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1493–1543

LXVII

Agnolo Firenzuola

Sì dolce è, Signor mio, sì bello il pianto, Che versan gli occhi de' tuoi cari in corte, Ne la tua corte dico, u' fatto ha 'l nido Secura cortesia, con tanta gioia,

Che chi brama saper che cosa è 'l bene, Volentier piange tra sì lieta schiera. Caschinmi dunque su le guance a schiera Le lagrime, e mai sempre viva in pianto;

Pur che una volta io serva in quella corte, Che a tanti e tanti ha fatto ricco nido; Ché bene allor potrei sperar con gioia Finire i miei brevi anni in grembo al bene.

Ma non son degno io già di tanto bene, Non merto entrar tra così bella schiera, Né muover gli occhi ove sì dolce è il pianto. Bisogna altr'ale a volar per tua corte,

Altre piume a covar in sì bel nido, Altri occhi a contemplar sì bella gioia. O voi, che vi godete quella gioia, Che mostra il Ciel per arra del suo bene,

O virtuosa e ben guidata schiera, O ben guiderdonato, o util pianto; Quel primo dì, ch'io venni a stare in corte, Perché non fec'io l'uova al vostro nido?

Ch'or non avrei locato il pover nido In steril prato, e lontan d'ogni gioia; Ma forse a l'ombra di cotanto bene, Posta de' miei pensier l'inutil schiera,

E nutrita nel vostro dolce bene, Saria poggiata a qualche grado in corte. Avventuroso il dì, ch'entraste in corte, Securo l'arbor u' locaste il nido,

Saldo l'oro u' legaste vostra gioia, O belli spirti; poi che a tanto bene Vi scorse de le stelle amica schiera, Servendo a quel che in riso torna il pianto.

Signor, sì come il pianto in la tua corte È dolce, e colmo ha 'l nido d'ogni gioia, Così vi piove il ben sempre in ischiera.

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