O lagrime, del mio giusto dolore Fide compagne; o caldi alti sospiri, De' travagli del cor veri messaggi; O giusto sdegno giustamente accolto
Nel giusto petto mio per giusto moto; Datemi tregua almen, se darmi pace O non potete o non volete, insino Ch'entro a gli orecchi de' pietosi amanti
E delle molli giovinette io possa Poner la grieve ingiuria e 'l torto grande, Che contro un giusto ardir d'un giusto amante Commesse non ha guar Giustizia ingiusta,
Con tanta empietà, sì ingiustamente, Che chi ne fu cagion forse n'è gramo: E la Giustizia, dell'error suo poscia Accortasi, pentita, a' piei si pose
Della tardi ben spesso, anzi per forza Mai sempre conosciuta Penitenza; Ma da lei, come il suo demerto volse, Con torte ciglia fu raccolta, e poi
Dalle sue mura discacciata, in guisa Ch'ella non s'è poi ardita tra 'l bel coro Porsi delle virtù, non pur regina, Non pur compagna, ma ministra e serva:
Anzi da lor sbandita, anzi sforzata Di cercar nuova sede e nuovo albergo, È ita errando in varie parti, insino Che Crudeltà, che pria solea aborrirla,
Ed ella lei, l'ha dato luogo dentro Ai penetral del suo sozzo palagio. O nuovo caso, al prisco secol raro Udito, a questo nostro insino adesso
Non pur passato ai termin del pensiero. Adesso adunque la Giustizia ingiusta, Dalla Clemenzia scompagnata, in grembo Di Crudeltà si siede; ivi ministra
Non più di Giove ma dell'empie Furie Posa dolente, battendosi l'anca. Dunque Giustizia è delle Furie ancella? E la cagion vi si palesa adesso.
Nella bella Partenope, ch'un nido Fu già di cortesie d'Amore un seggio, Di gentilezze un porto, una campagna Di vera gloria, un cumul di trofei,
Fatta fu legge, e gridata in l'orecchie Del suo popol gentil (né la cagione So io, che mosse quel prudente Sire, Che in vece del lor Re governa il Regno,
A sì severo editto); che chiunqne (Senza che grado o alto o basso esente Alcun facesse) ritrovato fusse Allor che Febo alla sorella cede,
E dà luogo al chiaror dell'altre stelle, Con scala, o delle selve uscita, o colle Fila di forte canape intessuta, O con la bava così cara, in cui
Si chiude e muore il verme, il qual pascendo Quelle pietose frondi, che già videro La babilonia Tisbe darsi morte (O Amor, come fai troppo sovente
Un vero, un fido, un lungo, un servir dolce Di due felici amanti premiare Con un'acerba e violenta fine! Come ben mostra il tragico tumulto,
Che vergar tento in le mie carte adesso); Laonde io torno a dir, come la grida Dicea, che ognun che nella oscura notte Con scala qual si sia trovato fusse,
Perda la cara luce, e che 'l coltello Al gentiluom la tolga, al vil la forca. Non vi andò guari dopo il crudo editto, Ch'un giovane, i cui anni a pena avieno
Nelle morbide guance una lanugine Posta, non altrimenti che far soglia Al pomo che Cidippe mise in pianto, Il buon Settembre, allor quando e' lo tinse
Sì vagamente col color dell'oro, Che chi lo mira ben lo scorge a pena; Un giovin, che ciascun mettea in contesa Chi de' duo, l'alma o 'l corpo maggior lume
Con la beltà spargesse, o se del sangue La chiarezza a lui desse maggior lampa, O per lui ella, e per le sue bell'opre Più chiara e più gentil si dimostrasse:
Ma terminò sì bella lite tosto L'invitto ardir, la viva fede, il saldo Pensier di non macchiar l'altrui bianchezza Per la salute propria, o per suo scampo,
Con mille altre virtù che 'n lui splendeano; Mostrando, che se 'l corpo suo era bello (Ch'ugual non avea alcun, non che maggiore, Nella gentil Partenope in quel tempo),
Che l'animo a gran lunga il trapassava. Questi adunque uno oggetto, un segno, un scopo Delle cure amorose, avendo in preda D'una dama gentile il cor suo dato;
D'una che 'n gli occhi suoi portava Amore, E nel candido sen nutria beltade, E spirava le Grazie con la bocca, E seco avea vaghezza e leggiadria:
E se come con lei sempre eran queste, Vi fusse stata ancor la cortesia, Non aveniva quel ch'avenne forse. Dico così, perch'allor che mestiero
V'era di lei, ella da sé lo spinse, Anzi addosso serrolli la finestra. Ebbe adunque l'amante giovinetto Dalla sua cara o cenno o messaggiero
Che seco fusse quella notte, quando Forniva il dì ch'a Roma il popol pio Celebra al monte Esquilio la memoria Di quella neve che nel tempo estivo
Segnò del sacro tempio la gran pianta, Ch'a Maria dedicar gli antichi padri. Ond'ei sopra una scala, ove salito Era altra volta, a lei lieto sen venne;
E poi che l'ebbe in le sue braccia stretta Tenuta un pezzo, e giunto bocca a bocca, E passaron dell'uno in l'altro corpo L'anime mille volte de' duo amanti,
E con quella dolcezza e quel contento, Che se vi morien dentro era la morte Vie più bella e più dolce che la vita Di chi vive lontan dalla sua vita,
Come fa or ch'intesse questi versi; Poi ch'ebber luogo avuto i dolci affetti Fra' cari amanti, essendo già vicina L'ora che 'l giovincel dovea partire
Dalla sua donna, promettendo in breve Ritornarsen da lei per rivederla, Per riunirsi, rintrecciarsi, intessersi Con l'alma sua, col core e con lui stesso,
Quelle lagrime ch'ella si bevea, Mentre ei beve le sue, con quell'ardore Che chi è stato a simil termin mai Lo può considerar me' ch'io ridire;
Da lei tolto comiato, e nell'uscire Della zambra ministra al suo diletto, Percosse il destro piede entro la soglia. Onde del mal futur fatto presago,
Rivolto al ciel col cor, diceva: – Amore, Deh rendi van con le tue grazie questo Infortunato augurio, ch'or m'ha posto Un non so che nel cor, che par che dica
– Saziaten'or, o 'ndugia la partita, Fin che si stenda un laccio, che minaccia Legarti in grembo a morte –,eh! dammi aiuto, Amor, ch'io temo, e non so quel ch'io tema. –
Pur non di meno alfin ripreso ardire, Ed incolpando questa sua credenza, Svelse del sen della sua cara amica La man sinistra; e fu per forza quasi,
Perch'ella la stringea tutta pietosa Fra i suoi due crudi pomi e fra la neve, Senza vedere il futuro accidente; Ch'avvienci spesso, che 'l genio ne mostri
Con taciti messaggi il mal che segue: Ma noi siam troppo ciechi e troppo sordi. Laonde il semplicel, senza più oltre Pensar, sen venne alla finestra, donde
Egli era entrato, e su vi pose il piede; La quale in una strada rispondeva Publica, più che non fa di mestiero A simil casi; e montò su la scala.
E già sarebbe arrivato in la strada, E dalla giovin già sarebbe accolta Stata la fune, e già posta in sicuro; Già sarebbe egli in casa, ed ella in letto
Lieta e contenta con la sua nutrice De' passati piacer ragionerebbe; Se non ch'un nuovo dispiacer, che il preme Più che l'usato, nel lasciar partendo
La bella amata sua lo facea pigro: Ché mentre lo infelice muove il piede, Il pensier lo fa lento, e sforza l'occhio A ricercar del suo lasciato obietto;
E l'occhio tarda il core, il core il piede Fa pigro, anzi lo lega in su la scala: Laonde appena in spazio di mezz'ora La metà fatta avea del suo viaggio.
In questo, tutte le guardie notturne All'improviso li furono intorno: Che i due guardian, ch'a piè s'avea lasciati, Per sicurtà di ciò che avenir puote
In simil casi, come chi sapeva Quel che vaglia Fortuna, e come spesso La si attraversi a' contenti d'Amore; Come devean, non li diero quel segno
Ch'eran rimasti, anzi fuggiron subito. Codardi, e perch'avete più riguardo Alla propria salute, ch'allo scampo Di colui, che sicur sotto la fede
Vostra viveva? O mal servata fede, O fede, o fede, ove sei oggi, o fede? Ma così spesso aviene a chi commette La sua salute in man della vil fede.
Né prima vide il giovin farsi cerchio La temeraria vil turba importuna, Ch'ei volse in su voltar subito il piede, Non veggendo altro scampo allor di quello
Più secur, né miglior; ma la fanciulla Più da temenza che da amor sospinta, Gli chiuse addosso, aimè, quella finestra, Che poc'anzi gli aperse tanto allegra.
O leggier giovinetta, or non è questo Colui che poco fa t'era sì caro? Non è questo il tuo bene, il tuo riposo, L'anima tua, il cor tuo, la vita tua?
La tua fe', la tua speme, l'amor tuo? Non è questo il tuo Lucio? Egli è pur desso: Quel che strignevi or or nelle tue braccia, Senza volerle allentar, non ch'aprire,
Acciò che non partisse da te mai, Né ti lasciasse sconsolata e sola; Non ti bastando l'animo soffrire Di viver senza lui pur un sol punto.
Or non ti sentiv'io, che tu dicevi: – Io ne vo' venir teco? – e se non ch'egli Vi promise tornar la prima notte, Tu non volevi e' partisse; or che torna,
E che ti serva l'impromessa fede, Più tosto ch'ei non disse, e tu li chiudi L'entrata, ahi cruda! Egli è pur il tuo caro, Gli è pur l'amante tuo, gli è un che cerca
Fuggir la morte in sen della sua vita. Non gliel chiuder adunque, aprili il core, Aprili ambo l'orecchie, odil che dice Tutto pien di pallor queste parole:
– O degli affanni miei sicura aita, O de' travagli miei saldo refugio, O guiderdone, o palma, o gloria, onore Di tutte l'amorose mie fatiche,
O fine, o termin d'ogni mio pensiero; Perché mi chiudi tu testé quel passo, Ch'aperto m'hai già tante e tante volte, Allor che men mi bisognava? O core,
Deh aprimi la via d'ire alla vita Di chi sol vive, sente, vive, e more, Sente, more, e morir gli è forza ovunque. Tu turi il calle del vital suo lume.
Io son l'amante tuo, Lucio tuo dolce; Non mi conosci? Ahi cieca, io son pur desso; Non conosci la voce, che pur ora Ti sonava sì dolce entro alli orecchi,
Ch'ogni altro suon fuor di quel t'era a schivo? Ma forse il tuo tremar, che dalla tema Del gran pericol nasce, ti fa dubbia, Che la sia la mia voce, e pur è dessa.
Cor caro, ell'è la voce del tuo Lucio; L'è essa, vita dolce, odila adunque, Se ben la senti in così meste note Spiegar, mercé del pericol vicino.
O vita mia, io ho dietro la morte, La qual mi giungerà, se tu non m'apri Quel passo, ov'è serrata la mia vita. Apri, sorda, gli orecchi a quella voce,
Che t'aprì il core non mezz'ora a pena: Ché se non gli apri tu, che sei sua vita, Questa fune aprirà, ch'è la sua morte. O sorda, o cieca, o ingrata, e fie pur vero
Ch'amor di donna piglia termin tosto, E che pietà si spenga in poco spazio, In un cor feminil, com'io prov'ora? Qual sdegno in un voltar d'occhio ha potuto
Sverti dal cor sì ben impresso amore? M'hai di vista perduto a pena poi Che tu dicevi che m'amavi tanto? Che per seguirmi, ed esser meco sempre,
Volevi esporti ad ogni gran periglio, Abbandonare i domestici affetti, L'oro e le perle, e l'altre tue ricchezze, E tutto quel che da gli antichi padri
Ti fu lasciato; e ch'a dir fu più greve, Il caro onore? Oimè perché sì tosto Hai cangiato voler? Dunque è pur vero Quel ch'io sempre negai, che sì mutabile
Sia 'l muliebre cor sempre e sì vario? O sorda, o sorda, orsù poi che la vita Non m'ode, discendiam, ché m'udrà morte. – Così dicea, mentre s'ode in l'orecchie
Una voce crudel, che lo minaccia Di farlo giù tomar, se non discende: Ond'ei senza più dir, venuto a terra, Fu da lor preso, e con la scala in seno,
Indice dell'error, messo in prigione. Il Reggente, che in Napoli è preposto All'essequir le criminal quistioni, Subito inteso il miserando caso,
Montò sopra un veloce palafreno, E presentossi inanzi all'Eccellenza Di quel signor che pel gran Carlo il Quinto Regge il bel Regno, con gran pace, e grande
Satisfazion di tutti: e ben ch'adesso Io nol posso lodar, ch'Amor non vuole, Né mel consente il crudel caso (ond'io Lui prego e la sua figlia, mia Signora,
Che mi perdonin; ché ci fia ben tempo A spiegar i miei versi, ben che rozzi, Ne gli ampi campi delle lor gran lode); Il severo Signor, dunque, com'ebbe
Udito il caso, diede ordin a quanto Devea seguire; e per chiuder il calle Alle preci, ai favori, alla pietate, Senza più indugio montato a cavallo,
Se n'andò, come per via di diporto, Lontan circa due leghe dalla terra, Fra le ruine del vecchio Pozzuolo. La mattina seguente, che fu 'l giorno
Che suscitò da morte il Verbo eterno, Ebbe il Reggente al suo conspetto tutti I giudici, e color che 'n Vicaria (Così si dice là) voce hanno, e a tutti
Fe' noto il fatto, e diede lor la copia Del fiero bando ch'io vi dissi sopra; E con questo l'esamina, u' 'l delitto Del giovin confessato era raffermo:
Salvo che chi fur quei che lo guardavano, O che 'l dovean guardar, per più ver dire, Né perché in quella scala era salito, Mai dir non volse; ma con saldo e fermo
Volto diede in suo danno quelle scuse, Che potesser salvar la fama a quella Che non gli avea, col serrar la finestra, Voluto poco fa salvar la vita.
Ma invan fu il pietoso atto, ché tal grido Avevan dato già le sue belle opre, Ch'alcun di buon giudicio creder debba Ch'altro ch'Amor lo possa aver indotto
Ad atto, onde virtù fuggita fusse. Poi ch'ebbe presentato tutto quello Ch'io v'ho già detto il Reggente al consiglio, Ei gli richiese di sentenzia; ed essi,
Mossi a pietà del poverel, cercarono Modo di prolungar la fiera impresa. Ma chi, se ben di pietra o di diamante Avesse avuto il core, udendo il caso,
La cagione, lo autor, la fretta, il danno, Non fora divenuto molle cera? Onde per aiutarlo almen col tempo, Risposer tutti, che nel giorno sacro,
Nel qual la vita superò la morte, Non parea onesto dare una sentenzia Di cosa che pendesse in pregiudizio Dell'altrui vita: sanza ch'ei pareva
Che 'l nuovo caso ricercasse al meno Tre giorni o quattro, acciò con più chiarezza, Con più maturo e più saldo giudizio, Ei si potesse terminar l'impresa.
Avria forse il Reggente acconsentito Al chiesto spazio da' pietosi padri; Se non ch'un mostro, assai vie più crudele Che tigre, a cui furati fur i figli
Poc'anzi nati, e che ne va cercando; Colui che, procurando il dritto al fisco, Vien spesso vago dell'altrui ruina, Senza util, senza onor del suo Signore,
Com'io già vidi mille volte in Roma, Con fiera voce non avesse detto: – Ch'accade più consigli, o buon Reggente, O metter tempo alla sentenzia in mezzo?
Abbia suo luogo il bando, e il tempo e 'l spazio Con lor mentite larve non disturbino Alla giustizia il destinato corso. – E con un impio volto, protestando
Non so che pregiudizi, o che sue pene, Con parole ampullose e pien di vento, Forzò il senato ad esequir il bando. Né pria fu fatto il decreto impio e crudo,
Che si vide levar su in alto un palco Nel loco u' fece il fallo il poverello, Se voi chiamate fallo andar cercando Il suo core entro al sen della sua donna,
Il di lei riportandole, e con scala E non con l'ale andar dov'altri il chiama. Ma così piace al cielo. Onde in un tratto Per la città s'udì quasi ch'urlare
L'orrendo suon della tremenda tromba, Quel crudel suon, che sempre è 'l primo cenno Di violenta morte in la vil gente; Come colei che ben mostrar cercava
Con quella mesta e spaventevol voce, Che 'l suo metallo men duro è che 'l core Dei mai ministri dell'empia giustizia, E quanto le rincresca della morte
Del poverello amante in sul fiorire Del suo bel primo aprile, in sul far frutto. Non altrimenti mosse a tutti il core Nella mesta Partenope il fier urlo
Della piatosa tromba ad un terrore, A una nuova pietà, a un disusato Dolor, ad un pensier dubbioso e vano Di tentar e per forza e per virtute
D'impedir sì repente e stran decreto; Che fa il medesmo suon, allor che dentro A debil mura un popol poco ardito Rinchiuso dai nemici, aspetta il primo
Assalto; che col suon di quella tromba Sente fuoco, prigion, ruina e morte: E pur vorria cercar la sua salute, E non sa dove, e quanto più vi pensa,
Tanto men truova ove fondi il pensiero. Così la nobiltà partenopea, Così i buon cittadin, così i mercanti, Così la turba vil d'ogni nazione,
D'ogni ordin, d'ogni etade e d'ogni sesso, Dal dolor abbattuta si vedea Correr chi qua chi là, senza sapere Ch'oprar volesse; e pur oprar volea.
Questi percuote insieme ambo le palme, Ed alza il volto al ciel, poi 'l ferma in terra; Quel s'asciuga le tempie, ch'un sudore Freddo li bagna; l'altro è come un sasso,
E duro, e senza moto, e senza senso; Un corre a casa a raccontarlo a' suoi; Altri desta la figlia, e gliel fa noto, Non senza morso dell'amante, e dice:
– Impara da costei, figliuola cara. – Non di men pur l'incresce del garzone. Molti dicevan: – Se mi fusse frate, Io farei, io direi; – e con la mente
Non manca chi lo tolga alla famiglia, Né chi ruini, tagli, frappi, ammazzi E questo e quello, e rimuti le leggi, Annulli il bando, e danni l'architetto,
E renda il poverel salvo e sicuro, Se le parole uguali a' fatti fussero; Chi bestemmia il Reggente, e chi 'l Fiscale Giudica degno insin d'aver il foco
Intorno all'uscio: e già con quel pensiero, Preso in mente un fastel, v'attacca il foco. Certi, per altro forse men contenti, Dolendo lor più alto e più addentro,
Sfogando l'ira lor con questa scusa, Si fanno rei di più severa pena; Ma questo il taccio, perch'è ben tacerlo. Così mentre ch'attonita e confusa
Era la gente, e che 'l volgo è diviso In vari studi, e che 'l giovine in mezzo A' fier ministri a pietà muove i sassi; Un molto accorto, ed amico del giusto,
Come zelante del culto divino (Ma altro culto il preme, ed altro zelo), Al maggior sacerdote va volando, E che subito mandi il persuade
Un protesto al Reggente, che 'n quel giorno Ch'è consecrato alle lode d'Iddio, Non lo macchi col sangue del meschino. Un altro in quel si ricorda del santo
Consiglio che dicean di Santa Chiara, Che già fu in tanto pregio in quel gran Regno: Che non si potea dare esecuzione A simil cose, s'entro a quel collegio
Non se ne fea parola. Or questi adunque Operò in guisa, che 'l detto Consiglio Si ragunasse subito, e per parte Lor sì facesse intender al Reggente,
Che non mandasse il mal decreto avante, Se pria non era a lor proposto il caso, Secondo che volean gli ordini antichi. Ma il Reggente crudel, più presto in questo
Ruina che Reggente, pien di sdegno Risponde: – Io non conosco altro signore, Che la gran Maestà di Carlo il grande, E quel che in vece sua governa il Regno: –
E senza più, affretta l'ordin dato. Eccoti in questo mezzo in un momento Di duchi e gran baron farsi una schiera Sì ricca e sì gentil, ch'io me la taccio,
Per non saperne dir quanto la merta; In compagnia de' quai sen gia grandezza D'animo dall'un canto, e 'l favor dolce Di fortuna gonfiato dall'altro era;
Che spargevan di fuori uno splendore, Col sangue antico, e con gli aviti scettri, Che fean parer ogni opra lor più bella: E fu pietà lor guida, e la speranza
Dinanzi al tron del Prince gli condusse; Il qual non so che cagion sel movesse; Sall'egli, e sall'Iddio; basta che indarno Sparser le preci, e che smarriti e mesti
Se ne tornaro, e le lor guide altrove Giro a tentar al giovin qualch'aiuto; Ed alla gran madama di Salerno Sen venner tutt'a due quasi volando.
La quale, avenga che poco bisogno Avesse del lor spron (ché cortesia, Sua domestica ancilla, anzi ch'adesso L'aveva indotta a far la pietosa opra);
Dieci altre nobil donne insieme accolse, Che di beltà, ricchezza, stato e pregio Non hanno in quel bel regno forse uguali; Le quai, fatto apprestar ricche carrette,
Con quella compagnia che conveniasi A sì gran nobiltade e tanto grado, Se ne preser la via verso Pozzuolo. Né muove sì veloce il vil corriero
Per mercenario prezzo il suo cavallo, Come le belle donne, stimolate Dalla nuova pietà, spiegar le briglie A' ricchi palafren, per giunger tosto
Dinanzi al gran Signor, come le fero; Sperando, come inver sperar doveano, Per guiderdon della lor cortesia, Aver del giovincel la vita almanco.
Ma invan la nuova pieta, invan la speme Fer lor la scorta, e fur l'orecchie chiuse Del buon Signor alle lor preci, all'arte, Alle blandizie, alle lusinghe, a tutte
Quelle cagion che le dovieno aprire; Con quelle scuse non di men, con quelle Parole, che paresse là com'era, Ch'alta cagion glie le tenesse chiuse.
Né fu 'l negar senza gran sdegno, o senza Un'alta indignazion, alto rancore Della beltà superba, a impetrar usa Ciò che la chiede, anzi ciò che l'accenna.
O beltà, che solevi ir sì gonfiata De' tuoi caduchi fior, del breve odore, E sì di te presumer, che pensavi Avere i Regi e i Regni sotto ai piedi,
Ed a tuo senno muoverli e fermarli, Come Anton provò già per Cleopatra; Ecco ch'adesso il severo Signore Conosce pur tua vanitate in parte,
E tal ti rende omaggio, qual conviensi Alle vili opre tue, ai steril fiori; E ben che avessi teco come ancille Quelle compagne a cui servir devresti,
Se ben ti fan parer sempre più bella; Tornasti non di men sbattuta e vinta Così vilmente, ch'io non veggio come Possa più ardir di dimostrarti al vulgo.
Hai tu mai visto una madre pietosa Sospesa star, mentre attende se 'l figlio, Ch'era in campo alle man col suo nimico, Debba perire, o restar vincitore,
Ch'in quel dubbio ha la nuova ch'egli è morto; Ch'in guisa è sopragiunta dal dolore, Ch'ella chiude alle lagrime la via? Cotal il popol tutto, ch'aspettava
Prospero fin della lodevol opra Delle gentil madame ch'io vi dissi, Divenne, udendo che 'l Signor vuol pure Che si esequisca quanto era ordinato.
Scontransi dui, e guardansi l'un l'altro, E tacciono; un di loro alza la fronte, L'altro l'abbassa, e non sa che si voglia, E pur vorrebbe: e la Giustizia in tanto,
Messisi in piede i tragici coturni, Sollecita al venir la cruda morte. Giunse la nuova al miserando padre, Che 'l suo figliuolo al fin pur dee morire,
Fin qui nutrito in un vano sperare; Onde fatto venir tosto un cavallo, Senza pigliar gli spron, senza 'l mantello, Vi vuol montar; ma sì 'l dolor lo stringe,
Ch'ei cade in terra, e quanto più s'affretta, Tanto men viengli fatto di salirvi; Ch'or lo staffil si rompe, or la pianella Li cade, ora è la cigna troppo lenta;
E dopo molti affanni alfin montato, Com'ei tira la briglia, ella si tronca. Vannogli intorno scinte e scapigliate Sette giovin sue figlie, al garzon suore;
Stride in mezzo di lor l'afflitta madre; Empion di muglia l'aere i parenti; Gli amici tutti, la famiglia tutta Piangono: ond'io all'incendio di Troia
Non credo fusse il mirar sì crudele Fra cento nuore, fra cento figliuoli, Il vecchio Re rivolto in tanto sangue. Questo fu 'l fiero spettacol che mosse
La città tutta, sì ch'entro non v'ebbe Pietra, non ch'uom, che non mostrasse in parte La conceputa doglia e 'l grande sdegno. Fra tanti pianti adunque e tante strida,
E fra tant'urla e fra tante querele, Si parte il miser vecchio; e non par vecchio, In modo giunge al gran Signore in breve: E postoseli inanzi genuflesso,
Dopo un lungo sospir, dopo un gran pianto, Appena poté dir queste parole: – Benigno Prence, anzi piatoso padre, So ben che intendi il filiale amore
Per vera pruova, e l'hai dimostro in guisa, Ch'io ho preso ora ardir, non li corti anni Della mia vecchia età raccomandarti, Ma i teneri e gli acerbi del mio figlio.
E perch'io so che 'l suo folle ardimento Entro a gli orecchi tuoi grida vendetta, Ed è reo della morte, avendo a' tuoi Editti, alle tue leggi contrafatto;
Ecco la testa mia deposta in vece Di quella del mio figlio: or dunque prendila, Ponla sotto al coltel, sazia con essa L'impronta brama del severo bando;
Lava col sangue del pietoso padre La macchia che i pochi anni e 'l troppo amore Feron contrarre al figlio, non gli dando Loco a poter considerare il dritto.
Sempre avien che s'un cieco un cieco guida, Ch'ambo duoi caschin. Né negar mi puoi Quel ch'io domando con dir replicando, Ch'io non son io quel ch'ho fallito: io sono;
Ché così vuol la legge, e cerca 'l giusto, Che 'l padre e 'l figlio una cosa medesma Sien riputati; ond'io son lui, ed egli È me; e se fallisce, ed io fallo,
E s'io moro, e' si muor, s'ei muore, e io moro. Ed oltre a questo, ciò ch'acquista il figlio, Non l'acquist'egli al padre? Il mio figliuolo, Contro allo editto la scala portando,
S'ha acquistata la pena della morte: Dunque ei l'acquista a me, dunque ell'è mia, Ed io la vo' per me; e vuol la legge Ch'io l'abbia; e tu, Signor, non puoi impedirmi,
Che ci sei dal Re nostro e nostro Sire Dato in ministro delle sante leggi. Vorrei pur dir, ma le lagrime pie Impediscon la via delle parole,
E l'accolto dolor nel mesto petto Allarga in guisa la via de' sospiri, Ch'io non posso parlar; ma basti questo, Ch'io vo' portar la pena del mio figlio. –
Così, tacendo, senza senso in terra Cadde il misero padre; onde il Signore, Non senza gran pietà da sé il fe' tòrre. O che e' fusse il vecchion che lo crollasse
Del suo saldo pensiero, o chi di poi Venne a pregarlo, o fussero ambi insieme; Ei pur cangiò la lunga ostinazione: Tal che Morte fuggita si sarebbe,
Se Crudeltà non trovava l'incontro, Che voi poco più basso intenderete. Ma io torno ora al gran Signor, dicendo, Che ben propizie ed amiche li furo
Le sante Muse nell'impor de' nomi A' suoi buon figli; che inanzi agli effetti Gli fer veder nell'informe cagione Quel che devea seguire, e lo spiraro
Con la prudenza lor, ch'ei nominasse La bella figlia sua, d'Etruria onore, Con quel nome gentil di Leonora; Ch'ella l'onore onora, e l'onor lei:
Ella al consorte suo procaccia onore, E 'l gran consorte suo lei onora, come A sì onorata donna si conviene; E mertan le virtù con ch'ella è saggia.
E chiede la beltà con ch'ella è bella, E quelli onor che fan ch'ognun lei onora. Così Grazia chiamasti l'altro figlio, Perché le Grazie in formarlo, in nutrirlo,
In renderlo gentil, mostrarlo saggio, In farlo grato a chi gli parla o 'l mira, Sparsero il favor lor sì gratamente, Ch'ogni altro nome mal si convenia,
Che Grazia, a uno alunno delle Grazie. Questo giovine adunque grazioso, Mosso a pietà del miserabil caso, Da tutti gli altri disperato omai,
Disse: – Io vo' pur cercar se far ci posso Opera di me degna e del mio nome. Che danno potrà far, tentar aiuto Per un amante, e sperar in suo padre?
Udito ho dir, che nelle dure imprese Fu mai sempre da grandi aver voluto: S'i' otterrò la grazia, avrò ben fatto, Se non, sarà pur ben l'aver voluto –.
Così disse, ed avendo seco insieme La reverenzia e 'l figlial timore, Si condusse dinanzi al suo buon padre; E con quelle parole e quelli affetti,
Che li mostra pietà, che le natie Virtù gl'insegnan, la bontade avita Li detta, che li porgon quelle Grazie, Che lo nutriron, lo pregò, lo strinse,
Lo forzò quasi: onde l'ostinazione Si crollò pure, anzi si svelse in parte; E dopo un gran tacer, come svegliato Da lungo sonno, queste sol parole,
Rispose: – Abbia la grazia della vita; Con questo inteso, che l'offesa parte Ne sia contenta; – e senza più si tacque. Torna sì come dee Grazia contento
Per l'ottenuta grazia. Ecco mutarsi Il popol tutto alla buona novella; Ecco che la speranza in nuove gemme Apre la scorza, e pullula il gran tronco
Nuovi rampolli; ecco l'afflitta gente Già rider tutta, e farsi festa insieme. Già la famiglia vil ritorna indietro, Già è ridotto il giovin nel palazzo,
Già è rimosso il tragico apparato; E chi pensa esser buon, si mette in mezzo Per accordar, come volea il Signore, L'offesa parte; e già si fan parole
Per gli amici più saggi e più prudenti: E soprattutto piace ai buoni e saggi Che l'amoroso fallo emenda pigli Col giogo marital; e la speranza
Oltre alle fronde va crescendo i fiori, Anzi par che l'alleghi già de' frutti. Quando la Crudeltade, a cui parea Rimaner vinta, se seguiva inanzi
Il santo accordo, a sé chiamando subito La sua sorella (quella che col pomo Commosse Europa già sozzopra e l'Asia; Che tra i cultor della cristiana legge,
Cultori in nome, in opre chi nol vede? Andava alcune spine seminando Entro ai lor campi, acciò la crndel falce Del fiero mietitor dell'Oriente
Le svelga, non le mieta, anzi le sbarbi: O Cristo, omai il tuo gran converso è in loglio); E fra lor due d'accordo, e insieme unite Dierono il modo, e seguinne l'effetto,
Che la Pietade restasse schernita. Così misero in cuor d'un Lionardo, Non zio, come ognun vuol, della fanciulla, Ma suo nimico, e nimico a se stesso,
All'onor suo contrario, ed al dovere, Adverso di Pietà, crudel rebelle, Veramente leone, anzi più tosto Un alpestre orso, anzi una nuova Aletto;
Misergli adunque in core le due inique Ch'ei cercasse col sangue e col supplizio Del giovin ricovrar l'onor perduto. Ma ben perduto l'hai, mostrando il fiero,
Il crudo animo tuo contro alla giusta Voglia di tutto il popol! Che farai, Scempio, testé di questa tua nipote? Chi la vorrà per sposa, anzi per serva,
Poi che tu stesso hai gridato il suo fallo? Che pria fallo non era; e se pur era, Qual altro miglior modo si potea Trovar, per ricoprirlo, o darli emenda?
Stette alla fin lo scempio ognor più duro, Né porse mai l'orecchie a quei che 'l giusto E l'onorevol li persuadevano, I parenti più stretti, i cari amici;
E la tenera giovin, che tacendo Da pietà, da timor, da amor confusa, Del zio voleva intepidir lo sdegno. Ma se alle mute preci aggiunto avesse,
Come già fe' la pia Barda in Fiorenza, Un ardir vivo, un coraggioso zelo, E tutta amor, fuor di sua casa usciva, A dispetto d'ognun che l'impedisse,
E piangendo e battendosi la fronte, E stracciandosi crin, con ferine urla Fusse andata a trovar il caro amante, Gridato al vulgo, al Reggente, al Signore:
– Datemi il mio consorte, quel che 'l Cielo M'ha dato, voi non mel potete tòrre: Io gli porsi la scala, io lo chiamai, Io fui quella ch'apersi la finestra
Al mio consorte; e voi tòr mel volete? Io son la parte offesa in questo caso, Che perdo la mia vita, il mio sostegno; Non il mio crudel zio. Ch'ha ei che fare
Di me? Io son signor del corpo mio: Possol dare a chi io voglio, e dollo a lui. Io son la parte offesa; io non mi tengo; E s'io pur fussi offesa, io son contenta,
Io son d'accordo: che n'ha a far quel crudo Mostro? Che voi pur dite che mi è zio, Ma falsamente: s'ei mi fusse stato Quel che voi dite, e con paterno affetto
M'avesse copulata a degno sposo, Allor ch'ei vide che l'età il chiedeva, Questo il sa Iddio, ch'io non fora stata osa Prendermen un senza sua volontade.
Ma e' fu sempre un aspide, una vipra. Dunque son io l'offesa parte, e sono D'accordo: adunque campate il mio sposo; O a me in luogo suo date la morte,
Che li diedi la scala, e che 'l chiamai. – S'ell'andava al Signor con queste o simili Parole, come ben le detta Amore, Accompagnata da quei moti, e quegli
Sospir, da quelle lagrime, da quelle Strida, che in petto pon giusto dolore, E l'ira insegna e dimostra lo sdegno, Chi gliel potea negar? Che direm poi
Ch'ella nol fece? Ch'ella non l'amasse? Tolgalo Iddio; ma terrem ben per fermo, Che tutto fu per volontà de' Fati, E per lor ordin. Rimanendo adunque
Senza conclusion l'accordo, e 'l crudo Zio divenendo ognor più fiero e strano, Venne dal (diroll'io? Io 'l dirò pure; Deh perdona al dolor mio questa volta,
Saggio vecchion!), dal crudel Signor venne Dintorno le tre or' questa imbasciata, Che Crudeltà restasse vincitrice; Onde il giovin morisse: e la mattina
Di nuovo comparì la fiera pompa Del tragico apparato, e la Giustizia Di nuovo a' piedi si mise i coturni, E di nuovo cangiar si vide il volto
Alle pietose genti, anzi tornare In più grave travaglio, in maggior doglia; Come quei, che vedean quella speranza Torsi di man, che vi avien già sì stretta.
E che cuor fusse il lor, quando e' rividero Lo sfortunato giovin tra coloro Che con pietose larve altrui confortano, A sperar quel che forse essi non sperano;
Tra le vil turbe, tra l'orrende insegue, E tra quegli apparati, e quelle pompe Che ne fan, s'uom le vede, per un empio, Per un ladrone intenerire il core.
Di qui si può pensar quel che faceva Veder un giovinetto andar a morte, Per sangue chiaro, nobil per costume, Per beltà riguardevole, per oro
Degno di pregio, per virtù di gloria, Per leggiadria di amore, e per la etade Di scusa, e per ingegno di favore, E per amor di pietà e di cordoglio;
Ché quella turba vil, ch'accompagnava L'immaculato agnello al sacrifizio, Contro alla loro usanza aprono il petto Ai messi di pietà, né potendo altro,
Per dar luogo a color che pur s'affannano, Senza speranza, a procacciarli scampo, Muovono i passi lor sì pigri e lenti, Che pare spesso che tornino indietro.
Volano i messi, né ne vola un solo, Se ben volano invan; né della plebe Si toe chi vada, ma si sceglie i saggi E i più pregiati e degni cavalieri.
Così cercan placar l'ira concetta Nel petto di colui che sol poteva; Ma Crudeltà non vuol per questa volta Che chi può voglia, ché vorrà allor quando
La voglia fie impedita dal potere. Che ben so che vorrà, ch'uso e natura Lo stringerebbon or; ma i Fati ch'hanno Disposto di troncar dal mondo un germe
Così gentil, perch'ei non n'era degno, Lo sforzano a voler quel che gli è a schivo: Laonde non è colpa de' ministri De' crudei Fati, ma de' Fati stessi.
Dunque, in capo a cinque ore ch'uscì fuori Lo spettacol crudel, giunge al proscenio Della negra tragedia l'istrione, Senza voler vestir altra persona
Che quella ch'ei solea quando era in gioia: Ché tal mostra con l'animo e col volto Aver temenza dell'orrenda falce, Che miete spesso in erba l'uman seme,
Che fan color che sazi della vita, E per fuggir queste miserie umane, Con le man proprie, cercan porre in terra Questa fragile spoglia e questo incarco.
E se non lo premesse alto un pensiero, Conoscersi privato di potere Udir, veder, fruir l'amata luce; Se quest'alto pensier non lo premesse,
Non martir mai, sia Stefano o Lorenzo, Morir sì allegri nel maestro loro, Tra' sassi quel, questo in la viva brace, E con sì caldo e sì costante core,
Com'ei morrebbe. E con questo anco il vidi, Con quel sembiante, con quelle parole, Con quello ardir andar, mirar ciascuno, Che s'egli andasse ad una festa, dove
E' pensasse trovar l'amata donna, In atto men selvaggio che l'usato. Non vuol mutar quell'abito, nel quale Poco anzi era contento; e quella veste,
Con ch'ei toccò Madonna mille volte, Si vuol veder intorno insino a morte. E spera ancor con essa all'altro Regno Trovarsi in grembo alla smarrita vita,
Senza sospetto di futura morte, E senza invidia e senza gelosia. Salito ch'ebbe il misero istrione Il tragico proscenio, che fu posto,
Com'io vi dissi, sotto alla finestra Della sua amata luce, anzi più tosto Delle bramate tenebre; un fra gli altri, Più frettoloso a svèr costui del mondo,
Il costringe per forza a dar principio All'argomento della fiera fabula. Laonde al popol volto, este parole Con tanto affetto e sì piatose disse,
Ch'una compassione, e una pieta Aperse il petto a tutti, e un cordoglio; Ch'assai vi fur, che pensar morir prima Col dolor che per lui lor punge il core,
Ch'ei per la forza dell'iniquo ferro: – Non dall'altrui voler chiamato o cerco, Ma da' miei van pensier forzato e spinto, Avendo meco Amor in compagnia,
Fei quel ch'io non devea; anzi pur fei Quel ch'io devea, e ch'io farei pur ora, Se libertà men desse luogo. O Dio! Io mi credeva pur ch'ei fusse il vero,
Ch'umana legge un semplicello amante Non mai legasse: e patiss'io pur solo Con questo error! Che voi chiamate errore, (Ma a me parve pietà, parvemi amore),
Ch'io patirei, i' morrei volentieri. Ma perché bene spesso il scempio vulgo Con vane occasion lacera e morde L'onor di chi non erra, io temo (e questo
Timor mi fa morir men consolato) Temo ch'ei non si creda ch'io avessi Compagnia al folle ardir che dall'onesto Cammin torcesse; e chi 'l crede è in errore:
E noti ognun ch'io dico ciò morendo. Addio aere, addio cielo, amici addio. – Così si tacque, e chi far lo dovea Perché gli era commesso, col coltello,
In vece della terza Parca, il filo Troncò allo stame, che Cloto pur ora Alla sua bella rocca avvolto avea, Essendone filato il quarto a pena.
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