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1445–1503

57

Alessandro Braccesi

Era la vita mia libera e sciolta ne' teneri anni della età più bella, con la mente da ogni pensier tolta, quando Amor mi mostrò te, angiolella;

et io, guardando dove fussor l'ale, sùbito al cor senti' le suo quadrella; e l'alma, già indovinando il suo male, tutta smarrita si ristrinse al core,

ove già la ferita era mortale. Ahi crudel troppo e troppo iniquo Amore, che pietà non avesti a' teneri anni, a trarmi presto di libertà fore!

O mal principio di sì lunghi affanni, qual più che mai è dal suo fin lontano, senza ristoro alcun di tanti danni! Io so ben io quante fïate invano

ho chiamato socorso alla gran doglia dalla qual mai non credo restar sano; né spero pur che Morte mi discioglia da tanto strecto nodo che legata

già più d'otto anni ha tenuto mie voglia. La miglior parte ho della età passata, e ' più begli anni della vita mia fuggiti son con l'alma sconsolata.

Tardi cognosco, Amor, la tuo follia, se non quando al mio mal non è rimedio, ond'io do luogo alla mie sorte ria. Or godi, Amor, poi che hai posto l'assedio

a questo incauto e miser giovinetto, a cui facto hai venir la vita in tedio. Misero a me! Quante volte soletto, nella stagion che la nocte è più scura,

sol per gustare un'ombra di diletto, entrato son, quando è magior freddura, fortivamente ove tu, donna, sai, non curando pericol o paura!

Amor tu 'l sai ben tu, che cagion n'hai, a qual soquadro di trista vergogna mi sospignesti, vago de' mie guai! (che, quando 'l penso, l'animo n'agogna),

se stato nello entrar fussi veduto o nell'uscir, che non parlo menzogna. Agli ochi stanchi mia non è piaciuto altro che 'l vago tuo legiadro volto,

qual sempre il miser core ha posseduto. Altro pensier in me non fu ma' acolto da poi ch' a·tte suggetto mi fe' Amore, nel qual vivendo sempre sarò involto.

Almanco fussi ver, caro signore, quel che la lingua falsa o venenosa ti ha referito per darmi dolore! Almanco avrie la mente qualche posa

alla gran doglia, allo etterno martyre, s'altra donna io provassi più pietosa. Iniqua lingua, pronta nel mentire, di venen carca e piena di nequitia,

come hai potuto mai tanto fallire? Cercato hai da me tòrre ogni letitia, e privarmi di quello unico bene col qual l'alma affannata sempre hospitia.

Io non senti' già mai più crudel pene da poi ch'io intesi el sinistro rapporto che ti fu facto, o mia unica spene. Proterva lingua, che quasi mi hai morto!

se pur non fussi ch'io sono innocente, onde ho preso del mal qualche conforto. Se non ch'io spero in te, donna clemente, né dubito anco al fin tu non sie certa

ch'io ti amo e sempre amerò fedelmente. Ben prego, come la mie fede merta, non presti orecchi a chi vuol di noi giuoco, ma facci come saggia donna experta,

perché tu sai che in alcun può aver loco più d'un amore in un medesmo petto, mentre vi dura il primo amore e foco. Io amo te col cor tutto perfecto

e sono in te con l'alma tutto unito, né posso d'altro amor aver oggecto. Fa che 'l mio prego, adunque, sia exaudito.

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