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1493–1543

XCI

Agnolo Firenzuola

Quel vivo sol, ch'a la mia vita oscura Solea far chiaro giorno, E quetar la tempesta del mio core, Volge suoi raggi altrove, e più non cura

S'a le tenebre torno. O mia ventura ove m'ha giunto Amore! Per doglia non si muore, Ché già l'estrema mia m'avrebbe morto;

Ond'io son vivo a torto. Morir non posso e tempo è di morire, E cresce la mia vita col martire. Viverò dunque, e altri indegnamente

In un punto beato Vive del nutrimento di mia vita? Non vivrò, né fia mai così possente L'empio e crudel mio fato,

Che non discioglia l'anima smarrita Questa pena infinita; Opri sua forza in me maligna stella D'ogni mio ben rubella;

Ché se il dolor di vita non mi priva, Non fia giamai che mio mal grado io viva. O fera rimembranza del mio bene, Del mio tempo felice,

Che sì tosto passò, ch'a pena il vidi: Io vidi gia fiorir l'alta mia spene, Poi qual svelta radice In un istante morta la rividi.

Misero, in cui ti fidi? Io son caduto ch'era al ciel vicino; Né so per qual destino Or vo piangendo, or vo traendo guai,

Non per mia colpa, ma che troppo amai. Donna leggiadra, e più chiara che 'l sole, Che l'aria rasserena Quando sorride, o quando un sguardo muove,

Mostrommi Amor, e femmi udir parole Da addolcir ogni pena, E veder atti da far arder Giove; Fiamma non vista altrove

Subito m'arse il cor, ed in costei Fisando gli occhi miei, Divenni cieco, e sì da me diviso, Ch'altro non vidi poi che 'l suo bel riso.

A poco a poco poi senti' legarmi, Dico, si dolcemente, Ch'ebbi in odio la cara libertade; E meco stava Amor per consolarmi,

Mostrandomi sovente Due vaghi lumi accesi di pietade; E in la maggior beltade Un puro e nobil cor pien di mercede,

Pien di fermezza e fede: Poi mi giurò su l'arco, su la face, Su la faretra, darmi eterna pace. Quanto la tua promessa allor mi piacque,

Tanto valor non sento, Ch'io basti a ringraziarti co 'l pensiero: Smisurata allegrezza al cor mi nacque, E 'l sole il più contento

Non vide in l'uno ed in l'altro emispero; Ond'io venni sì altero De la speranza, che, s'a 'l ver m'esalto, Allor montai tant'alto,

Che pien di meraviglia fra me stesso Dicea mirando: – Io sono al cielo appresso – . Io caddi poi, poi che fui presso al cielo, Caddi di tanta altezza,

Che la rovina mai non giunse al fine; E 'nnanzi a gli occhi mi fu posto un velo Tal, che più la chiarezza Non vidi de le due luci divine:

Le rose in dure spine, Ogni mia pace mi fu posta in guerra; Allor vid'io in terra La vera fede estinta, e cortesia,

E pietà morta ne la donna mia. Se mai, canzon, tu vedi Madonna, ai sacri piedi Gettati, e dille con parlare accorto:

– Per voi sol nato, il mio signor è morte. –

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