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1785–1873

TRADUZIONE DA ORAZIO

Alessandro Manzoni

Comune vizio de' cantori è questo, che di cantar pregati, in fra gli amici, non vi s'inducon mai; non dimandati, non fan più fine. Quel Tigellio sardo

fu tale. Augusto, che potea forzarlo, se il chiedea per l'amor del padre e il suo, nulla ottenea: se gli venia talento dall'uova ai frutti ripetuto avria

Evoè Bacco, ora sul tono acuto, or sul più basso delle quattro corde. Non mai tenne quest'uomo un egual modo. Or correa per le vie siccome quello

che fugge dal nemico, or come quello che di Giunone i sacri arredi porta. Ora avea dieci servi, ora dugento: talor regi e tetrarchi alte parole

risonava: talor: Non più che un desco a tre piedi e di sal puro una conca ed una toga che m'escluda il freddo, sia pur succida, io vo'. Se dieci cento

mila sesterzj avessi dato a questo frugal di poche voglie, in cinque giorni il borsello era vuoto; infino a l'alba vegliar soleva, e tutto il dì russava.

Nessun fu mai più da se stesso impari. Ma qui dirammi alcuno: E tu? non hai vizio nessuno? Ho i miei, più gravi forse. Mentre un dì Menio cardeggiando stava

l'assente Novio: Ehi, l'interrupe un tale Non conosci te stesso? O a nova gente pensi dar ciance? A me fo grazia, ei disse. Matta iniqua indulgenza e da biasmarsi.

Ne le magagne tue lippo, e con gli occhi impiastricciati, perché mai sì acuto hai ne' difetti de gli amici il guardo, come l'aquila o il serpe d'Epidauro?

indi è che i vizj tuoi spiano anch'essi. È un po' stizzoso, e il naso fino offende di questi amici; rider fa quel tonso capo, e la toga in fogge un po' villane

cascante, e il piè che nel calzar tentenna. Ma è buono a segno che un miglior non trovi: ma amico ei t'è, ma una divina mente sta sotto il vel di quella spoglia irsuta.

Infine a te rivedi il pel, se forse t'abbia innestato alcun vizio Natura, o pur l'abito rio; che ne gli incolti campi la felce sciagurata alligna.

Or vengo a ciò che de l'amante al guardo sfugge il difetto de l'amata, o piace, siccome d'Agna il polipo a Balbino. Così vorrei che in amistà si errasse,

e a tal error nome onorevol dato virtute avesse. Qual del figlio al padre, tal de l'amico il vizio, ov'ei pur n'abbia, non fastidir dobbiam. Strabone il padre

chiama il guercio, e piccin chi il figlio ha nano, come già fu quel Sisifo abortivo. Varo appella quest'altro che a sghimbescio volge le gambe, e quel balbetta Scauro,

che mal s'appoggia sul talon viziato. È un po' gretto costui, frugal si dica: è inetto e alquanto vantator, leggiadro vuol parere a gli amici: oh ma feroce,

libero egli è più del dover, per dritto e per forte si tenga. È un po' focoso, s'ascriva ai forti. Questo modo, estimo, gli amici unisce, e gli conserva uniti.

Ma le stesse virtù noi stravolgiamo, e diamo la vernice a schietto vaso.

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