Ancor che le mie mal vergate carte Possan poco o niente alzare il volo Del chiaro nome vostro, che risuona, Mercé del valor vostro, insin al cielo,
Isabetta gentil non men che bella; Non di men presi ardir, quando pensai Col turbo inchiostro mio col vil pennello Pinger la bella imagine, di porre
Voi tra le quattro: e così 'l misi in opra, Non ben sicur che non l'aveste a sdegno. Perché inchinar le spalle a sì gran peso Vid'io, se ben fei forza andare avanti;
E sotto vel copersi il vostro nome, Com'anche feci e di questa e di quella, Che m'aiutar con voi col lor esempio Ad ombreggiar la mia finta chimera.
E quando io rivolgea per lo intelletto, Che nome fusse degno al bello spirto, A la grazia, a l'ingegno, al pregio, al grido, A gli onori, a le lode, a le virtuti,
Di che vi fece il ciel sì largo dono, Imeneo venne a me dolce e benigno, Quello Imeneo, che sempre tenne cura Del santo giogo marital, del giogo
Che fa soavi le fatiche umane, E ne consola ne' terrestri affanni; Quel pio signore, che vi legò a quel germe, Di cui non vide Prato il miglior mai,
Donde son colti poi quei sì bei fiori, Anzi quei frutti vostri, che faranno (Viva io pur tanto) il bel Bisenzio allegro. E disse: – Non cercar porle altro nome,
Che quel ch'entro al suo fronte leggerai, Subito ch'i' sarò da te partita. – E così detto, come fa saetta Che di buon arco scocca, sparì via,
O come uccel che de la gabbia fugge. Né prima fu da gli occhi miei perduta La sacra vista, ch'anzi a me comparse L'imagin vostra, che nel fronte avea
Scritto con lettre d'oro Amorrorisca. E mentre ch'io attendea quel che importasse Il nuovo nome, udi' scender di cielo Sì dolce voce, ch'io ben dissi: – Questa
Voce è del cielo –; e disse: – Amorrorisca Giogo soave importa, o dolce laccio. – Questa fu la cagion dunque, Isabella, Perch'entro al mio libretto io vi stampai
Con questo nome: e se maligno spirto Altro contende, o 'nterpreta altrimenti S'allontana dal ver, e per savere Mostra poco saver: vuol tòrmi il nome
D'uomo integro, di pura e ferma fede. Non son le merci mie, ben le conosco, Né me ne inganna Amor, tal' ch'io mi pensi Darle in don pur ad un, non tanto a due
Venderle; ma l'invidia, ai buon nimica, Ognor nuove cagion d'odio mi cerca. Io dico, e dirò sempre, e dirò 'l vero, Non perch'io pensi farvi cosa grata,
Ché non vi fa mestier delle mie lode, Che per lor stesse ormai son chiare e conte, Ma per servire al retto, e mantenere L'onor, giusta mia possa, integro e saldo,
Che 'l primo dì che in man presi il pennello, Il primo dì che macinai il colore, Per dipinger colei che tanti affanni M'arreca, ancor che non sia cosa viva;
Il primo dì mi cadde nel pensiero Con l'eccessive parti d'Isabella Condurre a prosper fine il mio ritratto: E pria fusti entra al core, Amorrorisca,
Ch'io vi stampassi dentro a le mie carte. Cianci chi vuol cianciar, chi vuol dir dica. S'altra in questo il pensier torse, o se mai Io ebbi altra nel cor, tolgami Amore
Poter sperar di veder mai la rozza, La cruda, la spietata e dolce vista Di quella aspra Selvaggia pastorella, Che quanto più la bramo, men la spero,
Vivendo col disio fuor di speranza Favola e giuoco a voi, donne mie care.
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