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1445–1503

26

Alessandro Braccesi

Pur m'hai condocto, Amore, ad sì misero passo, ch'io sento ognora acerba e crudel morte. Audace proditore,

di merzé nudo e casso, ben m'hai condocto ad lachrimabil sorte per vie fallace e torte. Sia maladecto il giorno

che con la tua saecta, disposto a far vendetta, tal foco m'accendesti al core intorno, ch'io non credo horamai

se non che morte finisca e' mie' guai. Omè!, ch'io non sì stanco in questa lunga guerra, ch'io bramo ognor el fin de' giorni miei:

sì grave pene almanco sen porteria la terra e fine arebbon sì dolenti omei. Merzé, pietosi dei!

Esser vorrei più presto di pietra un freddo busto senza intelletto e gusto, che 'l corso di mia vita aver sì mesto,

nutrito di sospiri e da mille incredibili martyri. Non se' tu satio ancora del mio sì lungo male?

Se' tu sì duro, sì crudele e fero, che pur non cessi un'ora dall'offesa mortale? Sie maladetto il tuo superbo impero,

indomito, aspro, altero. Misero è chi ti crede, sendo nequitia e 'nganni, cagion d'immensi danni,

legger, mendace e sanza alcuna fede. Altro non è il tuo regno che tormenti, ira, passïone e sdegno. Sempre la vita passa

in pene acerbe e 'n doglie, senza aver mai riposo o breve lena, chi subgiugar si lassa dalle tuo ingorde voglie.

Ogni tuo studio, ogni opra torna in pena. La tua militia è piena di paura e sospecto, di dolore e periglio,

senza freno o consiglio, e con angustie assai poco diletto, ceca e vana speranza, ch'ogn'altro morbo, ogni stultitia avanza.

Son tuoi ministri affanno, piacer breve e furtivo, amaro dolce e fallace disire, lusinghevole inganno,

pensier fisso e lascivo, sospiri acuti e latente martyre, spessi odii, spesse ire, mesta letitia e vana,

precipite furore, incerto e vago errore, penitentia mordace, mente insana, stato senza fermeza,

forza ch'ogni costume e legge spreza, pigra ragione e lenta, appetito fervente, timore, audacia insieme, pianti e riso,

accesa fiamma spenta, neve con ghiaccio ardente, rosso, pallido, lieto e mesto viso, in su la palma assiso,

licentia vaga e sciolta, propositi incostanti, queruli e tristi canti, püeril vita in mille rete involta,

voluptà fugitiva, leggiadra voglia e di se stessa schiva. Crudele, empio tyranno, di quanto mal cagione

se' stato al mondo! Qual paese o loco, qual villa dal tuo danno, qual popolo o natione è stato immune dal tuo diro foco?

Per testimone invoco l'infortunata Troia, che 'n cener fu conversa e del suo sangue aspersa,

sì che si spense ogni suo gloria e gioia, sendo dominatrice della gran Frigia, allor tanto felice. Non vide mai Tessaglia,

né farsalici campi, Eüfrate, Istro o l'una o l'altra Spagna tanti uccisi in battaglia quanti son pe' tuo' vampi

periti crudelmente, onde si lagna di te ciò che 'l mar bagna. Perfido, scelerato spesse volte hai constretto

machiar col sangue eletto le man, la figlia, del suo padre amato, come fe' Scylla a Niso, sì del nimico suo gli piacque il viso.

Tu Progne, tu Medea di crudeltate armasti contra lor figli miseri innocenti. Tu Didon per Enea

della vita privasti. Fillide, vinta da tuo face ardenti, sospese il corpo a' venti per Demofonte ingrato.

Pasife infortunata fu da te sì accecata che 'l suo candido corpo e delicato congiunse, la meschina,

al toro, essendo di Creta regina. Ancor si dole Oreste del tuo ceco furore, che Clitemnestra con Egisto spinse

con la fraudata veste il caro genitore iugulare, onde poi sì pietà 'l vinse che crudeltate il tinse

contra 'l sangue materno. Di te si lagna forte Hippolyto, ch'ad morte corse, perché fece il famoso scherno

di Fedra aspra e maligna, facta da te scelerata matrigna. Ma che narrar bisogna le tue scelerate opre?

Il cel, l'aer, la terra, il mar n'è pieno. Vincati ormai vergogna, il tuo volto ricopre, vengati puzo del tuo gran veneno,

al tuo fallir pon freno, protervo, insidïoso, volubil più che foglia, pien d'infinita doglia,

mortal fatica e senza alcun riposo e della humana gente sola pernitie e peste omnipotente. Canzona, va truova questo gran mostro:

digli che, s'io potessi, stratio non è che di lui non facessi.

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