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1785–1873

SCENA II.

Alessandro Manzoni

Che fai, bell'idol mio? Il solito, o mia stella: in questa parte e in quella vado portando il piè.

E tu che fai, mio bene? se la domanda è onesta. Da quella parte a questa ho già portato il piè.

Vedi, mio bel guerriero, quant'io feci per te! Ti addussi in questo solitario ritiro, ove raccolsi quanto di bel sa far natura ed arte,

se avvien che la natura co' suoi d'imitazion tratti più arditi «l'imitatrice sua scherzando imiti». E perché nulla al sommo piacer manchi

il popolai di bella e scelta compagnia, orsi tigri leoni, aquile e serpi: e, quel ch'è più di tutti, un papagallo

che nel periodar non fe' mai fallo. Ma pur qualche vivente che parlasse per uso e non per caso, non farebbe difetto.

Quando l'esser soletto con l'adorata donna spiacque ad amante mai? Quando s'annoja.

Deh! non dir tal parola, o cara gioja. Se il dissi, ad arte e non a caso il fei: se non dicessi il resto io creperei. Ohimè! che vuol dir questo?

Vuol dir panico pesto. È tempo alfine ch'io parli, e tu m'ascolti, e se finora fui di poche parole... basta: so quel che dico,

la colpa non fu mia, ma d'un amico. È questo il modo insomma, di trattare un guerriero innamorato? lasciarlo sempre solo

a parlar colle belve e colle piante, «se non quando è con te romito amante»? cangiarlo in cacciator senza fucile? cangiarlo in giardinier senza badile?

So che un certo Ruggiero, che fu antenato mio, trovossi un giorno in questo contingente in ch'io mi trovo; vedete che il trovato non è nuovo.

Ma quei si stava in festa, a caccie, a giostre, a danze ed a conviti in mezzo d'una bella compagnia. Ed io solo così convien che stia!

Che invenzioni son queste? Non si tratta così con Casa d'Este. E vorresti, o degenere superbo, metterti con Ruggiero?...

Non sei degno di fargli il cameriero. Quello era un uom famoso in tutto il mondo, amato dalle donne, riverito dai guerrieri nell'arme più lodati.

E tu degno non sei di comandare a quattro venturieri; se Goffredo, quel re de' galantuomini, sa conoscere il merito degli uomini.

Ma finiamola; io voglio pettinarmi, e far cento altre cose... Saranno al tuo fedel sempre nascose? Solo al Tasso io le rivelo,

al mio fido consigliere: quello è un uom che sa tacere e a nessuno le dirà. Basta basta... mi rimetto,

di saperle non m'affretto. Se voi fate qualche cosa, qualche cosa si vedrà. Ma quest'estranio arnese?

Certo per nulla al fianco mio s'appese. Questo cristallo netto, che nell'argento vivo ripete l'oro fin della tua chioma,

guardar non lo dovresti; ma guardarti ne' specchi almi celesti. No, mio fedel, favellami sul sodo. Oh! quanto di parlare un poco io godo!

Se fosse proprio vero quel complimento che tu m'hai suonato, il venditor di specchi è rovinato. Scusa se in geroglifico io favello,

amabile fanciulla, per dire il vero, anch'io ne intendo nulla. Dunque facciamo fine. Ahimè! che nuova è questa?

Caro mio ben t'arresta... Non posso in verità. M'ucciderò, crudele, se tu mi volgi il tergo.

Torno all'usato albergo. (vuol seguirla, ma ARMIDA, accennandogli di star fermo) Più innanzi non si va.

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