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1493–1543

XXX

Agnolo Firenzuola

Se per sciagura le nove sirocchie Avesser letto le capitolesse, O, per me' dir, quelle maccheronee Di voi altri, poeti da conocchie;

I quali il forno e le castagne lesse Lodaste, e fiche mucide e plebee, E mill'altre giornee Da intorbidar Parnaso ed Elicona;

Tutte insieme v'avrien fatte le fiche, E datovi corona O di foglie di bietole e d'ortiche: Poi ch'alcun capriccioso

Ancor non è stato oso Della salsiccia empirsi mai la gola, Ch'è così buona, e sì dolce unto cola. O Bolognesi, i vostri salsiccioni,

Massime messi in grasso e buon budello Non sono ei proprio un cibo da poeta? Tutti i prelati ricchi, e signor buoni, Gli uomini dotti, e quei ch'han buon cervello,

Ogni bella e gentil donna discreta, Spendon la lor moneta Più volentier ne' vostri buon cotali, E in qualche saporita lingua ancora

Di giovani animali, Ch'a pena il pel di nuovo gettin fuora, Che 'n carne di vitella, Sia pur tenera e bella.

Ché 'n ver, quanto più grosso è il cibo e sodo, Meglio entra, nutre più, sta più a tuo modo. Mangiasi la salsiccia inanzi e drieto, A pranzo, a cena, o vuo' a lesso o vuo' arrosto:

Arrosto e dietro è più da grandi assai; Inanzi e lessa, a dirti un bel segreto, Non l'usar mai fin che non passa agosto, Ch'al sollion la nuoce sempre mai.

E se cercando vai Se dall'uomo alla donna è differenza Nel modo dell'usar questa faccenda, Secondo la sentenza

Di chi par che del cibo ben s'intenda; Dico che in ogni parte Il mangiarla è loro arte, Se non se certe mone schifa il poco.

Che ne vogliono dietro poco poco. Fassi buona salsiccia d'ogni carne: Dicon le istorie che d'un bel torello Dedalo salsicciaio già fece farla

E a mona Pasife diè a mangiarne. Molti oggidì la fan con l'asinello; Semiramis di caval volse usarla; Ateneo greco parla

Ch'uno in Egitto la facea co' cani. Io per me la vorrei della nostrale, Fatta con le mie mani, E grossa e soda e rossa e naturale,

E in budei ben netti. O vecchi benedetti! Questo è quel cibo, che vi fa tornare Giovani e lieti, e spesso anco al zinnare.

Fur le salsicce ab eterno ordinate, Per trastullar chi ne veniva al mondo, Con quell'unto che cola da lor spesso; E quando elle son cotte e rigonfiate,

Le si mettono in tavola nel tondo. Altri son che le voglion nel pan fesso, Ma rari il fanno adesso; Ché il tondo in ver riesce più pulito,

Né, come il pan, succia l'untume tutto. Ognun pigli il partito Secondo che gli piace, molle o asciutto: Basta che i salsicciuoli

Cotti ne' bigonciuoli, Donne, dove voi fate i sanguinacci, Son cagion che degli uomini si facci. Canzon, vanne in Fiorenza a que' poeti,

E palesa i segreti Della salsiccia, e di' lor ch'al distretto Questo cibo d'ogni altro è più perfetto.

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