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1785–1873

SERMONE TERZO

Alessandro Manzoni

Se alcun da furia d'irritato nervo, o da grave Ciprigna, o da loquace tosse dannato a l'odiosa coltre me sanator volesse, il poverello,

cred'io, n'andrebbe a giudicar se vera d'aristippo, o di Plato è la sentenza. venga un altro, e mi dica: Il mal vicino deviò l'acqua dal mio fondo: a lui

vo' mover piato, e mio legal t'eleggo. Fingi che posto il trito Flacco, io tenti con l'inesperta man scotere il dritto fuor de la polve de l'enorme Baldo.

Che fia? Con danno il misero cliente, io con vergogna, fuggirem dal foro molto ridendo l'avversario e Temi. Or d'onde è mai che il medico e il perito

di legge osi far versi? Anzi non sia chi, dotto appena ad allogare un tempo le sparse membra di Maron, che a lui disgiunse ad arte il precettor, non creda

poter quando che voglia esser poeta? Nulla di questo appar più lieve: eppure tal vinse acri nemici, e tenne il morso a genti ardite, che domar non seppe

i numeri ritrosi: ed io conosco di questa plebe indocile i tumulti. Tu, di cui su quel carme io leggo il nome, se onesto interrogar non è conteso,

dimmi, sei tu poeta? — Il ciel mi guardi. — Perché dunque far versi? — A le preghiere e a lo sponsal solenne di un amico quattro versi negar come potea?

E sai che a figlia d'incolpato padre non è minor vergogna al santo giuro senza un Sonetto andar, che se indotata porti a l'amaro conjugal piattello

la man rapace, e l'affamato ventre. — Amico tal non crederei che possa vantar l'antica età: poi che se Oreste, quando le Dire aveangli guasto il senno,

a quel suo fido d'amicizia specchio detto avesse: Fa versi; io non saprei se quel Pilade saggio avria potuto al matto amico compiacer. Ma dimmi:

se per nuovo pensier questo marito sì t'avesse parlato: Io bramo, o caro, che la mia Betta, o Maddalena, o quale ch'ella si sia, come conviensi a sposa,

esca in publico ornata; ond'io ti prego che tu con le tue man, se non ti grava, a lei la vesta nuzial lavori: che detto avresti? — A le lattughe, e ai bagni

io mandato l'avrei, con tanta fune, quanta al più pingue figlio di Francesco cinger potria l'incastigato addome. Che se avessi obbedito, a me tal pena

non converrebbe? Un che sartor non sia se la rapace forbice e le spille osa trattar con le profane dita, stolto nol dici? — E chi non è poeta,

Se mai fa versi, con che nomi il chiami? O cucir drappi è più difficil opra che concluder poemi? A te vergogna sarà, se donna in publico apparisca

abbigliata da te, sì che i fanciulli petulanti del trivio a lei d'intorno scaglin, gridando, i mozzi pomi, e l'altre sante reliquie de la samia cena:

ma onor sarà, quando a l'udir tue rime vanno in fuga le muse, e al casto orecchio de l'indice vocal si fanno scudo? Io non dirò, come vantar da molti

con riso udii, che l'arte del poeta sia necessaria e sacra. A l'arte prima che dal sen de la terra a trarre insegna onde il Mondo si nutra; a quella, ond'hanno

freno i ribaldi e sicurezza i buoni, tanto nome si dia. Ciò solo affermo, che un'arte ell'è, qual ch'ella siasi, un'arte. Or quale è mai scienza, o disciplina

tanto volgar, che da sé stessa informi non sudato cerebro? Eppur non manca chi fogli empia di versi, onde la mente riposar da le pubbliche faccende,

e dai privati affari, e per sollievo canti amori, o battaglie, o lei che meglio suol gorgheggiar da l'alta scena, o quella, che sa dir con le gambe: idolo mio.

Quando su l'orme de l'immenso Flacco con italico piè correr solevi, o de' potenti maledir l'orgoglio, divo Parin, fama è che spesso a l'ugne

e al crin mentito, ed a la calva nuca facessi oltraggio. Indi è che dopo cento e cento lustri il postero fanciullo, con balba cantilena, al pedagogo

reciterà: Ma Labeon al truce pedagogo trattar la verga non farà, né Codro al putto ignavo ruberà la cena.

La ruota, i serpi, e la forata secchia, o Pluto a quel che col dannoso acume primo il tipo scoverse. A lui di quanti versi in onta d'Apollo uscir da quella

sua macchina fatal, rogo si faccia d'eterne fiamme; e per maggior tormento, stretto a leggerli sia. Che asciutto ancora su le carte Febèe non è l'inchiostro,

che al torchio illustrator vanno. Ed omai tante fronde l'Aprile, e tanti sofi l'europa oggi non ha, né tante leggi già in venti lune partorì l'invitto

senno e polmon degl'insubri Licurghi, quanti ogni dì veggo apparir poemi. Quando poi da lo scrigno, e da le miti orecchie de gli amici al banco aperto

de l'avaro librar passano i versi, e a le mani del volgo, a cui non lice dannar Flacco e Maron, laudar Pantilio, e al crin di Mevio decretar corona?

Che dirò dei teatri? O sii tu servo, o duro fabbro, o venda in sui quadrivi castagne al volgo, un quarto di filippo ti fa Visco e Quintilio; entra e decidi.

Mentre Emon si spolmona, e il crudo padre alto minaccia, o la viril sua fiamma ad Antigone svela, o con l'armata destra l'infame reggia, e il Cielo accenna

odi sclamar dai palchi: Oh duri versi! oh duro amante! Dal suo fero labbro un ben mio non s'ascolta. Oh quanto meglio Megacle ed Aristea,

Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima primo signor de l'italo coturno? Te ad imparar come si faccia il verso da gl’itali Aristarchi il popol manda.

Mirabil mostro in su le ausonie scene or giganteggia. Al destro piè si calza l'alto coturno, e l'umil socco al manco; quindi va zoppicando; informe al volto

maschera mal s'adatta, ove sul ghigno grondan lagrime e sangue. Allor che al denso spettatore ei si mostra, alzarsi ascolto di voci e palme un suon, che per le cave

volte romoreggiando, i lati fianchi scote al teatro, e fa ristar per via maravigliato il passaggier notturno. Io, perché de la plebe il grido insano

non mi fieda l'orecchio, in questa cella mi chiudo, e meco i miei pensieri, e libri quanti con l'occhio annoverar tu possa. Che se alcuno è tra lor che ponga in mostra

maldigesta dottrina, o versi inetti nel vimine ibernal presso al camino, O in loco va che nel purgato verso nega pudica rammentar Talia.

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