Gentile augello, che dal mondo errante Partendo nella tua più verde etade, Hai 'l viver mio d'ogni ben privo e casso; Dalle sempre beate alme contrade,
là dove l'alme semplicette e sante Drizzan, deposto il terren peso, il passo; Ascolta quel ch'assai vicino al sasso, Che tien rinchiusa la tua bella spoglia,
Del partir tuo la notte e 'l dì si lagna, E tutto il petto bagna Di lagrime, ed il cor colma di doglia: Ché persi ogni piacer al viver mio
Quel dì ch'al ciel santa piegasti 'l volo. Da indi in qua né grassa né gentile Non ebbi cena mai, ma magra e vile, Tal che sovente al mio desco m'involo,
E son venuto senza te in oblio Ai pettirossi, ai beccafichi; ond'io Dire odo poscia, andando tra la gente – Quel poverel divien magro – sovente.
Oimè, che chiusi son quegli occhi gialli, Che solean far di scudi e di doppioni E del ben de' banchier fede fra noi! Spezzinsi adunque e brucinsi i panioni,
E secur per le fratte e per le valli I pettirossi se ne volin, poi Che la civetta mia non è con noi: Ché con quello smontare e rimontare,
Ed ora in qua ed ora in là voltarsi, Abbassarsi, e innalzarsi, Fea tutti iutorno a sé gli augei fermare: E lieta e vaga ognun tenea sospeso,
E giocolava con tal maraviglia, Che quasi a marcia forza e lor dispetto In sul vergon gli fea balzar di netto: Di poi lieta ver me volgea le ciglia,
Quasi volesse dire: – Un ve n'è preso –. Mi tenea 'l core in tanta gioia acceso, Ch'io diceva tra me: – Mentre ella è viva, Sarà la vita mia dolce e giuliva – .
Non avea ancora il vago animaletto Visto sei volte ben tonda la luna, Quando Morte crudele empia l'assalse; Ed in un tratto con doglia importuna
Cotal le strinse il delicato petto, Che d'erbe o di parol virtù non valse A trarla delle mani invide e false: Ond'ella del suo mal presaga, visto
Venir la Morte a sé con presti passi, Gli occhi tremanti e bassi Mi volse, e disse: – Ahi sconsolato e tristo Sozio, con cui già tanti e tanti augelli
Fatt'abbiam rimaner sopra i vergoni; Venut'è l'ora ch'io men voli al cielo, Scarca del mio mortal terrestre velo: E dove le civette e i civettoni,
Gli allocchi e i gufi leggiadretti e snelli Si posan lieti, il guiderdon con elli Delle fatiche mie possa fruire: Rimanti in pace. – E più non poteo dire.
Qual rimas'io, quando primier m'accorsi Del caso orrendo, spaventoso e fiero! E maraviglia è ben com'io sia vivo. Qual padre vide mai destro e leggiero
Figliuol sopra un destrier feroce pòrse, D'ogni viltà, d'ogni pigrizia schivo, Mentre corre più lieto e più giulivo, Caderne a terra, e rimanerne morto,
Che cangiasse la fronte così presto, Com'io veggendo questo! E lungo spazio fuor d'ogni conforto, E senza al pianto poter dar la via
Stetti; pur poi con voce assai pietosa, Rivolto al ciel, gridai, chiamai vendetta. Aimè chi tolto m'ha la mia civetta? Anzi la mia sorella, anzi la sposa,
Anzi la vita, anzi l'anima mia; Quella, ch'a fare una buffoneria Toglieva il vanto ai gufi e barbagianni, Degna di star fra noi mille e mill'anni.
Che farò, lasso, il giorno adesso, quando Sono i bei tempi, dopo desinare, Privato della mia dolce compagna? Che mi solea con essa sempre andare,
E con un asinel mio diportando Ora per questa or per quella campagna, Ed u' cantando il lusignuol si lagna, E dove sverna il gentil capinero,
E dove il malaccorto pettirosso Alletta a più non posso, Ed u' s'ingrassa il beccafico vero, Tender l'insidie; e mentre io li prendeva,
Un mio servo carcava l'asinello Di legna, per portar cuocer la sera La caccia, e far con essa buona cera. Così lieto passava il tempo; e quello,
Che sopra ogni altra cosa mi piaceva, Era il ben pazzo ch'ella mi voleva. Or tutto il mio diporto e 'l mio riparo È pianger la sua morte col somaro.
Canzon, se ben vedi acceso il desio A far più lunga la tua rozza tela, E la civetta mia porgerne 'l filo; Stanca è la penna, e cotal fatto è 'l stilo,
Com'al soffiar de' venti una candela. Però vo' poner fine al duro pianto, Ché ci sarà chi piangerà altrettanto Con stil più grave, più sonoro, e bello,
Se non m'inganna il mio caro asinello. Discreto asinel mio, che già portasti Sopra gli omeri tuoi sì ricche piume, Ed ogni sua maniera, ogni costume,
E le prodezze sue, tutti i suoi gesti, Già tante fiate lieto ti godesti; Con quella voce tua chiara e distesa Mostra quanto la morte sua ci pesa.
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