forte; essa al pensier di Giove novo propose esperimento. Al desco del Tonante le Muse una concorde movean d'inni esultanza; inebriate

tacean le menti de gli Dei; fe' cenno ei la destra librando; e la crescente del volubile canto onda ristette improvviso. Raggiò pacato il guardo

a le Vergini il Padre; e questo ad elle d'amor temprato fe' volar comando. Figlie, a bell'opra il mio voler ministre elegge or voi. Non conosciute ancora

errar vedete le Virtù fra i ciechi figli di Pirra: d'amor santo indamo arder tentaro i duri petti, e vinte farsi de l'ardue menti aprir le porte:

la forza sol de l'arti vostre il puote: là giù dunque movete: a voi seguaci vengan le Grazie; e senza voi men bella già la mia reggia il tornar vostro attende.

Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremi detti, dal ciglio e da le labra rise blandamente. Al divino atto commossa balzò l'eterea vetta, e d'improvviso

di tutta luce biondeggiò l'Olimpo. Nel primo aspetto de la terra intanto il lungo duol de le Virtù neglette vider le Muse: ma di lor la prima

chi fu che volse le propizie cure i bei precetti ad avverar del Padre? Calliope fu che fra i mortali accorta Orfeo trascelse; e sì l'amò che il nome

a lui di figlio non negò. Vicina a l'orecchio di lui, ma non veduta, stette la Diva, e de l'alunno al core sciolse la bella voce onde si noma.

Il bel consiglio di Calliope tutte imitar le sorelle; e d'un eletto mortal maestra al par fatta ciascuna, l'alme col canto ivan tentando, e l'ira

vincea quel canto de le ferree menti. Così dal sangue e dal ferino istinto tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo di lor, che a terra ancor tenea il costume

che del passato l'avvenir fa servo, levar di nova forza avvalorato. E quei gli occhi giraro, e vider tutta la compagnia de gli stranier divini,

che a le Dire fea guerra. Ove furente imperversar la Crudeltà solea, orribil mostro che ferisce e ride, vider Pietà che mollemente intorno

ai cor fremendo, dei veduti mali dolor chiedea; Pietà, de gl'infelici sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta con alta fronte passeggiar l'Offesa

vider, gl'ingegni provocando, e mite ovunque un Genio a quella Furia opporsi, lo spontaneo Perdon che con la destra cancella il torto e nella manca reca

il beneficio, e l'uno e l'altro obblia. Blando a la Dira ei s'offeria: seguace lenta ma certa, l'orme sue ricalca Nemesi, e quando inesaudito il vede,

non fa motto ed aspetta. Un giorno al fine ne gl'iterati giri, orba dinanzi le vien l'Offesa: al tacit'arco impone Nemesi allor l'alata pena; aggiunge

l'aerea punta impreveduta il fianco, e l'empio corso allenta. Inonorata la Fatica mirar, che gli ermi intorno campi invano additava, a cui per anco

non chiedea de la messe il pigro ferro gli aurei doni dovuti: a lei compagno l'Onor si fea; se forse a la sua luce più cara a l'occhio del mortal venisse

l'utile Dea. Vider la Fede, immota servatrice dei giuri, e l'arridente ospital Genio che gl'ignoti astringe di fraterna catena; e tutta in fine

la schiera dia ne l'opra affaticarsi. Videro, e novo di pietà, d'amore ne gli attoniti surse animi un senso, che infiammando occupolli. E già de' lieti

principj in cor secure, il plettro e l'arte sacra del plettro ai figli lor le Muse donar, le Grazie il dilettar donaro e il suader potente. Essi a la turba

dei vaganti fratelli ivan cantando le vedute bellezze. Al suon che primo si sparse a l'aura, dispogliò l'antico squallor la terra, e rise: e tu qual fosti

che provasti, o mortal, quando sul core la prima stilla d'armonia ti scese? Quale a l'ara de' Numi allor che il sacro tripode ferve, e tremolando rosse

su le brage stridenti erran le fiamme, se la man pia del sacerdote in esse versi copia d'incenso, ecco di bruno pallor vestirsi il foco, e dal placato

ardor repente un vortice s'innalza tacito, e tutto d'odorata nebbia turba l'etere intomo e lo ricrea; tal su i cori cadea rorido, e l'ira

v'ammorzava quel canto, e dolce, in vece, di carità, di pace vi destava ignota brama. A l'uom così le prime virtù fur conosciute onde beata,

quanto ad uom lice, e riposata e bella fassi la vita. Allora in cor portando il piacer de l'evento, e la divina giocondità del beneficio in fronte,

a l'auree torri de l'Olimpo il volo rialzar le Camene. Ivi le prove de l'alma impresa e le fatiche e il fine dissero al Padre; e pieno, in ascoltarle,

da la bocca di lui scorrea quel dolce canto a l'orecchio dei miglior, la lode. Ma stagion lunga ancor volta non era, che ne le Nove ritornate un caro

de la terra desio nacque; ché ameno oltre ogni loco a rivedersi è quello che un gentil fatto ti rimembri: e questa elesser sede che secreta intomo

religion circonda, e, l'arti antiche esercitando ancor, l'aura divina spirano a pochi in fra i viventi, e danno colpir le menti d'immortal parola.

E te dal nascer tuo benigna in cura ebbe, o Pindaro, Urania. E s'oggi, o figlio, tanto amor non ti valse, ell'è d'un Nume vendetta: incauto, che a le Grazie il culto

negasti, a l'alme del favor ministre Dee, senza cui ne gl'Immortai son usi mover mai danza o moderar convito. Da lor sol vien se cosa in fra i mortali

è di gentile, e sol qua giù quel canto vivrà che lingua dal pensier profondo con la fortuna de le Grazie attinga; queste implora coi voti, ed al perdono

facili or piega. E la rapita lode più non ti dolga. A giovin quercia accanto talor felce orgogliosa il suolo usurpa, e cresce in selva, e il gentil ramo eccede

col breve onor de le digiune frondi: ed ecco il verno la dissipa; e intanto tacitamente il solitario arbusto gran parte abbranca di terreno, e, mille

rami nutrendo nel felice tronco, al grato pellegrin l'ombra prepara. Signor così de gl'inni etemi, un giorno, solo in Olimpia regnerai: compagna

questa lira al tuo canto, a te sovente il tuo destino e l'amor mio rimembri. Tacque, e porse la cetra: indi rivolta, candida luce la ricinse: aperte

le azzurre penne s'agitar sul tergo, mentre nel folto de la selva al guardo del suo Poeta s'involò. La Diva ei riconobbe, e di terror, di lieta

maraviglia compunto, il prezioso dono tenea: ne l'infiammata fronte fremean d'Urania le parole e l'alta promessa e il fato: e la commossa corda,

memore ancor del pollice divino, con lungo mormorar gli rispondea.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
URANIA · Alessandro Manzoni · Poetry Cove