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1445–1503

76

Alessandro Braccesi

Qualunque nel suo male è negligente e vede il suo pericolo e nol cura, la sua salute non è permanente. Chi s'abbandona, breve spatio dura;

nave dal vento combattuta e spinta, se 'l bon nochier col temon non la cura, rompe in iscoglio lacerata e vinta. Nulla fatica è vincer chi si tiene

contra 'l nimico l'arme al fianco cinta. Le storie antique e moderne son piene di varii exempli che chi giugne al sonno el suo adversario, vincitor diviene.

Vincon li molti quei che poco ponno, dove non son né forze né difese; servo diventa chi prima era domno. Chiama da presso e da lontan paese

el fure quel che 'l tesor tiene aperto; ma chi ben guarda, fugge le contese. Popolo excelso, io so ben ch'io non merto di te parlar, sendo illustre e prestante

e di stil degno più grave e diserto; ma forza sento e fo come l'amante che teme, e la paura è ragionevole, in te veggendo nate angustie tante.

Tu se' di forte facto cagionevole, di lieto mesto e d'animoso vile, tarpo di bello e di gagliardo fievole. Ov'è l'ingegno tuo, l'ardir virile,

ov'è il consiglio, dov'è la prodeza, ov'è 'l florido tuo e bello ovile? Ov'è la generosa tua fiereza, che d'Italia solevi essere il perno?

ov'è la tua mirabile pronteza? Veggio ciascun far di te beffe e scherno, veggio in te persa la reputatione, ond'io dolor ne sento al core eterno.

Veggio 'l tuo stato in gran confusïone, et ogni cosa in disordine resta, e spenta infra tuo' civi è l'unïone. Veggio 'l nimico tuo alla foresta

potente e formidabil, che minaccia far la tua gente dolorosa e mesta. Veggio tale orme et una certa traccia di chi imbrigliar forse e' leon disegna

e già teso ha le rete e' cani in caccia, ch'io temo forte ch'a·tte non advegna come alla lepre ch'è nel covil giunta, il che l'experïentia spesso insegna.

Non è tuo possa ancor sì scema o munta che, se volessi far quel che tu puoi, tuo spada non avessi taglio e puncta. Chi non provede ne' principi, poi

tardi s'acorge e 'ndarno dell'errore. Perché stanno a dormire e' civi tuoi? Vedi il nimico tuo ch'alloggia fore, e tu, senz'arme e senza assegnamento

non temi el danno tuo e 'l dishonore. Come esser può che non pigli spavento de' pericoli e guai che soprastanno a tua salute, e non prenda sgomento?

Perché non pensi al tuo propinquo danno, né cerchi al mal che vien rimedio porre, quale è presente già, s'io non mi inganno? Con l'acqua invan colui al foco corre,

quando la fiamma il suo corso ha finito: quel ch'è già facto più non si può tòrre. Ch'aspecti, populo? esser assalito, per far con mille allor quel che hor puoi fare

al sicuro con dieci, e più expedito? Se speri in Dio, non lo voler tentare; ma chi non opra bene, invano spera: se vuoi salvarti, non ti abbandonare.

Via non abbiam ne' perigli più vera che ricorrere a Dio principalmente con humiltate e con la mente intera e col contrito core e penitente;

di poi per se medesimo aiutarsi e provedere al bisogno ocorrente: tutti gli altri rimedi sono scarsi. Aiutati, — il proverbio dice antico —

e Dio t'aiuterà: così vuol farsi. Temer si vuole e stimare il nimico; chi questo fa provede in ogni loco. Intendi ben quel ch'io con fede dico:

se tu non ti dispon col sancto foco di caritate unirti insieme tutto, la tua salute è per durarti poco. Sì come la discordia reca lucto

et è radice d'ogni mal sementa, e tanti regni ha già spento e destructo, così per la concordia s'aümenta ciascun governo publico e privato,

e grande e lieto sempre più diventa. Se tornar vuoi al tuo pristino stato, abbi costei dopo Dio per tuo duce, ponendo ogni odio, ogni rancor da lato.

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