Candido spirto, che 'l terrestre velo D'esta candida donna così fai Candido e bel, ch'al mondo ha invidia il cielo; Deh tu, che sol la tempra intendi e sai
De la rozza mia cetra, fa che fòre Possa da l'aspre selve trarla omai. Struggi la nebbia, asciuga il tristo umore. Che ne rende il veder debil e manco;
Ond'io mal poi conosco il tuo valore: Che 'n sul Meandro non fu forse unquanco, Se vèr me volti punta di tuoi sguardi, Cigno visto com'io canoro e bianco.
Beato core, in cui sì degni dardi D'Amor di te passar, di te, ch'al mondo Non è chi più gentil contempli o guardi, Che forza gli è spiccarsi dal profondo
Del terrestre saver, e fin nel cielo Volarne scarco d'ogni fango e mondo, O bella donna, io rozzo, io non tel celo, Vorrei poter venir tuo servo o amante;
Ma me lo nega Amore, abito e pelo. Le stelle non m'alzaro tanto avante, Non è il mio cor degno del vostro foco, Non puon tant'alto andar mie debil piante.
Ché s'io fussi per voi pur punto un poco D'un degli strai del vostro amor, io giuro Che poggiar sin nel ciel parriemi un gioco; E come un nuovo Orfeo saldo e sicuro,
Anzi al gran Giove cantare ardirei Le lodi vostre in stil candido e puro; E la mercé del ver, cotal farei Il ciel vago di te, che tutti in terra
Verrebbon per vederti i sacri dèi. O caro amico, a chi dolce Amor guerra Co' suoi begli occhi move, adunque quale Pigra cagion nel sen la voce serra?
Suscita il bel, da Dio datoti uguale Ingegno a' suoi gran merti, e con la penna Falla, ad onta del vil tempo, immortale: Ché se colei, che vicina a Gebenna
Nacque in vil casa men bella, mercede Del gran Toscan, per viva ancor s'accenna; Perché non hai tu, pigro, ferma fede, Essendo ella di lei più bella e saggia
(E questo chi nol sa, chi non sel vede?) Ch'ella più di lei viva, e ch'ogni spiaggia Susciti un'Ecco nuova, ch'a' tuo' accenti Risponda, ancor che la voce non caggia;
E che le nostre e le più stranie genti, O vuoi quelle ch'or sono, o che verranno, Veggin le lodi sue sempre presenti? E se i pigri pensier tuoi ti diranno:
– Taci, ché mal può penna di pensiero Non che di stil poggiar a sì gran scanno, – Rispondi lor che ad inalzar il vero Ogni picciola man vi basta; al finto
Sì ben che grand'industria è di mestiero. Durò fatica Omer, che fe' che 'l vinto Greco apparisse al mondo vincitore, Ancor che fusse intorno al Xanto estinto;
E 'l già detto Toscan logrò molt'ore, Per far parer una vil franciosetta Cosa degna del ciel co 'l suo favore: E fu mestier ad ala più perfetta
Alzar lo stil di lor, che la menzogna Co 'l vel del ver volean tener ristretta. A chi loda Alessandro non bisogna Soverchia industria usar, che in ogni parte
Che fusse grande, il sa chi non l'agogna: Ma chi vuol far parer con le sue carte O buon Nerone, o fedele Anniballe, Oh qui fa d'uopo aver l'ingegno e l'arte.
E però china meco ambe le spalle Al dolce peso, a te sol dato in sorte: Leval tra le viole rosse e gialle. E basti alle tue forze, o lunghe o corte,
Che 'nvolar cerchi la più saggia e bella Donna che fusse mai di man di Morte. Non bella come questa, o come quella, Con le vermiglie guance, o eburneo petto,
O con gli occhi che splendan come stella: Ben che anco in questo, ad onta ed a dispetto E di questa e di quella, s'io 'l dicesse Ch'ell'è di lor più bella, avrei ben detto.
Ma vadin pur gonfiate ed in se stesse Oggi altere e superbe; e poi domane Domandi tu lo specchio se son desse. Sol quella è bella, e sempre mai rimane
Bella un dì più che l'altro di cui l'ostro De le virtù covre le parti vane. E qual'alma fu donna al tempo nostro Veduta o scritta ne l'antica etade,
Simile, o 'n l'alto o in questo basso chiostro? E l'intelletto in lei de le più rade Cose ch'appaian oggi, e 'l più perfetto Di tutti gli altri è 'l disio che 'n lei cade.
La sua memoria ha in mente chiuso e stretto Tutto quel ch'è nel cielo, il buono e il bello; Anzi lo vede qual puro angeletto. E chi arde per lei forza è che quello
Foco ov'arde conosca, sì che poi Pingerlo possa altrui con bel pennello. Adunque, amico, il carco tocca a voi, Che conoscete le virtuti interne
Ne la lor propria essenzia più che noi; Ed a me basti sin qui detto averne, Per satisfarvi, e s'io n'ho detto poco, È perché poco l'occhio mio discerne.
Poco l'ingegno, e 'l mio stil rozzo e roco S'alza vie meno, e più basso soggetto Ne le mie basse forze appena ha loco. Stommi d'allor 'n una selva soletto,
Con la mia rozza zampognetta, e chiamo Con essa or questo or quell'altro augelletto; E li prego, che quella ch'io sol amo In mia vece salutin qualche volta,
Senza temer del vulgo onta o richiamo. Ed ella gli ode sì, ma non gli ascolta.
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