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1493–1543

VI

Agnolo Firenzuola

S'io vivessi più tempo che 'l disitte, E avessi più carte ch'un libraro, E più penne ch'un'oca in corpo fitte; E avessi più grande il calamaro,

Che non è la Ritonda o 'l Culiseo, O più sottile ingegno ch'un chiavaro; E se io avessi la cappa al Giudeo, E trovassi un che mi volesse dare

Un scudo d'ogni verso, o buono o reo; Io non vorrei a fatica sognare Di scriver d'altro mai che di quel legno, Che m'è fin d'India venuto a salvare.

Duolmi ben ch'io non ho quel bello ingegno Ch'ebbe in lodar le pesche un sozio mio, Tal ch'ognun v'ha poi fatto su disegno. E duolmi che non son sì dotto anch'io,

Com'era il Tibaldeo, quando compose Non aspettò giamai con tal desio; Ch'io vi farei con le man toccar cose, Che non solo alla plebe mal discreta,

Ma parrebbono ai dotti spaventose. E non crediate che sia la dieta, Che dopo cento mila guidaleschi Ci renda la brigata sana e lieta;

Ché se ciò fussi, i principi tedeschi Che fra lor fan dieta così spesso, Starebbon tutto l'anno grassi e freschi. Dunque io mi son 'n un gran pelago messo,

Volendo d'una cosa favellare Ch'arìa stracco il Britonio, e 'l Casio appresso: Non di men, sia che vuole, io vo' provare Se per suo amor so romper una lancia;

O ben o mal ch'io 'l faccia, io lo vo' fare. E dico in prima in prima, che la Francia Nimica a dirittura al Taliano, Mercé di questo legno, è una ciancia.

Sia 'l malfrancioso a modo vostro strano, Sia brutto e schifo, e siesi nato il giorno Che' Franciosi albergar nel Garigliano; Sia ripieno un di piaghe, e suoni il corno,

Non dorma mai la notte per le doglie, E sia ripien di gomme d'ogni intorno; Subito che del legno l'acqua toglie, Ogni suo membro in modo gli dispone,

Che può tornare a dormir con la moglie; Ben ch'io conosco infinite persone, Che così vaghe son de' fatti loro, Che nol vorrian con quella discrezione.

Ma per tornar del legno al buon lavoro, Che, se ben mi ricorda, vi avisava, Ch'al malfranzese valeva un tesoro; Or novamente vi dico, che cava

Di fastidio un che crepi di martello. Guarda se questa è un'opera brava! E se i pazzi volessin provar quello, E conoscessin la lor malattia,

Tutti ritornerebbono in cervello. Ch'altro non è 'l martel ch'una pazzia: Sanala il legno; adunque dir potrai, Che 'l legno ai pazzi un buon rimedio sia.

Quand'un, perch'ha 'l catarro, sputa assai, E dorme assiso, per non si affogare, Questo lo fa parer più bel che mai. A donne, che non possono impregnare,

Avendo attorno un grosso e buon governo, Apre la madre e falle ingravidare. E cava delle pene dell'inferno Le mani e' piè della gente gottosa,

Che v'eran confinati in sempiterno. Se un non mangia, s'un non si riposa, Se ha 'l fegato guasto o le budella, Egli è la man di Dio a ogni cosa.

Ho conosciuta una donna assai bella, Che aveva portato il mal di madre Da un anno o poco men, la poverella; E non era giovato darle il padre,

Né farsele incantar, come è usanza, Né di medici intorno aver le squadre; Che 'l mal se l'avea presa per su' amanza, E quando la credeva esser guarita,

Ei ritornava alla sua antica stanza: La quale in brevi dì sare' compita, Se non che 'l suo maestro si dispose Di darvi drento, e campolle la vita.

Ma ben che sieno in sé meravigliose Queste pruove che ho detto, non di manco A rispetto alle mie son debol cose. Eran ventisei mesi o poco manco,

Ch'attorno avevo avute tre quartane, Ch'avrian logoro un bufol, non che stanco. Avevo fatto certe carni strane, Ch'io parevo un Sanese ritornato

Di Maremma di poche settimane. Tristo a me, s'io mi fussi addormentato Tra' frati in chiesa! In sul bel del dormire E' m'arebbon per morto sotterrato.

Quanti danari ho speso per guarire, Che meglio era giucarsegli a primiera, Che tutt'uno alla fin veniva a dire. Ho logorato una spezieria intera;

Sonmi fatto a' miei dì più serviziali, Che 'l Vescovo di Scala quando ci era. Credo aver rotto dugento orinali; E qui in Roma prima, e poi in Fiorenza,

Ho straccati e maestri principali. Ho avuto al viver mio grande avertenza Alla fila alla fila uno e due mesi, Ed altrettanto vivuto a credenza.

Ho mutato aria, ho mutato paesi, Or ho abbracciata la poltroneria, Or in far esercizio i giorni ho spesi. Ma per non far più lunga diceria,

Conchiuderò, che non pigliando il legno, Io ero bello e presso andato via. Ma voi avete a far bene un disegno, Ch'io ho avuto un medico alla cura,

Ch'aiutato ha quest'opra con lo ingegno. Non credo che facessi la natura Né 'l più discreto mai, né 'l più valente, Né la più amorevol creatura.

Sì che, brigata mia, ponete mente, Se ho ragion d'operare il cervello, Per porre il legno in grazia d'ogni gente, Da poi che m'ha cavato dell'avello.

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