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1445–1503

11

Alessandro Braccesi

Amore ad lamentar mi sforza ognora, né so se di lui più che d'altri sia la cagione, o pur mia, o de' belli ochi di pietate spenti,

pe' quali ho persa ogni quïeta via e son d'ogni piacer al tutto fòra. Ma quel che più m'accora è che madonna, che sa mia tormenti,

par che lieta si goda e si contenti; e perché il grave peso più mi prema, altro che veder lei già mai non chieggio, né loco alcun mi piace ov'io non veggio

quelli ochi, e' quai guardando, el cor ne trema, e par che l'alma tema che 'l dolze sguardo di costei non l'ardi. Misero, aimè! Ché tardi

m'acorsi del mio mal, sì ch'ora invano cerco tornar, come prima era, sano. Ben posso dir che quando costei nacque venisse al mondo per farmi morire,

e che la tela ordire de' mia tormenti incominciassi Amore. Ben posso il giorno infortunato dire che costei tanto alla mia vista piacque,

in su le nitide acque, dal bel sito lontan poco di fore: acque non già per me, ma vero ardore, cocenti più che tempestoso foco,

e per suo stipa Amor un verde pino scelse, ch'era sol nato a mio destino. Libertà persi allora in quel bel loco, dove sendo per gioco

libero andato, servo ne tornai, pregno di tanti guai, che sempre poi vissuto sono in pene col cor legato da mille catene.

Non uscì mai di nube sì potente fùlgure, o di balestro una verretta, com'io senti' con fretta uscir de' due begli occhi un fiero dardo

del qual vorrei, né posso far vendetta. Subito al cor n'andò il colpo vehemente: arte o forza nïente mi valse, o 'ngegno, contra 'l fiero sguardo.

Io che 'l senti', gridai: — Omè, chi' ardo! —. E per tal caso inopinato in terra, come huom che la virtù de' sensi perde, col corpo mi gittai vinto in su l'erbe.

Allor m'acorsi della crudel guerra ch'ogni difesa atterra, e sospirando dissi: — Quel bel viso, misero!, m'ha ucciso —,

e 'ndarno in su quel punto volsi atarme, come chi vuol difendersi senza arme. Da poi che 'l cel, diss'io, ad ciò ne 'nduce, seguir conviemmi il suo fatal camino;

s'egli è pur mio destino, che poss'io far, se non alla sua voglia il voler mio far conforme e vicino? Forse che quella chiara honesta luce,

che più che 'l sol riluce, arà qualche pietà della mia doglia. Forse che Amor, poi che avuto ha la spoglia di me sì presto, si farà mia scorta,

con equal fiamma lei ferendo ancora, e di suo libertà la trarrà fora. Così in un tracto ogni ragion fu morta dal disir che transporta

qualunque prova l'amorosa vampa onde nissuno scampa: però senza far più schermo o difesa seguir deliberai la dura impresa.

Da indi in qua sempre con aspra vita ho trapassato il tempo, né quïeta ebbi un'ora, né lieta, né spero aver fin che di questo campo

me con la falce sua Morte non mieta, e dubito anco, poi che sia partita l'alma dal corpo, unita non si rimanga a questo fatal vampo

che mi fa nella mente impressa e stampo. Poco dolce ho gustato, aloè molto con assentio amarissimo e con fele, spargendo ognor lachrimabil querele,

ond'io ne porto sì mutato il volto e in dolor tale involto, ch'io credo la cagion sia nota a tutti. Or questi sono i fructi

che gusta chi d'amor séguita l'orme dalle qual io vorrei, né posso, tòrme. Ma quei sembianti honesti gravi altèri, quell'aspecto leggiadro dolce adorno

tanta dolceza intorno al cor mi piovon quando è ch'io li miri, che l'ardor cresce più di giorno in giorno Omè, quelli ochi resplendenti e feri

fanno ch'io mi disperi trovar pur breve lena a' miei sospiri; e quant'io veggio più che' miei martyri si mostran lunghi, il duol tanto è maggiore:

ond'io son già sì stanco e sbigottito, ch'ognora ad lachrimar me stesso invito, né trovo altro che sfoghi il mio dolore o che 'l facci minore,

né muovo in alcun tempo pure un passo che 'l bel viso, omè lasso!, sempre non sia presente agli occhi miei e non aghiacci et arda il cor per lei.

Pascomi sol pensando al vago aspecto, alle chiome che paion di fine oro, e nel pensar m'accoro sì ch'ogni dì vie più cresce il disio.

Quanto contemplo più sì bel lavoro, così di giorno in giorno dentro al petto, sendo meco soletto, aggiugner sento nuove fiamme: ond'io

liberamente accuso il fallir mio, ché, perch'altro dilecto il cor non trova che 'l veder que' begli ochi che l'han morto né sente al suo martyre altro conforto,

fa della lor clementia troppa prova; e 'l desir si rinnova in mille doppi, e l'error l'alma appaga e fa la mente vaga

tanto ch'io torno in pietra viva spesso, in guisa d'uom che s'oblia di se stesso. Canzona, va truova la bella donna, dille che fin a qui pur ho creduto

in lei qualche pietà, qualche soccorso trovar dal grave affanno a ch'io son corso. Or che di tanta speme son caduto, come lei ha voluto,

di' che, se pur di me più non si cura e manterrassi dura, sarà la vita mia piena di guai, né lieto né contento sarò mai.

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