Amore a Delia. A te non noto ancora, se non di nome io vengo, io quel di Cipri fra gli Uomini, e gli Dei fanciul famoso; dubbio innoltrando il piè, che già due lustri
da queste stanze ad altre sedi io trassi, quando la Madre tua savia divenne, e cessò d'esser bella. Or riconosco de' miei trionfi i monumenti; or veggio
il fido letto, ch'io nel dì lucente, la notte il Sonno Conjugal calcava, e or sola, dopo il sibilar di molte preci, e molto sbadiglio, in sulla sera
l'accoglie. Imen vuol, che dapprima i suoi seguaci il sonno abbian comune, e il cibo indi fuor che la mensa a parte il tutto. Qui gli sdegni, le tregue, indi le paci,
indi novelli sdegni, e nove paci lungo tempo alternati ad arte usai. In questa sedia or per età vetusta cader lasciossi da gelosa rabbia
oppressa a un tratto, i languidi chiudendo occhi, scomposta il crin, madido il fronte di sudor fredda; il natural rossore abbandonolle il volto, e sol restovvi
l'imposta rosa; l'innocente lino provò la ingiuria de l'acuto dente. Qui l'immaturo Giovane inesperto modesta accolse in pria, che dopo lungo
conversar con Minerva, e con le Muse a te pur venne alfin pieno la mente di sermon Lazio, e di raccolti dommi. Qui si sdegnò dell'ardir suo, qui ruppe
un nascente sorriso, qui compose a matronal severitade il guardo; e con la dotta man compose il velo in modo tal che ne apparisse il seno.
Placossi alfin; più debolmente alfine l'audace man respinse; l'ostinata garrula voce infievolissi, e tacque; e con un guardo di sdegno, e d'amore
parea dicesse: A te do in sacrificio mia virtù novilustre; e stanca ormai di sonanti virili ispidi nei anco sentì sollecitarsi il volto
da la molle lanugine cedente, che ancor la mano del tonsor non seppe. Ma quali veggio a le pareti appese nove immagini, tetri simulacri
d'occhi incavati, e di compunti visi? Oh strano cangiamento! or finta in tela la penitente grotta di Marsiglia sostiene il chiodo, onde pendea dipinto
il Latmio bosco, e la Vulcania rete. Addio pertanto, o meste stanze! a voi ritornerò quando novella Nuora venga a mutar le imagini, e gli arredi;
e dato esiglio a le canute chierche, i bei tumulti, e i giochi, e me richiami e la letizia, di giocondi Amici popolando la casa del Marito.
Già i Parenti, e i congiunti, e i fidi Amici van disegnando ne lo stuol crescente di tè degno, e di lor Genero, cui nuova cura di pubbliche faccende
e veste di Pretorio oro insignita faccia illustre, o i non ben dimenticati con l'arse pergamene, e con le rase da l'alte porte, e dai lucenti cocchi
mistiche insegne, titoli vetusti. Ben nel mio Regno inviolata io serbo egualitade; io spesso anche al sublime talamo esalto del Signor beato
il rude Servo, a lui per indomata fedeltade, e destrezza, e pronto ingegno, e a la sposa di lui per giovanili membra caro, e per inguine possente.
Anco avran cura, a cui rivestan molti le Briantee colline arsi racemi onor d'Insubri mense; e molti buoi rompan le pingui Lodigiane glebe;
e chiomate cavalle, e quel che il latte dona armento minor, pascan gli acquosi immensi prati, onde lo sguardo è vinto. Perché tai cure oggi al giurato altare
conducano i Garzoni, e le volenti donzelle, ascolta. Acerba lite un giorno ebbi con Pluto; ei per vendetta Imene d'una catena d'or tutto ricinse,
e lo trasse con seco, e sel fe' schiavo. Me il favor de l'eteme ali aveva tolto a sue ricerche. Egli al Sacrato patto solo presieder volle. Io con la stessa
catena ambo gli avvinsi, e Donno, e servo sottoposi a mia legge. Indi ei sovente a viso aperto, e con mentite forme in mio favor combatte. Ei nelle ricche
officine s'innoltra, e di lucente crisolito, o di limpido adamante in aureo anello, o di gemmata cifra, quasi Proteo novel prende l'aspetto.
Come talor quel che non fecer preghi, e sospiri, e bellezza, egli m'ottenne! E spesso ne tuguri anco il condussi col villeggiante Cittadin, che sazio
di profumate mogli, ebbe disio di Venere silvestre, ivi la dura per più Lune ad un sol serbata fede ruppe il fulgor del magico metallo.
Così dopo gran pugna il buono Atlante a lo scudo fatal toglieva il velo, ricorso estremo ne le dubbie cose; e abbagliati i cavalli, e i cavallieri
facendo a gli occhi de la destra schermo lasciate l'arme al suol, cadean prostesi, abbandonando l'ostinato arcione. Già intomo a te molta oziosa turba
di Giovani s'aggira, e parte, e toma, come a rosa sbucciante in sul mattino ronzanti pecchie. Altri agli esperti inchini e a le accorte parole assai più grato
ti fia degli altri tutti; a cui matura gioventute le gote orna di folta gemina striscia, che il cammin del mento segna all'orecchio. Ah fuggi incauta il troppo
dolce periglio. Egli ne miei misteri già troppo è dotto, ei sa l'ore diverse, che al Castaldo, ed al Tempio, ed a Licori sacre ha più d'un Marito; ei le secrete
non da profano piè trite conosce anguste scale, onde ai beati vassi aditi delle mogli mattutine. Ivi è Signor, fin che di nuovo giunto
seguace di Gradivo indi nol cacci, che dall'Alpi a bear venne la ricca di messi Insubria, e d'Uomini sinceri; senza cura, o timor, che il mal mentito
guascone inviso accento, onde cotanto il fine orecchio Parigin s'offende, i titoli smentisca, e l'ampie case che in Lutezia ei possiede, e le cagioni
ond'ei di Marte le abbonite insegne prima seguì, per evitar la cieca famosa falce, che trovò l'acuto Gallico ingegno, onde accorciar con arte
la troppo lunga in pria strada di Lete. E la curva strisciante in su le selci stridula scimitarra in rilucente breve spadina, ed il calzar ferrato
in nitida calzetta, che il colore agguaglia delle perle, onde Amfitrite il sen s'adoma, e la stillante treccia; cangiò, come a me piacque, e a l'alma Pace.
Quei de' mutati sguardi, e del rivolto viso intende il linguaggio, e si ritira quasi Marito, ma nel cor fremendo. E cangiato sentier, giù per le late
scale vien saltellando, e per le vie cercando va col curioso sguardo, qual fra le Case abbandonata Moglie rinchiuda; ed anco da maligno Genio
spinto, alle incaute vergini s'appiglia a lor tentando il cor, non senza qualche sguardo alla Madre, e alla fedele ancella.
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