Skip to content
1493–1543

VIII

Agnolo Firenzuola

Donna, che vai sì gonfiata e superba Per le ampie piazze e per le larghe strade, E in mezzo ai sacri templi, infra le belle; Come stu fussi di Febo la suora

Tra le sue ninfe in sul monte di Menalo, O Febo stesso in sul giogo di Pindo, O 'ntorno al fonte che 'l corsier alato Con l'unghie aperse.... (O fonte, ov'or pur tale

Presume por le labra) che in vili acque Putride e piene di corrotti odori Avendo spenta la sua sciocca sete, Empie le male aventurose carte

Di negre macchie e puzzolente fumo; Onde le figlie tue, tremendo Giove, Fuggon già tutte, divenute schiave De' temerari Toschi: e questo sia

Detto con pace degli eletti spirti; Ch'io intendo dir di quei, che dagli stracci Mercenari levati, e da' più vili Esercizi, col dire or quinci or quindi,

E notte, s'ell'è una; e se due, notti; Avendo a mente l'Ancroia e 'l Danese, Ed Ovidio in volgar, ma non intesolo; Pensan, o audacia sfacciata e superba!

Di socchi ornarsi i piedi o di coturni; E come nuovi Titiri o Dameti Cantar pe' boschi, non i loro amori, O le bellezze vostre, o caste ninfe;

Ma il biasmo di color, che pien di lode Volan di lor contenti e di loro opre, Per le purgate orecchie e per le bocche Dei più gentili spirti, e dei più dotti,

Ridendosi dell'invido e maligno Latrar dei can, che han lingua e non han denti. Altro bisogna ch'un mandrialetto Snello e solingo, mal legato insieme,

E mendicato da questo e da quello, Col quale han stracche ormai l'orecchie al mondo. Altro bisogna ch'una letteraccia, Anzi un cartoccio pien di sue vergogne,

Non dell'altrui, com'è il suo proprio intento. O mal temprata penna, anzi fuscello Di scopa pien di spini; o sozza mano, Anzi piè di gallina pien di sterco;

Tu ti prosumi straziar tanto inchiostro? Altro ci vuol ch'un sonettaccio, in cui Rinnieghi Apollo il cielo; e dove Amore Si vegga, a onta delle nove Muse,

Straziare e rovinare e lacerare! Altro ci vuol ch'un sonettaccio, a cui Tronche abbia l'ossa la cieca ignoranza, E le rime storpiato, e a forza fatto

Mutar dal mezzo in giù stile e subietto! Altro bisogna a diventar poeta, O satirici scempi, uomini sciocchi Che queste vostre fagiolate senza

Agresto, senza pepe, e senza sale! Che andare e cader, può farlo ognuno). Orsù, torniamo alla fastosa donna, Che essendo degna dei costoro inchiostri,

M'ha fatto fare una digressione Un po' troppo lontan; ma i mai suggetti Fanno per forza errar chi di lor scrive. O scempia donna, adunque, anzi impia fiera,

Che vai fumosa di quella beltade, Che l'amorevol Cian ti sumministra Co' suoi limbicchi, o quella tua gentile, Che a convertire un nero muro in bianco

Mostra col volto suo sul Mercatale, Quando la viene a vender i suoi imbrogli. Ben dice il vero il savio, quando afferma, Ch'usanza è di natura, ov'ella manchi

In una cosa, di supplir con l'altra. Non le diede beltà natura; adunque Fella scortese in quello scambio e sozza, Piena d'attucci, di lezi, e di smagi,

E fastidiosi, e sgarbati, e fecciosi; Ch'io credo ben, che la scempia nepote Del savio Fresco appo lei fusse un oro. Perché, come si mira la Selvaggia,

Come l'Amelia, o Gemmula, o Licori, La nuova Origo, la Arbuscula vaga, Come un miracol, perché in lor la grazia S'intreccia con beltà, con leggiadria,

Ch'empie di estrema gioia il cor d'ognuno; Così per gli atti suoi schifi e villani, Con le maniere sue sgraziate e sconce, Con le parole arroganti ed inette,

E con quel guardo burbero, le aviene Ch'ognun la mira come cosa rara, Ognun la addita, ognun corre a vederla, Ognun dice: – Ell'è essa, vella, vella! –

E di lei si fan favole e canzone, Come si fe' di Canidia o di Lise Al tempo antico, al nostro della vedova Che fe cascar di freddo lo scolare:

Ché chi non sa col bene, oprando il male S'acquista nome in la futura etade; Come fe chi bruciò 'l tempio di Efesia. Non le diede natura destro ingegno,

Per discernere il ver, per saper dire Dei buon le lode, e 'l biasimo dei rei, O motteggiare altrui con dolci accenti; Come la fece a Lidia, alla Fiammetta,

A Delia, a Flora, alla gentile Iblea, Ed a tant'altre, ch'io mi taccio il nome Per reverenza, ché di lor mal degne Son queste mie poco felici carte.

Dielli in quel scambio quella lingua, adunque, Tanto crudel, tant'impia, sì pungente, Ch'ei non è osso, anzi non è diamante, Ch'ella nol passi, s'ella vi si mette:

Quella lingua, la qual nella fucina Del negro inganno la calunnia fece Aguzzar sull'incudin di menzogna, Dal rancor, dalla frode e dalla 'nvidia,

Della calunnia le più fide ancille; E con il più mortifero veneno Le diè la tempra, che fra' Colchi mai Si ritrovasse o 'n la deserta Libia.

Altri hanno opinion che Momo, sveltasi La sua, ne fesse a lei cortese dono. Questo io nol credo, perché Momo il vero Dicea mordendo a Giove e a la Natura;

E con bel garbo e con accorte note, Mostrando che pietà di noi lo fesse Aprir la bocca al biasmo, e non l'invidia; E mostrando per uso e per ragione,

Che 'l morso suo era compagno al gesto. Abbia suo luogo non di manco il vero: Basta che noi possiam dir questo al certo, Che la di costei lingua sol da invidia,

Sol da calunnia, e da perfida voglia, E da perverso ingegno, impie saette Scocca nel sen dell'altrui onor, avvenga Che la più parte in lei si circonflettino;

Ché l'innocenzia, qual diamante, forte Resta a' suoi colpi col scudo del vero. Basta, che la sua lingua vince quella Dell'antico Lucilio, e del Peligno,

Dell'Aquinate, e dell'oscuro Tosco. Ma follia fa chi a lei vuol questi o gli altri Comparar, o più antichi o più moderni. Quei come satir saltando in l'altrui

Vizio, cercavan di stirparlo; in loro Era grazia nel dir, con giusto sdegno, E volontà di ben vedere i cori Uman ben culti e di virtù ben colmi.

In lei è un desiderio di macchiare L'altrui bianchezza; e come ha negro il seno, L'ingegno, il volto, così far parere Chi di bell'opra ognor si fregia. O bocca,

O bocca iniqua! O che gran cosa è questa! Se tu t'apri talor, da disio mossa Di non dir mal, è forza che tu 'l dica; Che 'l ben tosto ch'arriva in quella fogna

Piena di mota, anzi in quella cloaca Piena di tutte le immondizie umane, Diventa male, e 'l bianco vi vien bruno, Il mèl vi si fa assenzio, il zuccher tòsco,

S'ella per caso in viril membra al mondo Veniva, e 'n questa bocca i sacri detti Della divina legge si voltava; Tanta la forza è del crudele istinto,

Tanta la rabbia del pessimo avvezzo, Ch'ella li fea venir di giusti ingiusti, Di santi rei, d'onesti in disonesti, Quel che ne mostra ciò che creder debba

La fedel turba con l'acque rinata, Dalla bocca gentil de' nunzi santi Fatto per nostro ben, chiamato il Credo; Non si può creder, s'ella il dice mai

Per ciancia, ché per ver non può avenirle: Ché 'l vero in lei non si è veduto unquanco. Or vedi quanta forza ha un mal costume! Ma ben provide il ciel ch'ella tal fusse,

Ch'uso e natura a dir cose nefande La costringesser sempre, e a biasimare L'altrui bontà; perch'ognun conoscesse Ch'e' suoi biasmi, dal ver sempre rubelli,

Divengon lode al fin del biasimato, E danno e vituperio al biasimante. E interviene a lei con la menzogna, Come a Cassandra avenne già del vero,

Che niun gliel credea: tal volse Apollo, Ma non già suo difetto; ché nel vero Apollo da lei chiese cose forse, Che s'ella le negò, n'ebbe ragione.

Ma chi assai può, e vuol, forza è ch'egli abbia; E chi non li vuol dar, Cassandra è fatto: Basta, ch'Apollo in questo ha debil scuse. Così costei, per tornare al proposito

Del suo mal dir, tal voluto hanno i cieli, Non già per sua bontà, come Cassandra, Ma per suo merto, anzi per suo demerto, Per sua malvagia mente, e falso ingegno,

Per suo fiero uso, anzi per male abuso, Ch'ella non voglia dir né possa il vero. La dice ch'uno è duro, egli è gentile; La dice ch'uno è impio, egli è fedele;

La nota un per crudele, egli è umano; Chiama uno ingiusto, giustissimo il trovi; Un temerario, la modestia è seco; Saggio quell'altro, ch'ella stolto appella.

Una volta, volendo, fuor del vezzo Di sua perfida lingua, a Dio dar lode, Pensando dire: – O Dio onnipotente –, Disse: – O Dio, o Dio, io me ne pento – .

Un'altra poi, col dir che un suo cognato, Che così fatto è in vero, era di sali, Di giuochi e d'atti urban tutto ripieno (Noi Toscan questi tai diciam – faceti –);

Volendo adunque in tosca voce esprimerlo, A uno amico disse, e forse in zambra, Forse amico di notte: – Or non ti pare, Che 'l tale (e disse il nome) sia un sfacciato?

Del padre suo ragionando una volta Con altre donne, e volendo mostrare, Ch'egli avria fatta un'opera con quello Saldo giudizio, con quel buon discorso,

Che si conviene a chi prudenza ha in guida, Avenga che dipoi mal gne ne avvenne, Disse queste formal proprio parole: – A chi non tocca hai poi buon ragionare;

Ché del senno dipoi – non ce ne fusse –; Volendo dir, cred'io, – n'è pien le fosse –. E poi soggiunse: – Quel che fe' mio padre, Il fe' com'ei dovea, putridamente – ;

Volendo dir, ch'ei fe prudentemente. E scambiò le parole, e fulle forza Biasmare il padre, volendol lodare. O gran giudizio, o gran misterio! Adunque

E' l'è impossibil dar lode a veruno, E' l'è impossibil dir cosa che piaccia, E' l'è impossibil d'appressarsi al vero; Tanto l'abuso può in un core umano,

Anzi nel cor d'una rabiosa fera. Donde le vien questa superbia adunque A questa arpia, a questa furia, a questa Rabbiosa cane, a questa orribil tigre?

Dalla beltà? Non già, com'e' s'è detto: Ché voi sapete che quel che si compra Le cose altrui, che non ha delle sue: Ella la compra; adunque non è sua;

Non sendo sua, mal ne può ir superba. Donde? Dai campi arati e 'n piano e 'n colle, Dai molti buoi, e i prati erbosi a molti Armenti, a molti greggi aperti, e l'arche

D'oro piene e d'argento, e drappi, e perle? E questo manco; e me ne 'ncresce, e non già Per lei, ma pel suo povero consorte, Ch'i' amo, e ch'ei me ami ho ferma spene;

Ch'a lei, tutto che avanza è una fune, Con ch'ella possa dar de' calci al vento; E l'avanza, e l'è troppo, e le sta male. Chiocciole siam, siam Sciti, che portiamo

I nostri arnesi nosco, e tutte addosso Le nostre robe, e le bagaglie tutte, Come i soldati. Fien dunque i parenti Da Codro usciti, d'Inaco, o dal Balzo?

Dillo: di villa? no, ch'anco i villani Conoscono i lor padri e gli avi loro, E quello è de' Marin, quello è de' Netti; Fra loro han gradi, e alti e bassi, e fansi

Far largo, essendo e di questo e quel ceppo: Stiman l'onor, apprezzan la vendetta, Per cui dolcezza spesso il sangue spargono: Ed ella nol conosce.... Eh, nol farebbe

Né le Muse, né Febo, né Diana, Ch'io logorassi più penna d'inchiostro In questa scempia, in questa sciocca, in questa Lingna perversa; e s'io non ho finito

L'opra com'io dovea, ho fatto meglio A troncarla così, che a cominciarla.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
VIII · Agnolo Firenzuola · Poetry Cove