Or sì ch'un bosco tornerà il bel Prato, E cangeransi l'erbe verdi e' fiori In aspri sterpi ed in pungenti spine, Da poi che la mia donna il suo bel volto,
Con mia gran doglia e con publico danno, Ahi lasso, or mostra lieta in altro loco. Dunque ove sono, o rozzo alpestro loco, Le dure zolle, in vece d'un bel Prato,
E pruni e sassi, in cambio d'erbe e fiori, E i piè non mai securi da le spine, O da le fier' le pecorelle? Il volto U' splende di chi ride del mio danno?
O rozza, tu ne fai quel proprio danno, Ch'al pastor Galatea già in altro loco, Quando il pomo gli trasse, e poi del prato S'uscì lasciva, e i crin ripien di fiori,
E tra i salci fuggì, che tutte spine Gli fur al cor, e lunga pioggia al volto. E tu, a pena mostroci il bel volto, Che lontan ne solea far ogni danno,
Ratta fuggisti in quel selvaggio loco; Perché 'l patrio terren, perché 'l bel Prato, Già pregno d'erbe, già ripien di fiori, Fusse men bel ch'un monte pien di spine.
Pungenti pruni, o venenose spine, Ch'usciste di quegli occhi e di quel volto, Ove s'ascose Amor sol per mio danno, Il primo dì ch'io venni in questo loco!
Colpo mortal, qual erba d'altro prato Nol può sanar, né seme d'altri fiori. Se tai sien de le vostre donne i fiori, Amanti, che non mai diventin spine,
Né fuggan poi che mostro v'hanno il volto; Pregate Amor, che ristori il mio danno Se mai torna Selvaggia al primo loco, Alle fiorite rive, al verde Prato.
O Prato, ch'eri già ripien di fiori, Or da le spine il volto hai guasto, e 'l danno Te lo fa chi si mostra in altro loco.
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