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1785–1873

SERMONE PRIMO

Alessandro Manzoni

Perché, Pagani, de l'assente Amico non immemore vivi, il Ciel ti serbi sano, e celibe sempre: or breve al tuo di me benigno interrogar rispondo.

Valido è il corpo in prima, e tal che l'opra non chiegga di Galen: men sano alquanto il frammento di Giove; e non è rado che a purgar quei due morbi ira ed amore

o la febbre d'onor mi giovin l'erbe de l'orto Epicureo. Che se mi chiedi a che l'ingegno giovinetto educhi non a cercar come si possa in campo

mandar più vivi a Dite; o con la forza del robusto cerebro ad un volere ridur le mille volontà del volgo, e i feroci domar: ma freno imporre

a gl'indocili versi, e i miei pensieri chiuder con certo piè, questa è la febbre, di cui virtù di farmaco, o di voto non ho speranza che sanar mi possa.

Pensier null'altro io m'ebbi in fin dal tempo che a me tremante il precettor severo segnava l'arte, onde in parole molte poco senso si chiuda; ed io vestita

la gonna di Volunnia, al figlio irato persuadea coi gonfi sillogismi ch' umil tornasse disarmato in Roma, allor sol degno del materno amplesso.

Me da la palla spesso, e da le noci chiamava Euterpe al pollice percosso undici volte; né giammai di verga mi rosseggiò la man, perché di Flacco

recitar non sapessi i vaghi scherzi, o le gare di Mopso, o quel dolente: «Voi che ascoltate in rime sparse il suono». Ed or di pel già sparso il mento, e quasi

fra i Coscritti censito in quella mente vivo, e quant'ozio il fato, e i tempi iniqui a me concederanno, ho stabilito consecrarlo a le Muse. Or come il mio

furor difenda, o dolce amico, ascolta. Il savio è re libero bello e Giove, Zenon barbato insegna. Or perché pari temeaci a lui quel buon figliuol di Rea

temprò di molta insania il foco dio, onde il Deucalionèo selce s'informa. Quindi brama talun che dal suo muro pendan avi dipinti; altri che a lui

ridan da l'arca impenetrabil molti Cesari fulvi; altri a l'avita Pale nato in capanna umil vorria la veste sporcar d'oro pretorio. Odi quest'altro:

Oh! s'io posso il palazzo alzar sul fumo de l'umile vicino, e nel mio tetto entrar da quattro porte! E quei che tenta eccelsi fatti, onde il lontan nipote

di lui favelli, e seminar s'affanna ciò che raccolga ne la tomba; e sano direm colui, che di precetti spera far sano il mondo? A me, più mite forse,

Giove impose il far versi. A che la mente di sì bella follia purgar mi curo, onde ad altra nocente e men soave dare il voto cerebro e il docil petto?

Or ti dirò perché piuttosto io scelga notar la plebe con sermon pedestre, che far soggetto ai numeri sonanti detti e gesta d'Eroi. Fatti e costumi

altri da quel ch'io veggio a me ritrosa nega esprimer Talia. Che se propongo dir Penelope fida, e il letto intatto de l'aspettato Ulisse, ecco alla mente

Lidia m'occorre, che di frutti estrani feconda l'orto del marito, cui non Ilio pertinace, o il vento avverso ma il prego mattutino, o l'affrettata

visita dell'amica, o il diligente Mercurio tiene ad ingrassare il censo de l'erede non suo. Se i fatti egregi tento di Cincinnato, e il glorioso

ferro alternato a la callosa mano: o i legati di Pirro innanzi al duro mangiator del magnanimo legume, o i miti fasci... al fervido pensiero

mi si attraversa Ubaldo, il qual pur jeri pitocco, oggi pretor, poco si stima minor di Giove, e spaventar mi crede con la novella maestà del guardo.

Che se dirai che di famose gesta non men che al tempo di quei sommi antiqui abbonda il Secol nostro; io ti rispondo: che non ho voce onde a cantare io vaglia

le battaglie, e le paci, e i rinnovati fra noi Greci, e Quiriti, e quella cieca famosa falce, che trovò l'acuto Gallico ingegno, onde accorciar con arte

la troppo lunga in pria strada di Lete.

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