Qual su le Cinzie cime alta sovrasta a le minori Oreadi col guardo, e col sublime d'auree frecce sonante omero Delia;
e appar, movendo per la sacra riva veracemente Diva; tal prima a gli occhi miei non ancor dotti d'amorose lagrime
appariva costei vincendo di splendor l'emole vergini per mover d'occhi dolcemente grave e per voce soave.
Da gl'innocenti sguardi che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano, escono accesi dardi, non certi men, né di più leve incendio,
se dal fronte scendendo il crine avaro lor fa lene riparo. Non altrimenti in Cielo febo sorgendo, di dorata nuvola
a' suoi splendor fa velo, che vincitor superbi indi sfavillano; e la terra soggetta, in suo viaggio, tinge di dubbio raggio.
Oh qual tutta di nove fatali grazie ride allor che l'invido crin col dito rimove! e doppio appresta di beltà spettacolo
sul fronte schietto trascorrendo lieve con la destra di neve. Né tacerò te bella bocca gentil fonte di riso ingenuo,
e di cara favella; e in cui prepara, ahi per chi dunque! Venere i casti baci, e le punture ardite e le dolci ferite.
Me con queste possenti arme assaliva il fanciulletto Idalio mentr’io per le fiorenti Ascree piagge scorrea lungo l'aonie
secrete acque, onde a me l'adito schiuse il favor delle muse. Ahi! né valido usbergo gli aspri precetti di Zenon mi furono;
né dar fuggendo il tergo al Dio mi valse, che trionfo nobile me in suo regno ponea, fatto possente del core e de la mente.
Né vuol ch'io canti rossa di sangue Italia, onde ancor pochi godano; né di plebe commossa le feroci vendette, ed i terribili
brevi furori, e i rovesciati scanni dei tremanti tiranni. Ma a dir m'insegna come trasse dai gorghi del paterno Oceano
le ruggiadose chiome, sul mar girando i rai lucenti Venere, a la mirante di Nereo famiglia invidia e maraviglia.
E il Zefiro lascivo che ne le zone de l'incaute vergini scherzar gode furtivo, onde i pastor malignamente ridono;
e a lor la guancia bella e vergognosa tinge virginea rosa.
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