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1493–1543

LIII

Agnolo Firenzuola

Dunque avrò speso tutti i passati anni, Donne mie care, ne le vostre lodi, Per riportarne un giusto odio alla fine? Giusto, se fusse ver ch'io mai dicessi

Cosa che v'oscurasse pure un crino; Ma ingiusto, perché mai snodai la lingua In cosa che non fusse in onor vostro. Qual orecchia crudele, anzi bugiarda

Fe' fede a voi (ah fede scempia e falsa!) Donne mie belle, donne oneste e care, Ch'io mai dicessi che voi fuste brutte? Io nol dissi giammai, e dirlo allora

N'avea vie men cagion, che s'io dicessi, Che la mia rozza e gentil pastorella Fusse ver me benigna, o fusse pia. La qual quanto più fugge il mio conspetto,

Quanto più gode di vedermi in doglia, Quanto più ride de' miei dolci pianti, Quanto più sprezza le mie preci oneste; Tanto più l'amo, tanto più l'adoro,

E tanto più m'infiammo a seguitarla; Co' passi no, ch'i' non vo' farle oltraggio, Ma col pensier, con l'affetto del core: E dico, s'ella è cruda, ella ha ragione,

Ché crudeltà d'amor vien da bontade. Chi dirà che 'n la vostra onesta e bella Compagnia fusse donna, che non sia Degna di onor, d'esser tenuta cara

Da' più gentili spirti di quel Prato, Ch'ebbe di belle e sante ninfe sempre Appresso i Toschi il più gradito seggio; Ben dirà che la neve è negra, il corvo

Bianco, umil il leon, benigno l'orso, La lepre ardita, e feroce la damma; Dirà che la palomba semplicella Viva di ratto, e l'aquila si pasca

Di quel che le ministra aiuto umano. Quella ch'era con voi di più freschi anni M'ha co' begli occhi suoi più volte mostro Quanto possa la grazia in un bel volto;

Quella che nacque in su la riva d'Arno, Non porge odor con quella maestade De la chiarezza de' suoi antichi padri? Chi non sa, quando guarda un quello aspetto

De l'altra, che de' più famosi cespi Del verde Prato e de la bella Flora Uscì lieta, per far lieto il suo nido, Che v'alberga beltà, che leggiadria

Vi ride ancor, che le Grazie vi scherzano, Se ben sei lustri gli ha già volti il cielo? La bella pianta, ch'è vicina al sacro Tempio del primo martir, con lo aspetto

Pien d'umiltà superba e dolce asprezza, Non ti fa ella fede, chiunque fusse L'altra vostra compagna, che molti anni Ancor serva vestigie de l'impressa

Beltà, ch'ivi era, quando esser dovea? Di queste dirà mal dunque il pastore? Il pastor dico, che già mille e mille Volte con una canna in piana terra

Scrisse, e con punta di coltel su gli orni E su pe' faggi le lode di tale, Che se ben parve e se si tenne bella, Non potrebbe star vosco al paragone.

S'altra vil pica con putrida bocca Sparse il venen di vile a gli occhi mai, Farlo dovea verso novella sposa. Che posso io far? Dunque l'altrui errore

Patir debbo? Per questo tante e tante Fatiche perder? Per questo esser mostro A dito per nimico vostro, o donne? Deh piglivi pietà de' miei troppi anni

Spesi per voi, e da spendersi ancora, Se ve ne resta: donne, io son quel vostro Servo, che non snodai la lingua mai, Se non per vostro onor, né dissi, o dico

Cosa di voi non degna, e nol diria Per oro, per cittadi o per castella. Vinca il ver dunque e si rimanga in sella, E vinta a terra cada la bugia.

Tu sai in me il tutto, Amor; fanne lor fede, E 'mpetrami pietà, ma non perdono.

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