O rozza pastorella,
Se ben sei vaga e bella,
Più ch'altra ninfa ch'al bel Prato sia;
Per questo esser devria,
Che tu fussi vèr me sì cruda e fella?
Io t'amo, io tel confesso,
Molto più che me stesso:
Dunque per questo m'odii e mi disprezzi,
E 'l cor da me divezzi,
Sì ch'ei si sdegna, s'uom mel vede appresso?
Se non fusse il bel petto
Ch'ei preme a suo diletto,
Quando da me partendo a te sen viene,
Io perderei la spene
Ch'ei mai tornasse al suo primo ricetto.
Pur per toccar tal volte
Quelle rose allor colte,
Che porti sempre in sen, le perle e l'ostro,
Torna al lasciato chiostro;
Ma l'ore ch'ei soggiorna non son molte.
Ond'io del mio cor privo
Donne, non son più vivo
Per proprio mio valor, ma vivo in lei;
In lei, che i piacer miei
(Pensate come io sto) sempre ebbe a schivo.
Caro cor mio, da poi
Che starti seco vuoi,
Lascia almen dentro onde ti parti impressa
Quell'imagine stessa,
Che vi devean dipinger gli occhi suoi.
Canzon, forza è tacere;
Ché 'l cor s'è già fuggito,
E 'n sen di quella rozza se n'è gito.