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1785–1873

A PARTENEIDE

Alessandro Manzoni

E tu credesti che la vista sola di tua casta bellezza innamorarmi potente non saria, che anco del suono di tua dolce parola il cor mi tenti,

vergine Dea? Col tuo secondo Duca te vidi io prima, e de le sacre danze o dimentica o schiva; e pur sì franco, sì numeroso il portamento, e tanto

di rosea luce ti fioriva il volto, che Diva io ti conobbi, e t'adorai. Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieta d'amor primiero ti porgea la destra,

di sì fidata compagnia, che primo giurato avrei che per trovarti ei l'erta superasse de l'Alpe, ei le tempeste affrontasse del Tuna, e tremebondo

da la mobil Vertigo, e da l'ardente Confusion battuto in sul petroso orlo giacesse. Entro il mio cor fean lite quegli Avversarj che van sempre insieme

Riverenza ed Amor ma pur sì pio aprivi il riso, e non so che di noto mi splendea ne' tuoi guardi, che Amor vinse, e m'appressai securo. E quel cortese,

di cui cara l'immago ed onorata sarammi infin che la purpurea vita m'irrigherà le vene, a me rivolto, con gentil piglio la tua man levando,

fea d'offrirmela cenno. Ond'io più baldo la man ti stesi; ma tremò la mano e il cor: che tutto in su la fronte allora vidi il dio sfolgorarti, e" tosto in mente

chi sei mi corse, ed in che pura ed alta aria nutrita, ed a che scorte avvezza. Mesto allor la tua vista abbandonai; ma l'inquieto immaginar, che sempre

benché d'alto caduto in alto aspira, sovra l'aspro sentiero a vol si mosse del tuo viaggio, e a te fidato al sommo stette de l'Alpe, e si librò securo

sovra i vestigi e i desiderj umani. Poi riverito il tuo celeste nido, «di pensiero in pensier, di monte in monte», seguitando il desio, ver la mia sacra

terra drizzai le penne, ed i cognati Reti Giganti valicando, alfine vidi l'Orobia valle. Ivi un portento al mio guardar s'offerse; una indistinta

aeria forma; or si movea qual pura nuvoletta d'argento, ed or di neve fiocco parea che un bel cespuglio vesta. Ma pur l'immagin bella e fuggitiva

tanto con l'occhio seguitai, che vera alfin m'apparve, a te simile alquanto vergin né tocca né veduta ancora, e d'ìmmortal concepimento anch'olla.

Non tenea scettro, non cingea corona, se non di fiori; e sol di questi vaga, fra i color mille, onde splendea distinta la verdissima piaggia, or la viola,

or la rosa sceglieva, or l'amaranto, tal che Matelda rimembrar mi feo, qual la vide il divin nostro Poeta ne l'alta selva da lui sol calcata.

Ed ecco alfin del mio venire accorta volger le luci al pellegrin parea piene di maraviglia, e la rosata faccia levando, mi parea guardarlo,

e sorridere a lui come si suole ad aspettato. E quando io de la diva bellezza innebriato, e del gentile atto, con l'ali de la mente a lei

appressarmi tentai, se udir potessi come in cielo si parla, affaticate caddero l'ali de la mente, e al guardo tacque la bella vision. Ma sempre

da quel momento la memoria al core di lei ragiona. E quando in sul mattino leve lo spirto dal sopor si scioglie, (allor per l'aria de' pensier celesti

libero ei vola, e da le basse voglie de la vita mortal quasi il divide un deserto d'obblio), sempre in quell'ora, più che mai bella quell'eterea virgo

mi vien dinnanzi. Or d'oro e d'onor vani nessun mi parli: un solo amor mi regge, solo una cura; de gli Orobj dorsi rivisitar l'asprezza, e questa Diva,

deh! mel consenta! accompagnar primiero per le Italiche ville pellegrina. Che se l'evento il mio sperar pareggia, se né la vita, né l'ardir mi falla,

forse più ardito condottier già fatto ti piglierò per mano, e come valgo, maraviglia gentile a la mia sacra Italia io mostrerotti, a quella augusta

d'uomini Madre e d'intelletti, augusta di memorie nutrice e di speranze.

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