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1493–1543

III

Agnolo Firenzuola

O sanitate, o pazienza, o morte, Tu che faresti il ciel, la terra e l'acque, E non si muove in arbore una fronde Senza tua voglia, manda al servo tuo,

Che giace in letto e domanda mercede, L'una come tu vuoi, pur che la febre Che già sette anni afflitto ha questo corpo, Li faccia tregua almen, se non vuol pace;

L'altra con modo, che giacendo in letto, Senza vedere autunno o primavera, E provando in un dì più calda state Che non prova l'Arabia o l'Etiopia,

E più orrido verno e più crudele Che quei che sotto a la Tana i lor anni Finiscono fra i ghiacci e fra le nevi, Io non abbia a cercare onde quel pane,

Ch'io mangio tanto ch'un picciol uccello Ne patirebbe fame, e quel liquore, Che Noè tuo, aitando la natura, Sumministrò alla natura umana,

Ch'io bevo; e quelle povere vivande, Che brama l'appetito infermo, e quelle Che d'Avicenna, Ippocrate e Galieno, De la natura istessa ucciditori,

Pigliar bisogna; acciò che 'l tuo parente. Che ti vorrebbe pur veder sepolto, Per por le mani in su quel che tu lasci, E qualche amico, o finto o buon che sia,

Non gridi e dica: – Questi vol morire A forza, e però Dio gli dà quel male –; Quell'altro dica: – L'avarizia il lascia In quel letto, per star mille e mill'anni,

Se tanti o più se ne vivesse al mondo, Perché vuol preservar piuttosto un scudo, Che darlo ad un valente e dotto fisico, O pigliar qualche buona medicina,

Che gli levi di corpo quello umore, Quelle collore, quel sangue corrotto –. La morte, quando sanità non piaccia Darmi; ch'io non la merito, il confesso,

Perché son troppe le peccata mie, E a te par di gastigarle adesso, Senza aspettare al pagamento il sabbato. Dammela, Signor mio, ch'io te ne prego;

Dammela, Signor mio, dammela adesso, Ché pur bisogna al fin che me la dia; E dieci e venti anni, e trenta, e cento Sono un nonnulla a cui ieri è quanto oggi,

E oggi quanto sarà poi domani. Ma dammela, Signor, dammela, Iddio, Per passar non di vita a peggior vita, Ma per passar di morte a miglior vita.

Troval tu, Signor mio, troval tu il modo: Fa' che 'l tuo figlio la sua passione, Che patì per ognun, sia per me ancora. Troval tu, Signor mio, troval tu il modo.

E dammi o sanità, o pazienza, O morte; e sia morte pur più tosto. Se dee venir con quel debito modo. Che dee bramare ogni anima cristiana.

Troval tu, Signor mio, troval tu il modo.

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