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1493–1543

LXXXIX

Agnolo Firenzuola

Sonora tromba, a cui dato è dal Cielo I gran mister dello Evangelio aprire, E sciogliere a tuo senno i nodi e i gruppi Di quella vera legge, anzi perfetta,

Col saver nata di quel Verbo eterno, Che nacque anzi che 'l nascer, senza nascere; E confirmata poi coll'innocente Sangue, concetto in l'innocente ventre,

Con l'ombra dello Altissimo, e col foco Del vero Amor, vivificato e sparso In sul vil legno, la mercé di quegli Che furo al ver di noi chiamati in prima:

Ma poco ne fur grati, poi che 'l ferro Del lor crudele ardir voltaro in quello, Che per promessa de le sacre voci Egli aspettavan, che con le sue piaghe

Saldasse il colpo, che 'l primo parente Con la lancia del suo folle disio Fece nel seme uman, di figlio in figlio. Felice colpo, aventurosa pecca!

Poi che 'l figliuol d'Iddio con la sua morte Degnò curar, e noi far seco eredi Del vero regno, e tra gli amici porre La gente già da lui negletta, in vece

Di quei primi chiamati e primi eletti. Così il pan de le man cascando a' figli, A' figli ingrati, a' figli sconoscenti, Ebbero i fedei can, che le sacre onde

Regeneraro in Dio, e rivestiro Di nuov'uomo, secondo Iddio creato. Così col drappo altrui ebber la veste, Che coperse la macchia, che ne avea,

Ahi fero caso! dati in preda a morte; Così la morte vinta da la morte, Ci è ritornata in dolce eterna vita, Se 'l nostro proprio oprar poi non ci uccide.

Sonora tuba adunque, che tanti anni, Co 'l dolce suono, e 'n tante e tante parti, Dato hai diletto in Dio, e porto aiuto A la turba fedel, che ben procura

Drizzare i passi al Ciel per dritto calle; Saziar le giuste ben che ingorde voglie Non disdegnar d'uom vile, impio e profano, Se ben suonan fors'altro abito e nome.

Non disdegnar chi cerca in rozzo ingegno, In selvaggio savere, in leggier core, Nutrito in fiori, in frondi, in nebbia, in fumo, Porre alcun frutto, accender qualche foco,

Che ne mostri del Ciel qualche sapore, Che ne infiamme al disio del vero Amore, Porger, po' ch'ha 'l poter, benigna aita. Io bramo preparar le occluse orecchie,

A ricever quello aere che percuote La tua sacrata voce; e che lo agente, Trovando il paziente ben disposto, Operi meglio, acciò che 'l tuo buon seme

Sparto nel giardin mio con quel buon zelo, Su per le pietre, o ne la via non caschi, O nol soffochin le pungenti spine, Ancor che poche n'abbia entro miei campi.

Ma più che 'l posseder nuoce lo affetto, Come ben mostro hai tu, mostrando il vero. Sciòmi, ma no 'l troncar, come già fece Il giovene Pelleo, un nodo, il quale

Mi s'avviticchia intorno a l'intelletto, E me lo stringe sì, ch'ei me ne duole: Tu lo tentasti già, ma mio defetto Forse, non tua cagion, fe' ch'io restassi

Ne l'ignoranza, ov'io vaneggio ancora; Ma spero, se vorrai, non altrimenti Vederlo sviluppar, che se il vil giunco Fusse annodato, tal ti diede il Cielo

Pronta man, destro ingegno, ardire e arte. Se 'l gran Motor mandò 'l suo proprio figlio A vestire un vile uom, per rivestire Tutte le creature, che nel primo

Adam contratta avean macchia sì grande, Ch'altr'acqua non potea forse lavarla; E già tant'anni inanzi avea promesso Per la bocca di quello, a cui già disse

(O gran segno di amor!): – Io ho trovato Al mondo un uom, come volea 'l cor mio –; Se per la costui bocca avea promesso, Che 'l sacro suon di quelle trombe, in cui

Soffiò il gran fiato del divino Amore, Che spargeriesi e udiriesi il grido De 'l santo advento suo per ogni parte; Perché in l'altro emispero, che a' dì nostri

Aviam di uomin trovato pien, non venne La voce lor? Perché fra tante e tante Genti, che noi (rossor de' dottor sacri, Per non dir, come forse è 'l ver, menzogna)

Sappiam pur chiar che son oggi nel mondo Uomini sotto a noi, e che, del centro Forza e virtù si volge pianta a pianta; Perché dunque a costor non venne unquanco

Odor de' fior de l'arbor divo e sacro, Non pur de' frutti? Ivi son pur creati Gli uomini come qui; fur come noi Da Dio plasmati, e con la sua sembianza:

Han come noi intelletto e ragione, Vogliono e si ricordan come noi. Se tu dirai: – Anzi 'l mondo abbia fine, Anzi sia pieno il seggio de' beati,

Si adempirà la voce Del Profeta; E rinati nell'onde che 'l Vangelo Attinse, avranno parte entro a quel sangue, Che rende 'l lume a chi de 'l petto il trasse;

Sarà per tutto conosciuto Cristo, E sarà uno ovile, e un pastore – ; Parmi dur, salvo il ver, salvo il Vangelo, Che la pietà superna abbia permesso

Il tenerli tant'anni senza lume, Potendo il primo dì mandarvi il Sole; Onde molti di lor che si sarieno Salvati forse, entro a le putride acque

D'Acheronte ora ondeggian senza speme Di prender porto, o veder mai le stelle. Forse che se scopriva lor la luce, Allor ch'ei la fe' chiara agli occhi nostri,

Avrieno il lor Lorenzo e 'l lor Gregorio Oggi nel cielo, e Francesco e Lucia; Come noi forse avrienvi quella turba, La qual mal seppe annoverar Giovanni.

Il dir che 'l bene oprare ha 'l guiderdone, Come corpo ombra; e chi cammina in buona Strada, a la fine arriva a buono albergo, Non mi quieta: ch'io odo, che Cristo

Dice: – Chi non rinasce al sacro fonte Non può entrar nel preparato Regno – . Questa pungente spina l'altro giorno, Come accennai di sopra, o bello spirto

Degno d'eterna gloria e d'alto grido, Mi poser dentro al cor le tue parole, Senza cavarla, sì che e' non vi sia Rimasta buona parte de la punta.

Trannela adunque tu, che far lo puoi Con l'ago del tuo 'ngegno, e con l'acuta Vista, con le molte arti che ti fanno Pei dubbi passi e per le oscure vie

Sicuro camminar; ché quel bastone, Che mi porran le tue parole in mano, Mi sarà, sia qual vuol, fidata scorta.

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