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1445–1503

49

Alessandro Braccesi

Quante volte m'advien, misero lasso!, el giorno, ch'io mi sento con mio grave tormento disfare il cor da smisurato foco!,

ond'io temendo spesso ne spavento, col volto mesto e passo, d'ogni piacere scasso. Ma la speranza un poco,

per far di me più stratio e lungo gioco, acciò che più m'avampi et a più pene scampi, l'afflicto core spesso rassicura,

e così il male indura. O valli, o poggi, o campi, o veri testimon della mie sorte, quanto spesso con voi chiamo la morte!

Son già multiplicate sì le pene che, s'altri non m'aita, presto sarà finita la guerra che mi fa quest'alma diva.

Quanti sospir tormenton la mie vita, sendo privo di spene, di fruire il mio bene! e 'l dolor si raviva,

che del suo colmo è venuto alla riva. Pur l'alma si conforta, dicemi: —In pace porta, forse ch'a miglior tempo tornerai,

quando lieto sarai con più felice scorta —. Questa speranza vivo mi tien sola, e qualche volta il mio martyre invola.

Gli occhi che paion due nocturne stelle furon il mio veneno; e l'aspecto sereno, pel qual Amor m'ha posto in abandono

e vinto ogni ragion, rocto ogni freno; e le man bianche e belle, con le parole snelle, quai con sì dolce sòno

di sé mi fecion già cortese dono, perché mi son contese, almanco un'hora il mese, da che trovar non posso altra salute,

né cerco altra virtute alle mie voglie accese? In questo stato sono, in questa doglia, né posso imaginar chi me ne scioglia.

Non mortal no, ma ben divino aspecto, co' sembianti gentili che fan ch'io m'ahumìli, son la stipa de' lunghi sospir' miei.

Gli atti dolci, soavi e tanto humìli e 'l bel giovenil pecto e 'l virile intellecto, opra de' sommi dèi,

tutti mie sensi han transformato in lei, e facto 'l mio martyre magior ch'i' non so dire. Così meco solecto mi disfaccio,

e 'nsieme ardo et aghiaccio, vegendomi perire; e pur veder altri che lei non chiegio, s'io dormo o veghio, s'io ragiono o segio.

Sempre la bella donna m'è presente con l'angelico volto, qual m'è nel cor inscolto, e tanto agli ochi miei lei sola piace,

ch'ogni dilecto, ogni piacer m'è tolto quando mi trovo absente dallo aspecto clemente, senza 'l qual non ho pace.

Quanto valida fu, quanto rapace la fiamma, onde già mai di poi mi riposai! Ciò ch'io penso e ragiono in lei s'accoglie

con infinite doglie, e per sentir più guai, altro pensier che questo non albergo, e di lachrime spesso il volto aspergo.

Ma contrastar non voglio al gran disio, anco restar contento all'aspro mio tormento, tanto che al fin Amore o Morte aranno

qualche pietà del mio mesto lamento e spegneranno il mio crudel martyr e rio. Forse che mi trarranno

o l'uno o l'altro di sì lungo affanno. Omè!, perché sì rado a tanto mio mal grado m'è dato quello ond'io non son mai satio?

Perché sì breve spatio m'è dato a quel ch'io aggrado più che la vita o 'l mondo o suo richeza? Per costei el cor ogni altra cosa spreza?

Canzona vergognosa, con li ochi humìli e bassi e con tremuli passi, va' dove la mia donna si riposa.

So che non ti fie ascosa, e s'ella t'ascoltassi, dille che 'l gran dolor non può durare, se presto non rimedia chi 'l può atare.

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