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1493–1543

Untitled

Agnolo Firenzuola

Or dunque attenti, i miei pastor cortesi, Replicate entro al cor queste parole, Le quali io leggerò; ché tal ricerca L'antico rito dell'etrusca gente;

Né nudi, come già fero i Romani, Che da gli Arcadi antichi, o forse altronde Trasser quel ch'a gli Etruschi oggi non piace. O reverendo Iddio, la cui potenza

Più volte hai mostro ne' bisogni nostri, Porgi l'orecchie e pietose e benigne A' preghi dei pastor, che stanno intorno Tutti devoti al tuo sacrato altare,

E umilmente ti chieggion perdono D'ogni lor fallo e palese e secreto: Se scevri di malizia, mal contenti Di non saver, o sedendo o pascendo

Sotto alcun arbor, che sacrato fosse A la gran maestà dei sacri iddii, Avesser fatto ingiuria al santo nume; O se entrando ne gli ombrosi boschi,

Securo albergo ai Satiri, ai Silvani, Agli Egipani, a' sacri Semicapri, Avesser con la lor venuta mai Turbato alcun lor giuoco o lor sollazzo;

O se per nicistà d'erba, con falce Importuna le sacre selve avessero Prive de le lor sante chiome, acciò che Ne traesser la fame al gregge, laonde

Le Driade ne fossero sdegnate; O se alcun semplicel col rozzo armento Avesse mai pascendo violato L'erbe che nascon vicino ai sepolcri

De' già morti pastori, o de le Ninfe, De le semplici Ninfe, anzi pur sciocche, Che ben fur, mentre visser, troppo crude Ai loro amanti; e per cotal cagione,

Per vendicarsi forse, alcun di loro Avesse error commesso, violando Le nenie sepolcrali o i santi tumuli, Pietosi accoglitor de le sante ossa,

Ch'entro vi poser pie e giuste mani; O se mai cogl'impuri piedi avessero Turbato le chiare onde dentro a' fonti, O dentro a' fiumi ai grandi Iddei sacrati,

Onde le sante Amadriade, a quelli Secure guardie, disdegnate, fossero Vèr lor men pie, e men cortesi al gregge. Preghianti dunque, o Santo Arcade, tutti

Devotamente, che propizie renda L'offese deità di questi monti, Di questi pian, di tutti questi boschi, Da noi cacciando ogni periglio, ed ogni

Morbo, ogni febre, ogni tossa, ogni rogna Dai nostri puri e mansueti greggi; Non sol da' greggi nostri, ma da quegli Che son, come noi siamo, al lor governo

Preposti; né voler consentir mai Che gli occhi nostri mirin Ninfa, quale Vaga sia di beffarne, o di mostrarci In volto amor nel core odio ascondendo;

Da le false lusinghe e i dolci inganni Di questa e quella, che ne vuol mostrare Per bianco il negro, e con fallace speme Cerca, col sempre far d'oggi domani,

Nutrir in noi il velen, che i falsi sguardi Bever ne fan con l'indorate tazze De la fallace lor beltà, ch'ai nostri Occhi, ai nostri desiri, ai pensier nostri

È come ignavo fuco a l'api in mezzo: E se talor di noi qualcun ne lega Più giusto amor, deh! levagli dal core Quelle pungenti spine, e quel coltello,

Che sempre fere il cor d'un vero amante: Fuga, sacro Liceo, la gelosia. Chi invidia la bianchezza al nostro latte, Chi l'abondanza del cacio e ricotte,

Gli assai vitelli, i teneri capretti, I grassi agnei bene spesso gemelli, Più per bell'arte e vivezza d'ingegno Condotti a grandi e dilettevol turme,

Che per opre servili o copia d'oro; Chi il rimbombar de le profonde valli Coi dolci accenti de le nostre voci, Ch'arrivan ben forse oggi assai lontano,

E fan grate parer le rime d'Ecco, E fa la fama delle Ninfe vostre, O lieti Iddii che 'l bel Bisenzio irrora, Poggiare al ciel (che forse nighittosa

Si giacerebbe su le ripe vostre) Col dolce suon che di lor esce spesso; Chi 'l suon di nostre fistole o zampogne, Forse di canna, in miglior note sciolte,

Che le di busso in molto argento involte; Chiunque turba la solida pace, Che tra noi lieta germina e fiorisce, Per dar sapor di mille dolci frutti,

E ne mira con occhio invido; togli Lo scelerato e importuno ardire, E scompagna la forza da la voglia. Deh fa, benigno Iddio, che i nostri cani

Tengan da noi discosto i ladri iniqui, Senza da lor ricevere unqua oltraggio. Non nuoca ai nostri armenti il mal susurro De le bestemmie magiche; ogni incanto

Perda la forza, ch'oltraggiar ne cerca. Guarda i teneri agnelli dal mal fascino De gli occhi invidiosi, e ne conserva Ne l'innocenzia del poco bramare;

E insegnaci conoscer la natura, Che si contenta sol d'erbe o di ghiande, E d'acque pure, e per cristallo o vetro Fa con la mano una durevol ciottola.

Non si veggia pastor del nostro addiaccio Aver ma' in grembo zoppa pecorella, Ovver piangendo entro a la sua capanna D'una capra portar la pelle, appena

Tratta già morta di bocca d'un lupo. Lontana sia da noi l'iniqua fame, Vivendo non di men contenti sempre Del poco pur, come chiedemmo sempre,

Senza invidiare i larghi possessori, Pasto d'ignavia spesso e di pigrizia, Cuculi ignavi, ignavi fuchi, anzi ombre, Anzi uomini, che 'l numer non gli annovera.

Sempre erbe fresche, sempre tener' frondi, Acque chiare da bere e da lavarne Ne soverchino insin da mezza state; Acciò che l'util nostre pecorelle

In ogni tempo sien piene di latte, E d'ogni tempo dietro abbiano agnelli; Sien di morbide lane sempre e bianche Copiose, in guisa che i nostri pastori

Con gran piacer veggiano il lor guadagno Farsi sempre maggior di giorno in giorno; E sopra tutto, che l'amate nostre Non prestin fede al latrar di coloro

Che cercan seminare odio in quei petti, Dove si vede lampeggiare amore. Deh toi lor, pio Signor, l'invida forza, Ch'hanno, in cambio d'amore, odio o rancore;

Né suocera né madre più le 'ncresca Del danno altrui, che non le fe' del suo, Mentre ch'a sdegno gioventù non ebbe Abitar dentro agli amorosi petti,

D'invidiose rughe oggi vergati. Porta, Zefiro dolce, entro a gli orecchi Del già piegato Iddio le voci nostre, Se 'l mal divoto suon per suo difetto

O per molta umiltà non vi aggiugnesse, O per colpa di noi. Orsù, pastori, Adorando di nuovo il santo nume, Con quella divozion che si conviene,

Ognun li porga un don, qual più gli piace Per i suoi voti più particolari; Ond'io, di poi ch'ai suoi e santi e sacri Misteri sacerdote iniziato

Son per voi tutti, per voi tutti umile Offerirò la vittima olocausta, Come conviensi all'idol reverendo. Poi finito il solenne sacrificio,

E renduti benigni i sacri Dei, Di voi in bella e dilettevol gara, Come conviensi a semplici pastori, E come mille volte il Mincio vide

Titiro o Melibeo, Dafni o Dameti, Onorerem del nostro Iddio gli altari. Indi addiacciati su l'erbetta verde De le vittime offerte e de' bei doni

E dei liquor libando al sacro Iddio, Ne scaccerem da noi l'ingorda fame; E cantando e ridendo allegramente, Ne torneremo a mirar se le nostre

Ninfe con un lor guardo ne volessero Render propizia la futura notte; Sì che il nostro sognar fosse con loro Unito insieme, non lontan dal sacro

Santo tuo coro, o casta alma Diana; Che non possa nessun per ver mai dire, Che l'amorose nostre menti torse O vil pensiero o scempia voglia mai,

Ma casto amore; a onta di coloro, Che ne miran con livida e maligna Mente, e hanno in odio i nostri onori. Orsù, Filinio umil, comincia adunque

Con quella divozion che si richiede; Offerisci il tuo dono a Pan; che 'l miri Con occhio dritto, e con cortesi orecchie Ascolti le tue preci, ove più brami.

Filopito, se Iddio tolga dai lupi Quella vitella che l'altr'ier perdesti, Séguita lieto, e 'l tardar non ti occùpi. Filardeo giovinetto, che già forse

Provi soverchio lo amoroso affetto, Rendi propizio Iddio, che mai non torse L'aiuto suo da quello Che tener come agnello

A bei desir dia loro entro al suo petto. Laura, voi bella ninfa, una sol dramma Onorate quel Dio Che vinse Amor, tra voi tanto restio.

Silvio, tu che ardi in amorosa fiamma, Come in selva selvaggia, Deh se pietà di voi pur al fine aggia. O tutti voi, che i doni offerti avete,

Come goder potete! Ch'io mi sono ora accorto Al dolce mormorar di queste canne, Ed al soffiar de le frondi di Danne,

Ch'Amor e 'l biondo Apollo Vi son fatti propizi in questo punto; Mercé di Pan è che il mio prego è giunto A le sue orecchie: ond'io lieto per questo,

Ecco che per voi tutti il santo e sacro Offerisco e solenne sacrificio; Ché veggio che 'l mio Dio propizio è fatto: Attenti dunque, umil, devoti, e cheti.

Risguarda, o santo Pan, pel vivo amore Che tu portasti a la bella Siringa, I nostri preghi, e 'l casto sacrificio Che t'offerisce la devota turba,

Se ben con pover man, con pura almeno. Con questo pastoral coltello, il quale Mai tagliò pan, mai fendé legne mai Né in lino o in lana estese il taglio suo,

Arbor scoscese, erba segò, ma sempre In onor de gli Iddii sacrate vittime Uccise, uccider voglio il tuo nimico Crudele, il nostro ingordo rubatore;

Coll'empio sangue del rapace lupo, Sperando di placare il sacro e santo Nume tuo, o gran padre de' pastori. In nome dei pastor del nostro addiaccio,

Ficcherò dunque il sacrato coltello Ne la crudele e ingorda gola; e poi Spargerò il sangue scelerato ed empio In sul tuo santo altar devoto e pio

De la più cruda iniqua e fera bestia Ch'a danno altrui sua crudeltade adopre; Ad onor tuo, e per salute nostra, E de le greggi nostre e delle Ninfe

Amanti e dolci, e di quell'altre ancora Che ne son più crudel forse di loro; Che forse un dì potrian mutar pensiero Per temenza del fumo, che le aspetta,

Poi prenderò in man questo catino Di puro e bianco latte, che pur ora Da l'ubere feconde munto abbiamo D'una bianca e ben grassa pecorella,

Alle quali anco agnel labra non pose Né mai munse pastor per cacio farne; E spargerollo intorno al santo altare Con queste frondi verdi de la canna,

Di quella canna, che vestì Siringa, Che sì ti piacque, o Pan, e sì l'amasti; Ed ella sì ti fu empia e crudele, Ch'anzi ella elesse in quelle verdi foglie

Mutar la sua bellezza, che far quello Ch'ella dovea verso un fedel amante. Tanto può in donna ostinazione e sdegno, Che ben spesso anco voi ha per niente.

E così spero aver fatto propizia La tua gran deitade; anzi 'l conosco Al lieto mormorar d'una dolce aura, Che dolce sì mi penetra gli orecchi.

Però, pastori, a cui cantar fu imposto, Finite col cantar la lieta festa.

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