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1493–1543

VI

Agnolo Firenzuola

Tra tutte quante le musiche umane, O Signor mio gentil, tra le più care Gioie del mondo, è 'l suon delle campane. Don don, don don, don don, che ve ne pare?

Solo a sentir quel battaglio in buon anno, Non vi sentite voi sollucherare? Forse si pena a temperarla un anno, Come un liuto, che quando lo vuoi

Metter in corde, è pure un grande affanno? Queste al bel primo sonar te le puoi; E come stanno lor sempre accordate, Così stessimo in corde sempre noi!

E quanto più son tocche o mal menate, Tanto più fanno il suono stagionato, E tanto han ben, quant'elle son sonate. Io ne fui da piccino innamorato

Del fatto loro, e quanto più vo in là, Tanto più mi ci son rinfocolato. E questo amor cotal confitto m'ha Di drieto un pizzicor, ch'io son disposto

Bandir la lor dolcezza in qua e 'n là. Perch'io conosco che 'l tener nascosto Il piacer ch'ho di lor cavato e 'l frutto, Mi farebbe un omaccio tosto tosto.

Ché 'l ricordarmi sol, quando era putto, Il gran piacer ch'ebbi di due campane, Mi fa venire in succhio tutto tutto; E stavo allor le belle settimane

A rimenarvi dentro un mio battaglio, Che m'acconciò un frate colle mane. E pure ed or, se mi venisse in taglio Una campana nuova, fa' pensiero,

Che dua colpi i' dare' le nel berzaglio. Ma son le donne che fan da dovero, Ch'a questo suon né più né men s'avventano, Com'un villano ad un fico sampiero.

Né pensar che a sonar pigre diventano, Fin che 'l battaglio non scappucci, o esca Della campana, o le funi s'allentano. Ma come è verisimil, che rincresca

Sì ghiotta cosa e di tanto piacere, Che par che per dolcezza il fiato ci esca? Un suon, che 'l ghiotto ne lascia il tagliere, Lo studio il savio, il monaco la cella,

L'ufficio il prete, il dottore il dovere. Chi non impegnerebbe la gonnella, Per aver sempre in corpo quel contento D'un buon battaglio in mezzo alle budella?

Però stan volentier presso un convento Le donne, come a dir Santo Agostino, Ch'a ogni festicciuola vi dan drento: Ché quel sentir sonare a mattutino,

A terza, a sesta, la donna fa lieta, Più che tutti i piacer del Magnolino. E non è vecchia sì rancida e vieta, Che non s'intenerisca in su gli arnioni,

Se sente un scempio sonare a compieta. Io ho visto a' miei dì mille vecchioni Ringalluzzarsi tutti, pur vedendo Un battaglio per aria ciondoloni.

Ma perciò che l'andarmi ora avvolgendo Senza qualch'ordinuzzo, a mezzo Agosto Sarebbe a Siena il senno andar caendo; Però vo' farmi un pochin da discosto,

E mostrarvi le cose di più stima, Poi andar drieto al fin ch'io m'ho proposto. Dunque state avvertiti in prima in prima, Fin ch'io vi mostro tutto il naturale

Di quel fatto non mai più detto in rima. Le campane hanno intorno una cotale, Ritratta proprio com'una corona, Anzi è una corona al naturale.

Poi colà entro, ove 'l battaglio suona, V'è largo largo, e scuro scuro scuro, Com'entrar proprio nella Faltarona. Dico, ch'un italian forzuto e duro

Ottenne per lor mezzo una vittoria, Perché l'usò in cambio di tamburo: E per ridur questo fatto a memoria, Egli ordinò di farle incoronare;

ch' a Ficaruolo è stata questa storia; Come se a dir, che volesse lor fare Quella grillanda, acciò che le persone Le dovessino amare e riguardare.

Quei tre buchi fan gran confusione, Ch'ell'han nell'appiccagnolo; e nel vero Gli è passo inteso da poche persone. E quella openione ha più lo 'ntero,

Che come in tre il battaglio s'adopra Così tre buchi lor facesse il clero. Ma i' non vo' già io scoprir quest'opra, Con dir quai sien quei buchi, e 'n qual la fune

Manco si logri, e l'uomo manco scuopra. Basta che le campane del comune Suonano a fuoco, a raccolta, a martello, Al scemo, al tondo, al quadro delle lune.

Ecci anche da notare un colpo bello D'una ragion, che chiama a cena i frati, che si suona (dirieto col martello; E se voi siete mai in San Marco stati,

Al tempo che 'l parer più ch'esser buoni Vi faceva acquistare i magistrati, Ve n'è una nel chiostro penzoloni; E perché faccin questo, s'io nol dico,

La vostra Signoria me lo perdoni: Ché 'l voler un convento per nimico, Che sia uso su' pergami a gridare, Non è da consigliarne un vostro amico;

Senza che v'è su tanto da notare, Che a dirvi il vero, e' non me ne dà 'l cuore Potervene a mio senno sodisfare. Ben vi aprirò, perché quelle dell'ore

Si suonin da rovescio, o se fu fatto Per lor reputazione, o loro onore. Ch'io so ben, Signor mio, che non v'è patto, Ch'a drieto sempre van quei magistrati,

Che son da più o in potenzia o in atto. Va il Prior dietro a tutti gli altri frati: Non avete voi visto a processione A dreto a dreto andar sempre i prelati?

Questa fu adunque la vera cagione, Che fe' dietro il battaglio agli oriuoli, Che l'ir dinanzi ha men riputazione. Oltre che si dan dietro i tocchi soli

Da una banda, e puossi adagio e presto Batter i colpi come tu li vuoli. Nel mezzo non potrebbe avvenir questo, Ché come la campana entra in furore,

Non si può così dare i colpi a sesto. Questo è quel suon che tien liete le suore, E sopratutto quel sonare a messa Le fa venir tutte quante in fervore.

Io conobbi a Perugia una badessa, Che come l'occhio al campanaio voltava, La si sveniva in cella da per essa. Il padricciuol, che 'n ciel sonando andava,

Tanto sonò, sonò, che 'l poveretto Poco mancò che non si scorticava. Fan le campane i frati andare al letto, E se po' a mattutin gli fan levare,

Come credete, non l'hanno in dispetto. Perché questo l'aspetta la comare Nel porticale, o sotto il campanile, Che si vorre' fornir di confessare;

Quell'altro ha caro d'uscir del covile, Per rivedere in viso il fraticello, Che gli ha tolto a nutrir sotto il suo stile. Che 'l suon delle campane sia il più bello,

E 'l più dolce di tutti gli stromenti, Io credo avernel dipinto a pennello. Ma s'egli è antico, e se l'usar le genti, Che furo innanzi che Noè succiassi

Quel vin che trasse de' primi sermenti; Questo è bene un de' più profani passi, Che noi abbiamo ancor oggi tentato, E non è miga da uomini bassi.

Molti han già detto, che l'hanno trovato Tra gli stormenti di Nabuchesorre In guazzabuglio mezzo sotterrato. Questo nel cervel mio molto non corre,

Perché gli è suon da farsi manifesto, Se fusse ben 'n un fondo d'una torre. Io ho voluto trovar questo testo, Perch'ognun cerchi se l'antica gente

Conobbe questo suon, come fe' il resto; E che da sé a sé si ponga mente, Se al tempo nostro egli è stato trovato, O se fu pur in uso anticamente.

Questo è ben ver, ch'allor per ogni lato Non se ne vedeva una penzolare, E ch'un battaglio a dieci era un buondato. Vedete ora in Turchia com'usan fare

Quei gran bascià: così faceva allotta La gente tutta, e non credeva errare. Ma or la cosa altrimenti è ridotta, E son salite in più riputazione,

Che ogni chiesa una se n'ha condotta: E questo avien che la religione, Più che l'antica, assai si val di loro, Ond'elle sono in maggior divozione.

E però ordinò 'n un concistoro Un certo di quei buon papi all'antica Che non ci lavoraron di straforo, Che la campana sì si benedica,

Poi si battezzi, e se le ponga il nome, Prima che in campanil l'ufficio dica. Gli organi, ch'anco lor san sì ben come Si dica il vespro e le messe cantate,

Non hanno questo onor sopra le chiome; Ché le lor canne non son battezzate, Né nome ha l'una Pier,l'altra Maria, Com'hanno le campane prelibate.

Vorrei far fin, ma sento tuttavia Un battaglio di dietro dire:– Scrivi, Metti in rime sì dolce melodia. – Io che fo ancora i latin per gli attivi,

Me gli rivolto, e gli vorrei pur dire, Ch'io non vo' ancor declinar pe' passivi. Allor frugh'egli, quando io vo' disdire, Tal che m'è forza ubidir, s'io non voglio

D'un colpo di battaglio sbalordire; Ché ben sanno le muse, ch'io non soglio Girle cercando più col fuscellino, Per non gittar lor dietro l'opra e 'l foglio.

Non di men gli è poi il suon tanto divino, Ch'io do le spalle al buon battaglio, avenga Ch'io non abbi lo stil molto latino; E dico che se ci è verun che tenga

Le campane in dispregio, all'eccellenza De' campanili un pocolin si attenga: E se ci mette un miccin d'avvertenza, Ei vedrà, che né piffero né storta

Ebber mai cassa di tanta eccellenza. Di qualche cosa c'è la gente accorta, Poi che la fa lor dietro quella spesa, Ch'ogni campaniluzzo se ne porta.

Dirovvi cosa da non esser cresa, Che sono in Roma mille campanili, Che i preti entro vi spendon più che in chiesa. O campane più dolci e più gentili

Che i piffer, se bene han le bocche strette, Come facevon gli uomini sottili! Per vostro amor tant'opera si mette A fare i campanil, che acconci stanno

Con mille gale, e mille novellette. Voi dimostrate in qual mese dell'anno Son lunghi i giorni, e come il verno ancore Si fan piccini, e correndo sen vanno.

Pel vostro tentennar, per vostro amore, Il tempo si divide in mezzo e 'n quarti: Questo è il pianeta che distingue l'ore, E non è il sol, che 'n queste nostre parti

Sta solo il giorno, e come notte viene, Restiamo al buio come uomini da sarti. Ed anche il giorno bene spesso aviene Che i nugoli lo cuopron tuttoquanto:

Or va' e guarda allor che ora egli ene. E però volse Ser Francesco un canto, Togliendo alle campane il lor diritto, Per darne al sol sì falsamente il vanto.

Uh tristo a me, dove mi sono io fitto! Che se torna agli orecchi a' suo' amorevoli, Io non sarò sicur sino in Egitto. Ma dichino al lor mo' questi sazievoli,

Ché val più un tocco sol d'un buon battaglio, Che valli, e monti, e boschi ginestrevoli. Poeti, non m'attaccate un sonaglio, Con dir che spesso una rima medesima

Ripiglio, e 'n la grammatica m'abbaglio; Ch'io vel vo' dir, per non tenervi a cresima, Che 'n lodar le campane, o salde o fesse, Io non mi curo guastar la quaresima:

Ed anche quando ben disposto avesse Ad osservar le regole del Bembo, Sare' forza al battaglio m'arrendesse; E quante volte mel cacciasse in grembo,

Tante fare' a suo mo', cotal m'aggrada Sentir dar quei suoi tocchi per isghembo. E perch'io ero uscito della strada, Sarà buon che vi torni, ché la gente

Non dica ch'io non so dove mi vada. Ma fate che 'l mio dir tenghiate a mente, Insino a tanto ch'io v'arò insegnato, Come s'ha a fare a sonar dottamente

Vorrebbe il doppio durare un bondato, E nel principio esser menato adagio, Poi da sezzo tener più spessicato; Poi sul finir, far di nuovo a bell'agio,

Anzi in quel modo proprio sminuire, Che fa sonando a collegio il Palagio. O che smaccata dolcezza è sentire Un certo mormorio, che la campana

Suol fare appunto in sul bel del compire! Suonasi a vòto poi fra settimana Cert'ore stravaganti; ma bisogna Tacer, ché chi la guasta e chi la spiana.

Questo dirò, che chi non vuol vergogna, Gli è necessario che le funi meni, Cotal che duri il suon quanto altri agogna; Ché se a un tratto che 'n campanil vieni,

Tu compisci il sonar, poi te ne vai, Tu lasci i parrocchian di sdegno pieni: E se 'n questo le schiene atte non hai, Che quivi sta la forza del sonare,

Al cherico la briga lascerai; Ché questi cotalon lo posson fare, ch'hanno schienacce, che alle volte ho visto Le campane e le funi lor spezzare.

Con bocca anche sonar spesso s'è visto In Roma già da certe camiciare: E nota il modo ,ch'io non paia un tristo. Mettiamo caso, ch'un venga a sonare

'N un campanile, ove cinque ne siano, E tutte a cinque le voglia adoprare; Coi piè sen piglia due, e due con mano, La quinta poi si prende colla bocca,

E fassi un suono a cinque da cristiano. Ben sai che a pochi tanta forza imbocca Natura avara dei suo beni, e inoltre Tante campane per chiesa non tocca.

Suonasi questo suon sotto alle coltre, Però che 'l campanaio nel campanile Può far la nanna, e sonar mentre poltre: Di qui si vede se 'l suono è gentile,

E se lo fa con agio il sonatore, Da poi che lo può far sotto il covile. S'io vi dicessi che col culo ancore S'adopera il battaglio, e si rimena,

Voi pensereste forse a qualche errore; E pur si fa per schifar quella pena Di far con bocca, e rovinarsi i denti: Cosa, per dirne il ver, d'ingegno piena.

Che si piglia un baston lungo da venti In venticinque dita, e sì s'attacca Ai piè la fune, in mo' che non allenti; Poi vi si mette l'una e l'altra lacca

A seder sopra, la fune menando Dinanzi al corpo, e poi si suona a macca. Col culo in giù e 'n su ben dimenando, Con poco sconcio ne farai uscire

Il suono adagio e presto al tuo comando. Io vi potrei mille altre cose dire, E scoprirvi mille altri colibeti. Ma e' mi par pur tempo da finire;

Ch'a ciò ch'io manco suppliranno i preti, Che mettendo il battaglio alle campane di questi munister, tutti i segreti, Tutti, ch'un non ne manca, hanno alle mane.

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