Perch'io so, Varchi mio, che voi sapete Quanto sian fuor de' gangheri coloro Che non hanno notizia della sete; E ch'accozzato insieme ogni tesoro,
Che ci ha concesso l'umana natura, Che quella vince tutti quanti loro; Vi mando questa carta a dirittura, Acciò costà in Firenze, a ogni passo,
Lodiate questa nobil creatura. Gli è pur nell'aver sete un grande spasso; E quello è veramente un uom da bene, Che ha sete, e può ber per ogni chiasso.
Abbia un d'argento e d'òr le casse piene, Sia signor, mi fai dir, sin di Numidia, Sia sano sano, e dorma bene bene; Non gli abbiate per questo astio né invidia,
Che 'l porre il sommo bene in simil cosa, E, mi farete dire, una perfidia. Invidia abbiate a chi sempre ha nascosa Anzi attaccata la sete al palato,
Che 'n quella sola ogni ben si riposa. Ma voi m'avreste per ismemorato, Se io non vi rendessi la ragione Perch'io le son cotanto affezionato;
Ch'io vi conosco d'una condizione Che senza il quod, quid est, o 'l propter quia, Non date fede alle buone persone. Volgete dunque a me la fantasia,
Perch'io vi voglio ogni cosa provare Per marcia forza di filosofia. Dovete dunque sapere e notare, Che le cose, che son cagion del bene,
Più che 'l ben stesso si den tener care. Verbigrazia, cinque, asso, quattro e trene, Ti fan vincer duoi scudi: non a loro, Ma a' dadi sei sforzato voler bene;
Perché tu non potevi carpir l'oro, Né vincer, né giucar, né far covelle, Se non avessin voluto costoro. Ma conciossia che tra le belle belle,
E buone buone cose, e sane e liete, Sia la miglior l'immollar le mascelle, E che di ciò ne sia cagion la sete, Senza la quale il bevere è imperfetto;
La sete più che 'l ber lodar dovete. Diceva il Signor Prospero un bel detto, Per mostrar che la sete era divina, Lodando la cagion più che l'effetto:
Che 'l primo ber la sera o la mattina Dopo il popone, o dopo l'insalata, Stimava più che Civita Indivina; Che la natural sete, accompagnata
Dall'artificio di quelle vivande, Faceva la bevanda esser più grata. Bevendo un'acqua da lavar mutande, Disse Artaserse già questa parola,
Dopo una sete grande, grande, grande, Che più piacer di quella acquaccia sola Aveva avuto, che se un botticino Di trebbian gli passasse per la gola.
Aveva una gran sete il poverino Patito un pezzo, e vedevala quasi; Però gli parse l'acqua me' che 'l vino. Io vi potrei contar mill'altri casi,
S'io volessi le storie squadernare, Che voi ne rimmarreste persuasi. Ma che so io? Io non vorrei mostrare Far del maestro delle storie adesso,
Che le son tutte ridotte in volgare; E non ci è oste, e non ci è birro o messo, Che non sappia anche lui, che Cicerone Fu quasi quasi soldato ancor esso.
Basta ch'io v'ho mostrato per ragione, Per autori, e per essempli poi, Che io ho una buona opinione; E che la sete tratta tutti noi
Molto meglio che 'l Bugnola in Fiorenza Non usava trattar gli avventor suoi. Quest'uom vendeva la carne a credenza, E' debitori in sul desco scriveva,
Usandovi un'estrema diligenza: E tutti il venerdì poi gli radeva, O gli faceva radere al fattore, Quando 'l suo desco far bianco voleva.
Sare' la febbre cosa da signore Per quella estrema sete ch'ella ha seco, Se si potesse bere a tutte l'ore; O quei che stanno al governo con teco,
In luogo di giulebbo o di stillato, Ti dessin cotal volta un po' di greco! Però tra tutti gli altri è sciagurato E disonesto il mal della quartana,
Che to' la sete al povero ammalato. Questo sì ben, ch'è una cosa strana, Ed io lo so, che provai tanti mesi La febbre presso, e la sete lontana!
Sian benedetti i medici inghilesi, E i polacchi, e' tedeschi, che almanco E' sanno medicare in que' paesi. Com'uno ha mal, gli fanno alzare il fianco
Con un gran boccalaccio pien di vino, E in pochi giorni te lo rendon franco. Io conobbi un tedesco mio vicino, Che per una gran febbre ch'egli aveva,
Are' bevuto Ottobre a San Martino; Ed al maestro, che gli prometteva Levargli quella sete immediate, Poi della febbre curar lo voleva,
Rispose: – E' basta che voi mi leviate La febbre, ond'io ho tanta passione; Poi della sete a me il pensier lasciate. – E se saputo avesse il compagnone,
Che levata la febbre, in quello istante Se n'andava la sete al badalone, Are' cacciato il medico e l'astante, E voluto aver sete a lor dispetto.
O tedesco gentil, o uom galante! Avea 'l Moro de' Nobil gran rispetto A' baccegli, s'egli eran di quei buoni, Che dan sete la notte insin nel letto;
E volea male a' fichi badaloni; Ed ancor che sian dolci com'un mèle, E' gli teneva frutte da poltroni; E con ragione, alle sante guagnele!
Voler mangiar queste ficacce molle, Che ti levan la sete, è pur crudele. Le frutte, come dir, nate 'n un colle, Che non abbi vicin qualche pantano,
Se gli può comportare a chi le tolle: Ché le non fanno il bever così strano, Come mill'altre porcherie, che noi In bocca tutto 'l giorno ci mettiano.
Un fiorentin, che 'l conoscete voi, Ch'è ricco e litterato assai, nel vero, Ma non mi domandate il resto poi, Usava dir, che nel farsi un cristero
Era ogni suo piacer, perché quel die Are' bevuto un pozzo intero intero. Io non voglio un bel punto lasciar quie In favor delle lingue, le quai fanno
Venir più sete che le spezierie: E conosciuto ho molti che le danno Innanzi a' soppressati e salsicciotti, Tanto piacer drento trovato v'hanno.
In somma, io truovo che gli uomini dotti Voglion le pesche, perché le dan sete; E sopra tutto i preti ne son ghiotti, Ch'han buona entrata, come voi sapete.
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