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1785–1873

ADDA

Alessandro Manzoni

Diva di fonte umil, non d'altro ricca che di pura onda e di minuto gregge, te, come piacque al ciel, nato a le grandi de l'Eridano sponde, a questi ameni

cheti recessi e a tacit'ombre invito. Non feroci portenti o scogli immani né pompa io vanto d'infinito flutto o di abitati pin; né imperioso

innalzo il corno, a le città soggette signoreggiando le torrite fronti; ma verdi colli e biancheggianti ville, e lieti colti in mio cammin saluto,

e tenaci boscaglie a cui commisi contro i villani d'Aquilone insulti servar la pace del mio picciol regno e con Febo alternar l'ombre salubri.

Né al piangente colono è mio diletto rapir l'ostello e i lavorati campi, ad arricchir l'opposta avida sponda, novo censo al vicin; né udir le preci

inesaudite e gl'imprecanti voti de le madri che seguono da lunge con l'umid'occhio e con le strida il caro pan destinato a la fame de' figli,

e la sacra dimora, e il dolce letto. Sol talor godo con l'innocua mano piegar l'erbe cedenti, e da le rive sveller fioretti, per ornarmi il seno

e le treccie stillanti. Né gelosa tolgo a gli occhi profani il mio soggiorno, ma dai tersi cristalli altrui rivelo la monda arena; anzi sovente scesi

dai monti Orobbj i satiri securi tempran nel fresco mio la siria fiamma, col piè caprigno intorbidando l'onda. Forse al par d'Aretusa e d'Acheloo

natal divin non vanta, e sede arcana, sacra ai congressi de le aonie suore? Pur soave ed umil vassi Aganippe su la libetride erba mormorando.

Ben so che d'altro vanto aver corona pretende il re de' fiumi, e presso al Mincio del primo onor geloso ancor s'ascolta fremer l'onda sdegnosa arme ed amori;

e so ch'egli n'andò poi de la molle guarinia corda, or de la tua superbo; ma non vedi con l'irta alga natia splendermi il lauro in su la fronte? Salve

vocal colle eupilino: a te mai sempre sul pian felice e sul sacrato clivo rida Bacco vermiglio e Cerer bionda; salve onor di mia riva: a te sovente

scendean Febo e le Muse eliconiadi, scordato il rezzo de l'ascrea fontana. Quivi sovente il buon Cantor vid'io venir trattando con la man secura

il plettro di Venosa e il suo flagello; o traendo l'inerte fianco a stento, invocar la Salute, e la ritrosa Erato bella che di lui temea

l'irato ciglio e il satiresco ghigno; seguialo alfine, e su le tempia antiche fea di sua mano rinverdire il mirto. Qui spesso udillo rammentar piangendo,

come si fa di cosa amata e tolta, «Il dolce tempo de la prima etade»; o de' potenti maladir l'orgoglio, come il genio natio movealo al canto,

e l'indomata gioventù de l'alma. Or tace il plettro arguto, e ne' miei boschi è silenzio ed orror; te dunque invito, canoro spirto, a risvegliarmi intorno

novo romor cirreo. A te concesse Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi e le immagini e l'estro e il furor sacro e l'estasi soave e l'auree voci

già di sua man rinchiuse. A te venturo fiorisce il dorso brianteo; le poma mostra Vertunno, e con la man ti chiama. Ed io, più ch'altri di tuo canto vaga,

già m'apparecchio a salutar da lunge l'alto Eridano tuo, che al novo suono trarrà maravigliando il capo algoso, e fra gl'invidi plausi de le Ninfe

bella d'un inno tuo, corrergli in seno.

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