Poi che sdegnato dai patrizj deschi partissi Como, ed a la sua nemica Temperanza diè loco, a nove mense Bacco recando e la seguace gioja
e i rari augelli, e i preziosi parti de la greggia di Proteo, e i macri servi del biondo Nume, io del bel numer uno a la tua ricca mensa, o generoso
Trimalcione lo seguo, e a l'affollata cena il mio ventre, e la mia lira aggiungo. Ma che dirò che dal tuo divo ingegno merti plauso indulgente? Ed al conviva
faccia dal caro piatto ergere il grifo, e strappi un bravo al qual confuso e rotto contenda il varco l'occupata bocca? Cui di tuo cor l'altezza, e di tua mente
non è conto l'acume? E l'infinito favor di Pluto, e i greggi, e i lati campi, che apprestavano un tempo al cocollato figliuol di Benedetto e di Bernardo
gli squisiti digiuni? lo de' tuoi pregi il men noto finor, forse il più grande farò soggetto al canto. Io di tua stirpe porrò in luce i gran fasti, e torrò il velo
a le origini auguste, a cui non giunse occhio profano mai, siccome un tempo negava il Nil le mistiche sorgenti al curioso adorator d'Osiri.
L'origin dunque, gl'incrementi, e i casi dimmi, immortal Camena, onde l'egregio Trimalcion da l'occupata mente di Giove, e da l'inglorio ozio del Caos
venne all'onor de la beata mensa. A quel che primo a me rammenta Euterpe piacquer l'armi eleusine, e la divina gloria del campo: come un tempo è fama
che profugo dal ciel di Giove il padre col ferro il grembo conjugal fendesse de la gran madre de gli Dei Tellure. Ma il pacifico solco, e le modeste
arti del padre fastidì l'ardente spirto del figlio; e salutato il tetto, ed il natal suo regno, andò cercando novo campo d'onor sott'altro Cielo.
Quei che da Troja fuggitivo, e spinto da l'iniqua Giunon tanti anni corse ver la fuggente Italia, ov'ebbe alfine l'impero, e il tempio, e di Maron la tromba
taccia innanzi a costui, ch'esule, inerme sempre in guerra con Pluto, in terre estrane portò su le pie spalle i Lari algenti. Taccio Creusa, e l'infelice Elissa.
Né a tua gran gente aggiungerò l'immenso stuol dei piccioli Ascanj, ond'egli accrebbe le discorse Città. Te sol rammento, vergin bella e pudica, unico frutto
di stabile imeneo; te che sdegnasti giunger tua destra a mortal destra, e il divo nome sacro de' tuoi cedere al nome di terrestre marito. Ohimé! recisa
dunque è l'augusta pianta! Or dove sono gli sperati nipoti, ed il promesso trimalcione? E tu il comporti, o Giove? Ma che favello io stolto? Ecco, oh stupore!
sotto la zona verginal, che appesa al profano sacello Amor non vide, crescer l'intatto grembo; e viva e vera uscirne al Mondo l'insperata prole.
Di qual semenza, di qual gente assai fu contesa fra il volgo. A me dal volgo tratto in disparte, la fatal cortina rimove Apollo, ove i gran fatti ei cela.
E m'accenna col dito il ferreo Marte, che in remota selvetta il santo rito d'ilia rinnova, e l'atterrita virgo, che per fuggir s'affanna, rispingendo
l'istante nume, e fassi invano usbergo le inviolate bende, e scoter tenta il futuro Quirin, che il destinato alvo ricerca, e il puro seggio occupa;
e Amor, che sorridendo i rami affolta, ed intricando i pronubi virgulti fa siepe intorno, e la facella ammorza, perché maligno non penetri il guardo.
Tanta a gli Dei di sì gran gente è cura! Né il sangue avito, ed il natal divino smentì il marzio fanciullo; anzi l'antico padre emulando dei rettor del Mondo
sparse il fraterno sangue, e quanti e quali entro il solco fatal Romolo accolse volle compagni al fianco. Oh! qual s'avanza d'amore esempio, e di gentili studi
nobilissima coppia? Io vi saluto chiari gemelli, onde la fama è vinta del prisco ovo di Leda: e te cui piacque impor cavalli al cocchio: e te che amasti
nei fori, e ne le vie sacre a Diana scagliar pietre volanti, ed incombente corpo atterrar di poderoso atleta. Che più vi resta? Alti nel ciel locarvi
fra il Cancro ardente, e il rapitor d'Europa, raggio invocato ai pallidi nocchieri, e accoglier miti con sereno volto da le salvate prore inni votivi.
Spesso Saturnio e il popol suo degnaro, velato intorno di mortal sembianza l'inostensibil Dio scender dal Cielo a popolar la terra. Il sa d'Acrisio
la invan triplice torre: il sa la bella Sicula piaggia che mirò presente l'amante Pluto, e vide il puro Cielo contaminato d'infernal tenèbra
ed immonda favilla, e allividite l'erbe, e i fior pesti da l'ugne fuggenti dei corsieri d'Averno, e i chiari fonti arsi al passar de le roventi rote.
Né pochi eroi di sempiterno seme creati, o di divin concepimento vanta l'evo primier; ma poi che mista, e adulterata di mortal semenza
cresce la stirpe, ne la turba immensa dei morituri si confonde; e accusa la comun pasta del Giapezio loto. Non così l'alta stirpe onde cantiamo,
Muse figlie di Giove; anzi dal suolo poggia a le sfere e per sublimi gradi de’ semidei terrestri ascende ai Numi che un Dio ben è colui che segue, al pari
del facondo Cillenio abil Messaggio di nunzj arcani, e con giocoso furto al par destro a celar quanto gli piacque. Quale stupor se a tanto senno, a tanta
virtù mercede infami ceppi e dira croce donar di Pirra i ciechi figli! O degnato abitar l'ingrata terra, perché, divo immortal, perché patisti
sì ratto esserci tolto? Oh! se a la nostra età più saggia eri servato, allora che i primi fasci a noi recò Sofia, te gran lator di leggi, e del comune
dritto tutor sui clamorosi scanni mirato avria lo stupefatto volgo. Or m'aprite Elicona, o Dee sorelle, abitatrici dell'Olimpia rocca,
che alta la cima in fra le nubi asconde, ov'io poeta or salgo. E qual di voi tant'alto il canto mio sciorrà, ch'io vaglia con degno verso celebrar, se tanto
lice a lingua mortal, de l'arbor sacro l'estreme frondi, onde il gran frutto è nato, ch'io qui presente adoro. Ei l'arti vostre seguir degnossi, e il nome suo risplende
ne gli annali di Pindo. Ei sol potea cantar se stesso; io le famose gesta di tenue Musa adombrerò, qual posso. E certo al nascer suo l'acuto ingegno
invase auspice Febo. Ospite muro, né certa patria a lui concesse il fato, ned altro avea del suo fuor che la lira. Tal che il sommo poeta, ohimé vergogna!
fu costretto a varcar le iberne cime, e in man recando la frassinea cetra, ed il Dircèo turcasso, andò gli orecchi a lusingar de gli unguentati Eroi,
e del Mavorzio mercator britanno. Poi che la sorte e l'onorate prove di Guerrino ei cantava, e i detti alteri, gl'incantati palagi, e l'aste infrante,
gli arcion vuotati, e le guerriere vergini dei convivi d'Artus. Né tu, ch'io creda, a contesa verrai, benché ti vanti secondo ad Alighier, primo ad ogn'altro,
Eridanio cantore. I merti e l'opre di quella tacerò che a lui fu sposa, madre a Trimalcion. Che non se cento bocche, e voce di bronzo in petto avessi,
potrei dir tanto che il soggetto adegui. Sol questo io canterò, ch'Ella fu prima di Venere ministra e de' suoi doni larga dispensatrice; e se null'altra
luce di padri, e nobiltà di sangue ell'avesse quaggiù, ciò fora assai per collocarla in fra l'eccelse dame. Or chi m'apre il futuro! Oh qual vegg'io
schiera d'eroi non nati! Ecco togati vindici de le leggi, e d'oro aspersi correttori di popoli. Tremate, barbare madri: ecco i guerrier di Marte.
Oh quanto sangue a voi sovrasta! Oh quanto pianger pei figlj in stranio suol sepolti! Ma dove siamo, o Febo? Io te sì ratto seguia con l'ale del pensier su l'alte
cime di Pindo, che sul desco adorno il fagian si raffredda, ed il valletto toglier l'onor già de la mensa anela; e me a l'usato ufizio, e al lavor dolce
chiama il rinato lamentar del ventre.
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