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1785–1873

CANTO QUARTO

Alessandro Manzoni

Tacque ciò detto e su l'enfiate labbia gorgogliava un suon muto di vendetta, un fremer sordo d'intestina rabbia. E le affollate intorno ombre, Vendetta

gridar, vendetta, e la commossa riva inorridita replicò Vendetta. I torbid'occhi il crino a lui copriva; fascio parea di vepri o di gramigna;

onde un'atra erompea luce furtiva; come veggiamo il sol, se una sanguigna nugola il raggio ne rinfrange, obbliqua vibrar l'incerta luce e ferrugigna.

Ahi di Tiranni ria semenza iniqua, de gli uomini nimica e di natura, or hai pur spenta l'empia sete antiqua! Gonfia di sangue la corrente e impura

portò l'umil Sebeto, e de la cruda novella Tebe flagellò le mura. Tigre inumana di pietate ignuda, tu sopravvivi a' tuoi delitti? un Bruto

dov'è? chi 'l ferro a trucidarti snuda? Questi sensi io volgea per entro al muto pensier, che tutto in quell'orror s'affisse, allor che venne al mio veder veduto

d'insubria il Genio, che le luci fisse in me tenendo, armoniosa e scorta voce disciolse, e scintillando disse: Mortal, quello che udrai là giuso porta.

deh! gli alti detti a la mal ferma e stanca mente richiama, o Musa, e mi sia scorta. Tu la cadente poesia rinfranca, tu la rivesti d'armonia beata,

e tu sostieni la virtù, che manca; tu l'ali al pensier presta, o Diva nata Di Mnemosine, e fa che del mio plettro Esca la voce ai colti orecchi grata,

e spargi i detti miei d'eterno elettro. Già, proseguia, del real potere sei sciolta Insubria, e infranto hai l'empio scettro. Che gli ubertosi colli e le riviere,

ove Natura a sé medesma piace, no che non son per le Tedesche fiere. Pace altra volta tu le desti, pace, o Tiranno, giurasti, e udir le genti

il real giuro, e lo credean verace. Ma di Tiranno fede i sacramenti frange e calpesta, e la legge de' troni son gl'inganni i spergiuri i tradimenti.

Venne in fin dai settemplici trioni, da te chiamato, e da le fredde rupi un torrente di bruti e di ladroni. Come in aperto ovile iberni lupi,

tal su l'Insubria si gittar quegli empi, di sangue ghiotti, di rapine e strupi. Fino i sacri vestibuli di scempi macchiaro, e d'adulteri. Oh quali etati

fur mai feconde di siffatti esempi? Ma non fur quegli insulti invendicati, né il vizio trionfò: l'infame tresca franse il ferro e 'l valor: gli addormentati

spirti destarsi alfine, e la Tedesca rabbia fu doma, e le fiaccò le corna la virtù Cisalpina e la Francesca. Torna, arrogante a questi lidi, torna;

qui roco ancor di morte il telo romba, qui la tua morte appiattata soggiorna. Qui il cavo suol de' sepolcri rimbomba de la tua pube, che ancor par che gema;

vieni in Italia, e troverai la tomba. Altra volta scendesti avido, e scema ti fu l'audacia temeraria e sciocca: rammenta i campi di Marengo, e trema.

Che la fatal misura ancor trabocca; non aspettar de la vendetta il die, il dì che impaziente è su la cocca. Pace avesti pur anco, e questa fie

la novissima volta; in l'alemanno confin le tigri tue frena e le arpie. Ma tu misera Insubria, d'un Tiranno scotesti il giogo, ma t'opprimon mille.

Ahi che d'uno passasti in altro affanno! Gentili masnadieri in le tue ville succedettero ai fieri, e a genti estrane son le tue voglie e le tue forze ancille.

Langue il popol per fame, e grida: Pane; e in gozzoviglia stansi e in esultanza le Frini e i Duci, turba, che di vane larve di fasto gonfia e di burbanza,

spregia il volgo, onde nacque, e a cui comanda, a piena bocca sclamando: Eguaglianza. Il volgo, che i delitti e la nefanda vita vedendo, le prime catene

sospira, e 'l suo Tiranno al ciel domanda. De l'inope e del ricco entro le vene succian l'adipe e 'l sangue, onde Parigi tanto s'ingrassa, e le midolle ha piene.

E i tuoi figli? i tuoi figli abbietti e ligi strisciangli intorno in atto umile e chino. E tal di risse amante e di litigi d'invido morso addenta il suo vicino,

contra il nemico timido e vigliacco, ma coraggioso incontro al cittadino. Tal ne' vizj s'avvolge, come ciacco nel lordo loto fa; soldato esperto

ne' conflitti di Venere e di Bacco. E tal di mirto al vergognoso serto il lauro sanguinoso aggiunger vuole, ricco d'audacia, e povero di merto.

Tal pasce il volgo di sonanti fole. Vile! e di patrio amor par tutto accenso, e liberal non è che di parole. E questi studio d'allargare il censo

avito rode, e quel tal altro brama di farsi ricco di tesoro immenso. Senti costui, che, Morte morte esclama, e le vie scorre, furibonda Erinni,

di sangue ingordo, e dove può si sfama. Vedi quei, che sua gloria nei concinni capei ripone. Oh generosi Spirti, degni del giogo estranio e de' cachinni!

Odimi Insubria. I dormigliosi spirti risveglia alfine, e da l'olente chioma getta sdegnosa gli Acidalj mirti. Ve' come t'hanno sottomessa e doma,

prima il Tedesco e Roman giogo, e poi la Tirannia, che Libertà si noma. Mira le membra illividite, e i tuoi antichi lacci, l'armi l'armi appresta,

sorgi, ed emula in campo i Franchi Eroi. E a l'elmo antico la dimessa cresta rimetti, e accendi i neghittosi cori e stringi l'asta ai regnator funesta

Come destrier, che fra l'erbette e i fiori, placido, in diuturno ozio recuba, sol meditando vergognosi amori, scote nitrendo la nitente giuba,

se il torpido a ferirgli orecchio giugne cupo clangor di bellicosa tuba, e stimol fiero di gloria lo pugne, drizza il capo, e l'orecchio al suono inchina.

e l'indegno terren scalpe con l'ugne. Contra i Tiranni sol la cittadina rabbia rivolgi, e tienti in mente fiso, che fosti serva, ed or sarai reina.

Disse e tacque, raggiandomi d'un riso, che del mio spirto superò la forza, così, ch'io ne restai vinto e conquiso. Mi scossi, e la rapita anima a forza,

come chi tenta fuggire, e non puote, cacciata fu ne la mortale scorza. Io restai come quel che si riscote da mirabile sogno, che pon mente

se dorme o veglia, e tien le ciglia immote. O Pieride Dea, che 'l foco ardente ispirasti al mio petto, e i sempiterni vanni ponesti a la gagliarda mente,

tu, Dea, gl'ingegni e i cor reggi e governi, e i nomi incidi nel Pierio legno, che non soggiace al variar de' verni. Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno,

tu co' suoi divi carmi il vizio fiedi, e volgi l'alme a glorioso segno. Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi

la vil ciurmaglia, che ti striscia ai piedi. Tu il gran Cantor di Beatrice aggiungi, e l'avanzi talor; d'invidia piene ti rimiran le felle alme da lungi,

che non bagnar le labbia in Ippocrene, ma le tuffar ne le Stinfalie fogne, onde tal puzzo da' lor carmi viene. Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne

de l'arte sacra! Augei palustri e bassi; cigni non già, ma corvi da carogne. Ma tu l'invida turba addietro lassi, le robuste penne ergendo, come

aquila altera, li compiangi, e passi. Invano atro velen sovra il tuo nome sparge l'invidia al proprio danno industre da le inquiete sibilanti chiome.

Ed io puranco, ed io vate trilustre, io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume a me fo scorta ne l'arringo illustre. E te veggendo su l'erto cacume

ascender di Parnaso alma spedita, già sento al volo mio crescer le piume. Forse, oh che spero! io la seconda vita vivrò, se a le mie forze inferme e frali

le nove Suore porgeranno aita. Ma dove mi trasporti, estro? mortali son le mie penne, e periglioso il volo, alta e sublime è la caduta, l'ali

però raccogli, e riposiamoci al suolo.

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