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1493–1543

IV

Agnolo Firenzuola

Signor, nel furor mio non mi riprendere, E nella stizza mia non mi arguire, Perché tu sai donde vien la cagione. Stomaco, e febre, e fianco già tant'anni,

Senza darmi pur tregua un giorno almeno, Mi tengon sempre travagliato in guisa Che la mente del corpo suo non sano Si fa non sana, e s'empie di furore;

Onde quel poco lume che m'avanza, S'adira, e grida, e rivolta le punte, E si lamenta, e ha sì mal talento, Che talvolta ti niega, e ti riprende,

E brama morte, e non sa che si voglia. Vede da sé passar l'empio sì sano, Sì grazioso al vulgo, alla fortuna Sì caro, e mai non avere onde volga

La voce a Dio, a dir: – Questo i' non voglio –. E dice: – Io non t'ancisi a la colonna, Non ti diedi io, non dissi e' non è figlio D'Iddio, e' non è Dio, e' vi seduce –.

Io non sprezzai la tua legge, i profeti; Non cresi vani i tuoi comandamenti Per uman scempio, non per viva voglia, Trapassai io la sera e la dimane;

Adorai il nome tuo, se non con quella Debita riverenza, almen con quella Debita voglia, e non di meno io veggio Quello inalzarsi, e volgere al ciel l'ali;

Io non aver, mercé di cruda ardente Febre, pur tempo ond'io prenda quel sonno Che dà natura all'uom per sua quiete; Non quel cibo che ognun per contentarsi

Piglia tanta fatica, e la formica Tutta state patisce, per goderlo Il verno poi con secura quiete. Io non oso parlar; ché pur diletta

Sì gli uomini fra lor sermocinando Passar il tempo, che la state tutti Ho visti ingegni buon senza fatica Passar al caldo, al fresco, e come vuoi.

E la cagion ch'io non parlo è l'umore Freddo, tardo, crudel che la natura Mantiene in corpo, e nulla medicina Non mi puote giamai, non che allentare,

Minuir per un giorno; e quel mi tiene Col capo basso, e fa fuggir la gente, E doler d'esser vivo, e fa che nulla Non mi diletta, nulla non mi piace,

Ed ho in odio me stesso e la mia vita, E bramo morte ognor; e perché quella È vivace nimica a chi la brama, Mi resto in vita, e però disperato

Mi storco, e grido, e volentier vorrei Uscir per forza di man de la vita. Ma la paura de l'eterno danno, La legge che mel vieta, e quello amore,

Che tu hai posto, Iddio, tra il corpo e l'alma, Mi fanno pigro e tardo, e quando al passo Giungo ritranno a forza il piede indietro; Ond'io tornato alla febre, a gli usati

Martìr, rivolto ogni crudel lamento Alla natura; ché la tua grandezza Mi toglie il nominarti; e piango, e grido, E bestemmio, e di nuovo vo' la morte.

Però, giusto Signor nel furor mio, Ne l'ira mia, ne le bestemmie mie, Ne la mia impazienza, non volere Attribuirmi ad impio alcuna parte;

Ma a la disperazione, a quella febre, Che sette anni mi tien torpente e tristo; E dammi o sanità, s'io ne son degno, Ché nol penso, anzi so non esser degno,

Per tua misericordia; e quando pure E' non ti paia, almen di tanto male, Come a colui che nacque in terra d'Usse. Da' pace e pane, e dona pazienza.

Né volendo dar questo, sia la morte Fine e riposo di sì lunghi affanni.

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