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1785–1873

IL PROCLAMA DI RIMINI FRAMMENTO DI CANZONE. APRILE 1815

Alessandro Manzoni

O delle imprese alla più degna accinto, signor che la parola hai proferita, che tante etadi indarno Italia attese; ah! quando un braccio le teneano avvinto

genti che non vorrian toccarla unita, e da lor scissa la pascean d'offese; e l'ingorde udivam lunghe contese dei re tutti anelanti a farle oltraggio;

in te sol uno un raggio di nostra speme ancor vivea, pensando ch'era in Italia un suol senza servaggio, ch'ivi slegato ancor vegliava un brando.

Sonava intanto d'ogni parte un grido, Libertà delle genti e gloria e pace! ed aperto d'Europa era il convito; e questa donna di cotanto lido,

questa antica gentil donna pugnace degna non la tenean dell'alto invito: essa in disparte, e posto al labbro il dito, dovea il fato aspettar dal suo nemico,

come siede il mendico alla porta del ricco in sulla via; alcun non passa che lo chiami amico, e non gli far dispetto è cortesia.

Forse infecondo di tal madre or langue il glorioso fianco? o forse ch'ella del latte antico oggi le vene ha scarse? o figli or nutre, a cui per essa il sangue

donar sia grave? o tali a cui più bella pugna sembri tra loro ingiuria farse? Stolta bestemmia! eran le forze sparse, e non le voglie; e quasi in ogni petto

vivea questo concetto: Liberi non sarem se non siam uni; ai men forti di noi gregge dispetto, fin che non sorga un uom che ci raduni.

Egli è sorto, per Dio! Sì, per Colui che un dì trascelse il giovinetto ebreo che del fratello il percussor percosse; e fattol duce e salvator de' sui,

degli avari ladron sul capo reo l'ardua furia soffiò dell'onde rosse; per quel Dio che talora a stranie posse, certo in pena, il valor d'un popol trade;

ma che l'inique spade frange una volta, e gli oppressor confonde; e all'uom che pugna per le sue contrade l'ira e la gioia de' perigli infonde.

Con Lui, signor, dell'itala fortuna le sparse verghe raccorrai da terra, e un fascio ne farai nella tua mano.

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